La voce dell’amore (1998)
- michemar

- 23 mar
- Tempo di lettura: 4 min

La voce dell’amore
One True Thing
USA 1998 dramma 2h7’
Regia: Carl Franklin
Soggetto: Anna Quindlen (romanzo Una figlia esemplare)
Sceneggiatura: Karen Croner
Fotografia: Declan Quinn
Montaggio: Carole Kravetz Aykanian
Musiche: Cliff Eidelman
Scenografia: Paul Peters
Costumi: Donna Zakowska
Renée Zellweger: Ellen Gulden
Meryl Streep: Katherine “Kate” Gulden
William Hurt: George Gulden
Tom Everett Scott: Brian Gulden
Lauren Graham: Jules
Nicky Katt: Jordan Belzer
James Eckhouse: procuratore distrettuale
Sloane Shelton: Evelyn Best
Patrick Breen: G.A. Tweedy
Gerrit Graham: Oliver Most
David Byron: senatore Sullivan
Stephen Peabody: Harold
Lizbeth Mackay: dr. Cohen
Mary Catherine Wright: Clarice
Julianne Nicholson: studentessa
TRAMA: La malattia terminale di mamma Kate riporta Ellen a casa e a una riconsiderazione dei ruoli e delle identità del passato.
VOTO 6,5

“Una cosa vera”, come recita il titolo originale del film diretto da Carl Franklin e tratto dal romanzo autobiografico di Anna Quindlen, è un dramma intimo che attraversa i territori della malattia, della famiglia e della disillusione. Con tre interpretazioni centrali di grande peso, quelle di Meryl Streep, Renée Zellweger e William Hurt, il film indaga la distanza tra ciò che crediamo di sapere dei nostri genitori e ciò che scopriamo quando la vita ci costringe a guardarli davvero. Ah, quante volte, da adulti ripensiamo ai nostri genitori, con cui litigavamo da giovani, e che poi abbiamo rimpianto?

Ellen Gulden è una giovane giornalista di successo a New York, cresciuta idolatrando il padre George, celebre professore e romanziere incompiuto, e guardando con sufficienza la madre Kate, incarnazione della vita domestica. Tornata a casa per il compleanno del padre, scopre che la mamma è malata di cancro. George la convince, con pressioni e sensi di colpa, a lasciare il lavoro e trasferirsi temporaneamente per occuparsi della madre. Lei accetta, temendo di compromettere carriera e relazione sentimentale, ma mentre si occupa della casa e assiste la madre, nota che il padre continua la sua vita come se nulla fosse, evitando ogni responsabilità concreta. La convivenza forzata porta la donna a riconsiderare la madre: dietro l’apparente leggerezza scopre una donna forte, consapevole dei tradimenti del marito e capace di una resilienza luminosa.

Parallelamente, Ellen scopre che il padre, un tempo brillante, è ormai un uomo svuotato, incapace di scrivere e rifugiato nell’alcol. Il rapporto tra madre e figlia si approfondisce fino agli ultimi giorni di Kate, che muore lasciandole la certezza di essere sempre stata amata. Dopo la morte, un’autopsia rivela un’overdose di morfina, con la conseguenza che Ellen viene interrogata dal procuratore, in quanto sospettata di aver aiutato la madre a morire. Nel confronto finale con il padre, entrambi capiscono che Kate ha scelto da sola il momento della propria fine. Lei torna a New York, ma il legame con il padre si ricostruisce lentamente, nel nome della donna che entrambi hanno finalmente imparato a vedere.

Si può commettere un errore se non si conosce il film, sottovalutandolo. È uno di quelli che, sulla carta, sembrano destinati a scivolare nel melodramma più prevedibile: una madre malata, una figlia riluttante, un padre distante. Eppure, il regista Carl Franklin, con una regia sobria e priva di compiacimenti, riesce a trasformare questo materiale in un’indagine sorprendentemente onesta sulle dinamiche familiari e sulle illusioni che costruiamo attorno alle persone che amiamo.

Il film funziona soprattutto grazie alle interpretazioni. Meryl Streep offre una delle sue prove più disarmanti: non c’è virtuosismo, non c’è ricerca del momento “da Oscar”, ma un’umanità quotidiana, fatta di piccoli gesti, di sorrisi che tremano e di una forza che non ha bisogno di essere dichiarata. Renée Zellweger, nel ruolo più difficile, attraversa un arco emotivo credibile: la sua Ellen è irritante, fragile, poi improvvisamente capace di una tenerezza che non sapeva di possedere. William Hurt, infine, costruisce un padre egocentrico e vulnerabile, un uomo che ha confuso il proprio talento con il diritto di essere ammirato.

La regia evita il sentimentalismo facile. La malattia non è spettacolarizzata, la morte non è un colpo di scena, e il film non cerca mai di manipolare lo spettatore. La struttura narrativa, con l’interrogatorio che attraversa la storia come un controcanto, aggiunge una tensione sottile: non tanto “chi ha fatto cosa”, quanto chi siamo davvero quando qualcuno ci guarda da vicino. Il tema centrale non è la malattia, ma la rivelazione. Ellen scopre che la madre, che aveva sempre considerato semplice, è in realtà la persona più complessa della famiglia. E scopre che il padre, che aveva idealizzato, è un uomo pieno di crepe. L’amore può essere imperfetto, contraddittorio, persino ingiusto, ma l’importante è che sia autentico.

Non tutto è impeccabile: alcuni passaggi sono prevedibili, e la sceneggiatura indulge talvolta in spiegazioni superflue. Ma quando il film colpisce, lo fa con sincerità. È un dramma che non chiede lacrime, ma attenzione. E che, proprio per questo, rimane addosso più di quanto ci si aspetti.

Riconoscimenti
Oscar 1999
Candidatura migliore attrice protagonista a Meryl Streep
Golden Globe 1999
Candidatura migliore attrice in un film drammatico a Meryl Streep






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