top of page

Titolo grande

Avenir Light una delle font preferite dai designer. Facile da leggere, viene utilizzata per titoli e paragrafi.

Lady Nazca - La signora delle linee (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 18 ore fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Lady Nazca - La signora delle linee

Maria Reiche: Das Geheimnis der Nazca-Linien

Germania Francia Svizzera 2025 biografico 1h39’

 

Regia: Damien Dorsaz

Sceneggiatura: Damien Dorsaz, Fadette Drouard, Franck Ferreira Fernandes, Raphaëlle Desplechin, Aude Py (Tobias Neumann per i dialoghi in tedesco)

Fotografia: Gilles Porte

Montaggio: Patricia Rommel

Musiche: Nascuy Linares

Scenografia: Blanca Martínez López

Costumi: Andrea Martorellet, Flore Vauville

 

Devrim Lingnau: Maria Reiche

Guillaume Gallienne: Paul d’Harcourt

Olivia Ross: Amy

Marina Pumachapi: Juana

Javier Valdés: Montoya

Beto Benites: Bocanegra

Víctor Prada: Presidente del Congresso

Jorge Pomacanchari: Dionicio

Alma Diego: Dolorès

 

TRAMA: La storia vera di Maria Reiche, la matematica e archeologa tedesca che ha dedicato la vita a mappare, studiare e proteggere le misteriose e millenarie linee nel deserto peruviano

 

VOTO 7,5

 

 

Monumentale. Non il film, che è un gran bel film, ma Maria Reiche. Perché la donna merita un monumento, perché è una storia biografica monumentale, perché la studiosa è l’emblema della donna che combatte contro tutti affermando non solo le sue intuizioni ma anche il suo essere donna, senza voler essere, almeno all’inizio, una femminista nel senso classico, ma per affermare la propria persona e le identità di visione scientifica che l’hanno spinta fino ad un limite che lei stessa neanche conosceva. Andava avanti nelle sue ricerche e nelle sue convinzioni solo perché non vedeva altre strade da percorrere, rinunciando a tutto, persino all’affetto della sua cara compagna. Per tutto ciò, monumentale.

 

 

Vediamo prima di tutto la persona Maria Reiche, quella vera. Nata a Dresda nel 1903, cresce con una formazione rigorosa: studia matematica, astronomia, geografia e lingue all’Università tecnica di Dresda, arrivando a parlare cinque lingue. Nel 1932 si trasferisce in Perù da cui segue l’avvento e l’espansione del fascismo in tutta Europa, prima come governante per la famiglia del console tedesco a Cusco, poi il punto di svolta che arriva nel 1941, quando sorvola per la prima volta il deserto di Nazca insieme allo storico americano Paul Kosok. Da quel momento, le linee diventano la sua missione: Reiche le studia, le mappa, le interpreta, le difende. Pubblica nel 1949 The Mystery on the Desert, propone la teoria del calendario astronomico, convince l’aeronautica peruviana a effettuare rilievi aerei, investe i propri soldi per proteggere il sito, costruisce una torre panoramica per i visitatori, vive per decenni nel deserto per sorvegliarlo. Nel tempo, il Perù la riconosce come “La Signora delle Linee”: cittadinanza peruviana nel 1994, Gran Croce dell’Ordine del Sole, contributo decisivo alla proclamazione UNESCO del 1995. Muore nel 1998 a Lima e la sua casa diventa un museo.

 

 

La vicenda viene raccontata così dal regista Damien Dorsaz, da molti anni interessato alla bellissima figura della donna. Negli anni Trenta, mentre il fascismo avanza in Europa, Maria Reiche (Devrim Lingnau), matematica tedesca trasferitasi a Lima, lavora come insegnante. La sua vita cambia quando il ricercatore francese Paul D’Harcourt (Guillaume Gallienne) le chiede di tradurre alcuni documenti scritti in tedesco da un suo collaboratore riguardanti gli scavi archeologici che sta effettuando nella zona. Durante il lavoro, però, la Reiche scopre, su sua iniziativa, enigmatici geoglifi, enormi linee e figure tracciate nel terreno del deserto di Nazca. Lei rimane affascinata da quelle forme misteriose e decide di dedicarsi completamente alla loro esplorazione e interpretazione, lasciandosi alle spalle la vita che aveva costruito fino a quel momento. Trascura le insistenti richieste di ritorno della cara Amy, come anche il lavoro di traduttrice: la vera ed unica attrazione è scoprire le origini e il significato degli immensi disegni del deserto, attribuiti falsamente agli alieni. E scopre così un’usanza dell’antichissima etnia che abitava il luogo.

