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Le tigri di Mompracem (2025)

Immagine del redattore: michemar
michemar
31 minuti fa
Tempo di lettura: 6 min

Le tigri di Mompracem

Los tigres

Spagna 2025 thriller 1h49’

 

Regia: Alberto Rodríguez

Sceneggiatura: Alberto Rodríguez, Rafael Cobos

Fotografia: Pau Esteve Birba

Montaggio: José M. G. Moyano

Musiche: Julio de la Rosa

Scenografia: Pepe Domínguez del Olmo

Costumi: Fernando García

 

Antonio de la Torre: Antonio

Bárbara Lennie: Estrella

Joaquín Núñez: Gordo

José Miguel Manzano Bazalo: Skone

César Vicente: Nico

Silvia Acosta: Cinta

 

TRAMA: Antonio ed Estrella, fratello e sorella, sono legati al mare da sempre. Il primo lavora come subacqueo industriale, mentre la seconda studia i fondali marini e aiuta il fratello sulla chiatta al servizio di Gordo. Nonostante rischino la vita ogni giorno, la loro situazione economica è delicata. Una situazione che potrebbe cambiare quando trovano una scorta di cocaina nascosta sotto lo scafo di una nave cargo ancorata nel porto di Huelva.

 

VOTO 7

 

 

Alberto Rodríguez e Antonio de la Torre per la terza volta assieme, dopo le notevoli affermazioni con Unit 7 e La isla mínima, ad ancora una volta, permanendo nel ramo dei film di suspence o addirittura polizieschi, in una pellicola che rispetta i canoni del thriller che partono piano, con problemi personali e/o familiari, in cui il protagonista deve risolvere inghippi che gli stanno condizionando la vita, e poi, quando puntano sulla svolta decisiva, dove tutto sommato pare superabile, succede l’evento sfavorevole e tutto può precipitare. Schema classico, più volte utilizzato al cinema. Ovviamente, nel caso specifico, il regista di Siviglia vi immette le caratteristiche precipue della vita e delle attività iberiche. Qui, per esempio, siamo nella baia di Huelva, in Andalusia, dove l’estuario accoglie i fiumi Tinto e Odiel, nel cui porto giungono molti cargo dall’Oceano Atlantico, spesso petroliere che, se hanno problemi di scarico, si rivolgono a ditte specializzate che riparano i guasti e le rotture a diversi metri di profondità.

 

 

Antonio (Antonio de la Torre), specializzato subacqueo per immersioni degne di palombari che hanno funzione di meccanici, lavoro a bordo della chiatta di Gordo (Joaquín Núñez) e si fa sempre aiutare dalla sorella Estrella (Bárbara Lennie), provetta subacquea anche lei, ma rimasta menomata ad un orecchio quando, da ragazzini, il padre, appassionato del mare a cui li educava, li incitò alla gara di trovare il suo orologio gettato apposta in acqua. Lì vinse, come si scoprirà alla fine, la giovane ma l’orologio in premio lo colse lui. Da allora non si sono praticamente mai lasciati, specialmente dopo che Antonio ha subito la separazione dalla moglie Cinta e dalle sue amatissime figlie perché le aveva praticamente abbandonate a causa del lavoro che lo tiene costantemente lontano da casa e dalla famiglia.

 

 

Partiamo dall’inizio. Antonio, soprannominato “il Tigre, è un esperto sommozzatore che lavora nel porto di Huelva, dove gran parte delle operazioni ruota attorno all’industria petrolifera. Vive con la sorella Estrella, biologa marina, con cui mantiene un rapporto affettuoso ma segnato da un’antica rivalità nata in famiglia. Durante un’ispezione sotto la grande petroliera Delphos, Antonio scopre un piccolo carico di cocaina nascosto nei condotti d’aerazione. Il suo superiore gli ordina di tacere, ma lui vede nella scoperta un’occasione per risolvere i problemi economici legati al divorzio e alle figlie. Estrella inizialmente rifiuta di aiutarlo, poi accetta proponendo un piano più prudente: prelevare piccole quantità di droga, spegnendo la videocamera per non destare sospetti. Il furto riesce, ma Antonio comincia a mostrare segni di cedimento fisico dovuti agli anni di immersioni estreme.

 

 

Durante la successiva operazione, Antonio sviene sott’acqua e viene salvato da Nico, un giovane sommozzatore che scopre il traffico clandestino e pretende una parte dei profitti. La situazione precipita quando quest’ultimo scompare misteriosamente e Antonio ed Estrella vengono minacciati da criminali che li costringono a recuperare l’intero carico segreto del Delphos. I due tentano l’operazione, ma la droga finisce sul fondo del mare e Antonio, nonostante i rischi per la sua salute, si immerge di nuovo per recuperarla. Le immersioni forzate lo portano vicino al collasso, mentre Estrella mette da parte i suoi progetti professionali per proteggerlo. La tensione cresce quando i trafficanti diventano sempre più aggressivi e la famiglia di Antonio entra in pericolo. Il loro legame, segnato da ferite antiche, viene messo alla prova mentre cercano una via d’uscita dal vortice criminale che li ha travolti.

