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Lo sguardo di Emma (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 7 ore fa
  • Tempo di lettura: 7 min

Lo sguardo di Emma

À bras-le-corps

Svizzera Belgio Francia 2025 dramma 1h37’

 

Regia: Marie-Elsa Sgualdo

Sceneggiatura: Marie-Elsa Sgualdo, Nadine Lamari

Fotografia: Benoît Dervaux

Montaggio: Karine Sudan

Musiche: Nicolas Rabaeus

Scenografia: Sara B. Weingart

Costumi: Geneviève Maulini

 

Lila Gueneau: Emma

Grégoire Colin: il pastore

Thomas Doret: Paul

Aurélia Petit: moglie del pastore

Sandrine Blancke: Alice, madre di Emma

Cyril Metzger: Louis

Sasha Gravat Harsch: Colette

Aurélien Patouillard: padre di Emma

Étienne Fague: il medico

 

TRAMA: Nella Svizzera del 1943, la quindicenne Emma affronta un destino inatteso e il giudizio della sua comunità. Tra le montagne del Giura, mentre il conflitto mondiale infuria oltre confine, la ragazza lotta per la propria libertà e i suoi sogni.

 

VOTO 7

 

 

L’esordiente Marie-Elsa Sgualdo realizza il suo primo lungo, dopo qualche corto come capita spesso, con una équipe tecnica quasi totalmente al femminile, dando un’impronta chiaramente tale al contenuto ed al messaggio insito. Il titolo originale, molto più significativo – in italiano è riconducibile ad un modo di dire come a braccia aperte, a viso aperto, prendere qualcosa di petto – dà subito l’idea di un racconto di coraggio e di presa di coscienza del sé. E la protagonista Emma (Lila Gueneau) – dal cui costante sguardo (ecco il titolo italiano) sempre inquadrato dalla regista, ci fornisce continuamente il significato – lo dimostra ogni volta che è sullo schermo, cioè sempre, costante presenza che conduce la narrazione dal primo all’ultimo istante. Tramite questa continua presenza, unita spesso all’assenza della parola e i silenzi significativi, si sviluppa una delle tante storie della neutrale Svizzera durante la parte finale della Seconda Guerra Mondiale, periodo in cui in quella terra i nazisti sono un insistente fantasma che perseguita gli ebrei in fuga o in cerca di riparo. Lei, frequentando la campagna e i boschi limitrofi al villaggio, li vede e li sente mentre, con la vigliacca collaborazione dei soldati svizzeri, scortano i più sfortunati che sono stati acciuffati e, quindi, deportati o uccisi, causandole un’enorme amarezza. Non comprende e non ammette che tutto ciò accada tra l’indifferenza degli abitanti.

 

 

Emma ha solo 15 anni ma, alta e ormai in fase di sviluppo, ne dimostra di più, inoltre è anche bella e intelligente, bravissima a svolgere qualsiasi compito a cui sono sottomesse le donne in quei tempi, ed è dotatissima nei calcoli aritmetici. Talmente dotata che è la prediletta del pastore protestante (Grégoire Colin) che la tiene al servizio e l’amica intima della figlia Colette (Sasha Gravat Harsch). È così brava in tutto che al colloquio con la commissione cittadina preposta, vince il premio della “purezza” messo in palio, sognando, però, di poter diventare infermiera. È benvoluta da tutti ed è il punto fermo della famiglia che vede anche due sorelline, non messa benissimo da quando il padre (Aurélien Patouillard) ha cacciato di casa la madre Alice (Sandrine Blancke) che è, anche per lei, “una poco di buono” avendo avuto una relazione extraconiugale e che ora vive altrove. Questa però ha sempre voglia di vederle e di domenica si siede all’ultimo banco della chiesa durante la funzione religiosa, cercando anche di avvicinarle, ma sempre respinta da Emma, sorvegliata a distanza dal papà. “Che cos’ha quell’uomo più di noi?”, chiede alla madre, la quale (quante volte lo sentiamo?) risponde: “Quando l’ho incontrato mi sono sentita diversa. Me ne pento ogni giorno.