 

 

Damien Dorsaz affronta la figura diventata ormai leggendaria con un approccio dichiaratamente laterale, non affronta il personaggio in modo frontale, lineare o biografico, ma sceglie una via indiretta, concentrandosi su aspetti marginali, sensazioni, atmosfere, intuizioni, invece che sulla cronologia dei fatti: il film, conseguente ad un suo documentario, non è la cronaca di una vita, ma la messa in scena di un’ossessione. L’archeologa tedesca che dedicò l’esistenza allo studio dei geoglifi nel deserto peruviano diventa il fulcro di un racconto che mescola avventura, spiritualità e rigore scientifico, filtrati attraverso la sensibilità contemporanea del regista. Costruisce Maria come una figura quasi herzoghiana (vedi Fitzcarraldo): una donna che sfida l’incredulità degli altri, la durezza dell’ambiente e la solitudine della ricerca. La comunità accademica la guarda con sufficienza, la considera visionaria, e proprio da questa frizione nasce il cuore drammatico del film. La sua tenacia d’acciaio, la capacità di vedere un ordine dove gli altri vedono caos, la trasformano in un personaggio enorme, sospeso tra scienza e intuizione.

 

 

Il film poggia in gran parte sulla prova della straordinaria attrice tedesca Devrim Lingnau, che incarna Maria con una fisicità asciutta e una concentrazione quasi ascetica. L’attrice attraversa lingue, culture e paesaggi interiori con una naturalezza sorprendente, restituendo la complessità di una donna che vive in simbiosi con il deserto e con le linee che cerca di decifrare. Non potendo girare nel sito originale, Dorsaz ha avuto la forza di volontà di ricostruire le linee in scala quasi naturale: un gesto che diventa parte integrante della poetica del film. Il deserto non è solo scenario, ma spazio mentale, luogo di epifanie e ossessioni. La messa in scena alterna la vastità delle riprese aeree alla concretezza del lavoro sul campo, creando un equilibrio tra contemplazione e fatica fisica.

 

 

Pur provenendo dal documentario, Dorsaz sceglie la finzione per liberare la storia da vincoli biografici e concentrarsi sul percorso emotivo e percettivo della protagonista. Le figure reali vengono ridisegnate, i rapporti reinventati, la trama asciugata per far emergere un’idea: la ricerca come forma di resistenza, la dedizione come atto politico, la scienza come gesto poetico. Non un classico biopic, ma molto di più. Infatti, il film è, in fondo, un film sulla visione: quella di Maria, che scorge un disegno dove gli altri vedono sabbia; quella del regista, che trasforma un’impresa archeologica in un viaggio interiore; quella dello spettatore, chiamato a guardare dall’alto, ma anche a scendere a terra, tra polvere e linee tracciate a mano. Se ne resta affascinati, sia dalla potenza del racconto, sia dalla splendida figura della donna, sia dall’intensissima interpretazione dell’attrice.

 

 

Il regista ha il pregio di non costruire il personaggio attraverso gesti clamorosi. La narrazione lo presenta mentre abbandona progressivamente la sua vita urbana per integrarsi in un contesto nuovo. Il suo approccio alla cultura locale è graduale: si avvicina con rispetto, senza pretese di comprensione immediata. Entra in relazione con la povera gente del luogo, ad iniziare da Juana e la sua famiglia. Il suo inserimento nella comunità non è immediato, ma richiede tempo e adattamento. L’opera rappresenta il percorso di una donna che sceglie di mettersi al servizio di un luogo e delle sue memorie. Il rapporto, invece, con il ricercatore non sfocia in un legame ordinario ma è un approccio scientifico, sistematico, che si contrappone – senza entrare in conflitto – all’intuizione più personale di Maria. La loro separazione nel corso della narrazione rispecchia la divergenza tra queste due visioni. È, infatti, l’intuito che spinge la protagonista a scoprire la verità con la sequenza chiave che avviene durante il tramonto della festa più importante di quel popolo: il Solstizio d’Estate, quando il sole all’orizzonte le apre la mente.

 

 

La sconosciuta Devrim Lingnau è a dir poco fantastica, è il simbolo di una recitazione carnale e mentale, pienamente nel ruolo affidato. Accanto a lei gira l’unico attore di fama del cast, Guillaume Gallienne. La regia è semplicemente l’omaggio che Damien Dorsaz ha voluto dedicare ad una donna che evidentemente ha amato, seguito e conosciuto di persona. Mentre la vera Maria Reiche ha vissuto fino all’età di 95 anni sempre vicina ai magnifici disegni desertici, dove ha voluto essere seppellita. Vicino al mitico calendario astronomico iniziato 300 anni A.C.!

Che bel film!

 


 
 
 

Commenti


Il Cinema secondo me,

michemar

cinefilo da bambino

bottom of page