 

 

Risulta una storia certo interessante, sebbene gli argomenti di “disturbo” che fanno sbandare le buone intenzioni del protagonista siano quelli già sfruttati in molte altre trame: il problema di salute che lo affligge (“Prendi la pillola che prendeva papà, quando serve mettila sotto la lingua”, gli dice la onnipresente sorella, instancabilmente suo sostegno, fisico e psicologico), la stanchezza da superlavoro, gli incidenti durante le operazioni sottomarine di riparazione, i giovani appena assunti che commettono gravi errori rischiando la vita, le pesanti incomprensioni con la moglie e la sofferta mancanza del contatto con le figlie, per le quali è disposto a tutto. Per loro, Antonio, che non ha mai commesso reati, è tentato di sfruttare l’occasione fornita dai panetti di droga che viaggiano nel corpo della petroliera e realizzare finalmente un bel gruzzolo da offrire alla ex moglie che ormai lo sta denunciando in tribunale perché non riesce più a fornire gli alimenti previsti dalla legge.

 

 

Discorso differente per la bella Estrella, l’angelo custode di Antonio, un personaggio che non si può definire non protagonista perché è l’ombra del fratello, è l’assistente infermiera, è colei che deve tenerlo a freno o incoraggiarlo nei momenti difficili, è la donna ideale come compagna di vita. Ed invece non si è mai sposata, non la vediamo mai con un uomo, eccezion fatta per la timida corte che le fanno a bordo i giovani subacquei o per la serata di festa organizzata da Gordo, in cui – forse, ma molto forse (cit. del portiere di Arcore, Pierpiero, alias Antonio Albanese) – si è rifatta viva in ritardo e sorridente come appagata dopo essere andata via con un uomo. Lecito e tardivo. Lei pensa a tutti e a tutto: fornisce disegni particolareggiati di una struttura ad un sommozzatore che vuole creare una colonia di pesci, effettua calcoli precisi sui respiratori, prepara il piano per il furto della cocaina. Insomma, è un cervello scientifico in piena attività in tutti i momenti in cui può essere utile, sopportando stoicamente anche le conseguenze dell’impari guerra con la banda dei narcotrafficanti.

 

 

Poi, a parte, c’è uno strano legame che unisce i due: si amano come germani senza però mai scambiarsi un gesto vero d’affetto, ma la loro “relazione”, se così si può definire, pare andare oltre il normale rapporto tra congiunti, dando l’idea, in qualche scena, di una vicinanza psicologica che trascende la fratellanza. Ma il regista, l’esperto Alberto Rodríguez, sa non andare oltre, sa vagheggiare il giusto per non dare adito a qualche dubbio. E ciò è solo una mia sensazione, che forse altri non avranno mai. Piuttosto è evidente quanto pesi il lascito mentale, e non solo, che i due hanno ereditato dal padre che ricordano con molto affetto. Ed anche come i due siano segnati dal lavoro fisico e da un ambiente portuale duro in cui Antonio è schiacciato dai debiti e dalla minaccia di perdere le figlie. Per questi motivi il film va letto come un noir che parte da un contesto realistico e popolare, dove la precarietà economica spinge verso scelte disperate.

 

 

Non è da poco tempo che la Spagna sa offrirci del buon cinema, superando la produzione italiana in più di un’occasione: è cinema che sa attirare l’attenzione e intrattiene molto bene lo spettatore, spesso con argomentazioni e temi originali. E questo film ne è la netta dimostrazione. Alberto Rodríguez non ha bisogno di ritmo o azione sostenuta: quello che svolge è un compito che risulta molto bene eseguito, va piano e va lontano, allontanandosi dagli schemi che vanno di moda oggi. Corse, inseguimenti, poca riflessione, scontri a fuoco non gli interessano ma fa parlare con le parole e con gli sguardi (ed anche qualche gesto importante) i due coprotagonisti (lo è anche lei, dai), dando maggior peso ai contenuti e non alle esteriorità.

 

 

Che Alberto Rodríguez sappia dirigere, mettere in scena e farlo al meglio lo ha dimostrato da anni e ora non si smentisce, unendo anche un’ottima fotografia ed una adatta scenografia, illustrandoci la storia con eccellenti riprese sottomarine, certamente non facili e credibili. Antonio de la Torre è praticamente perfetto, duro quanto basta, pelle bruciata dal sole, sguardo trasversale che dice tanto, la cui barba aggiunge carisma alla recitazione: è il prolungamento efficace dei due film precedenti girati assieme al regista. Per quello che mi riguarda, Bárbara Lennie è la vera sorpresa del film: bella attrice che ha un carnet corposo che però mi è sfuggita all’attenzione nei precedenti film in cui l’ho vista. Sbagliavo a non accorgermene perché è brava e molto performante e buona parte del film poggia sulla sua interpretazione. Spero di rivederla meglio.

 

 

Una chiarimento va fatto riguardo al titolo, soprattutto quello italiano. Non deve trarre in inganno e non è un adattamento del romanzo di Salgari, ma un riferimento interno alla storia: Antonio ed Estrella erano chiamati “tigri” dal padre, Mompracen viene pronunciato solo una volta nel finale e il cane di Antonio si chiama Sandokan. Un gioco culturale che aggiunge un livello di lettura.

 

 

Riconoscimenti

Goya 2026

Migliori effetti speciali

Candidatura miglior sonoro

Candidatura miglior colonna sonora

Candidatura miglior produzione

Candidatura miglior fotografia

Candidatura miglior montaggio

Candidatura miglior scenografia

San Sebastian Film Festival 2025

Miglior fotografia

Candidatura miglior film

 


 
 
 

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