 

 

La sua vita è semplice, con un futuro anonimo come tutte le adolescenti e le signorine del luogo: un lavoretto per racimolare soldi per campare, un fidanzatino, una futura famiglia, i figli. Sperando che almeno la guerra finisca e si torni alla vita di sempre. Cosa può succedere in quel posto? Eppure, succede e le sconvolge la vita. Il buon pastore, infatti, riceve la visita di due giovanotti giornalisti, interessati a scrivere un articolo sulla loro zona, di cui uno, Louis (Cyril Metzger), che ama fotografare i posti che visita per completare bene i suoi servizi al giornale, durante una scampagnata sulle colline approfitta di una escursione solitaria con la ragazza e la bacia senza chiedere il permesso, le monta sopra, le dice che è bella e ne abusa. È la solita tremenda storia che si ripete, neanche interpretando il significato delle lacrime di lei, lasciandola sconcertata. Una deflorazione violenta che la segna nel profondo. Spaventata dall’esperienza che avrebbe volentieri evitato, si accorge dopo qualche settimana di essere rimasta incinta e a nulla serve andare a Ginevra per parlare con quel Louis sperando di trovare risposte positive: viene mandata via malamente: “Non ti voglio scioccare ma il padre non è mai certo, la mia famiglia è ricca, altre se ne potrebbero approfittare. Tu non sei quel genere di ragazza.” Lei, dopo un bel ceffone assestato al giovane, torna sui suoi passi in lacrime immaginando le conseguenze che le ricadranno addosso nell’ipocrisia del paese.

 

 

È una ragazza dolce ma forte ed ora la situazione creatasi, che non confessa se non alla sua intima amica Colette, la spinge a dover prendere decisioni importanti. L’autoaborto rudimentale fallisce e cerca persino di confidarsi con la madre ma non ci riesce. Desolata e smarrita, ora non le resta che solo una soluzione per salvare la sua faccia e quella della famiglia: accogliere finalmente la corte del soldatino Paul (Thomas Doret), anche se non se ne senta attratta. È l’unica maniera per sistemare la faccenda, considerando che il giovanotto accetta di buon grado il figlio in arrivo. Con la dote del premio in danaro e il corredo ricevuto lo sposa e va a vivere nella casa dei suoceri dove, però si ritrova a svolgere ancora compiti di serva, che non era quello che sperava. Almeno, il pastore non la trattava come una cameriera. La sua indole fiera e libera la rende irrequieta, sente il ruolo di madre e moglie come una prigione, nonostante l'amore dichiarato del marito per un figlio non suo. Spinta dal desiderio di indipendenza, decide di fuggire, incapace di sopportare oltre: va a cercare la madre (che pure si rifiuta di aiutarla) e sceglie di lavorare nella stessa fabbrica e di continuare in un’arte in cui eccelle, quella del ricamo i cui prodotti riesce a vendere ad un negozio. È diventata autonoma, soddisfatta, e respinge l’ultimo assalto del marito. È indipendente per davvero.

 

 

Emma è istintivamente anticonformista e la regista Marie-Elsa Sgualdo ce la racconta inquadrando il suo fiero sguardo nelle varie nuance di reazioni che la investono a seconda dei momenti non facili della sua ancora breve vita. Affronta a mani nude le avversità con coraggio e contegno, senza paura, come una neo-femminista alla conquista della libertà della propria personalità. Ha subito un florilegio che è un insulto alla dignità e lei risponde al destino che normalmente viene riservato alle donne dei tempi con determinazione, provando, ogni passo in più, quella soddisfazione che solo chi si realizza può provare. Non si è lasciata spezzare e se si è qualche volta piegata è perché doveva adeguarsi al momento, pensando sempre a come venirne fuori. È l’emancipazione in senso compiuto, è la liberazione dai vincoli storici e tradizionali del maschilismo, dove la donna deve sottostare “producendo” piacere all’uomo e figli alla collettività. È autodeterminazione. È libertà. E pensare che era cresciuta in un paesino del Giura in un ambiente dove dominavano religione e patriarcato, svincolandosi forse grazie alle letture dei libri che il pastore le prestava. A dimostrazione, ancora una volta, che l’istruzione rende liberi. Anzi, il premio della “virtuosità” che aveva vinto era in effetti l’antitesi della mentalità che le si annidava dentro: lì le candidate dovevano mostrarsi virtuose e obbedienti e lei era sicuramente la migliore nominabile ma la prepotenza maschile e la società inflessibile l’avevano cambiata.

 

 

Parallelamente a quello che succede alla maturazione del carattere della nostra protagonista, va rilevato il comportamento del pastore, prima figura di riferimento affidabile della ragazza, poi in totale rovina, rappresentato come incarnazione dell’ipocrisia morale della comunità. Questa è rigidissima nel giudicare Emma, ma estremamente indulgente con l’uomo e le sue contraddizioni quando si rivela fragile, esitante, e si rifugia nel vino. In questa maniera la regista mette in scena la distanza tra il rigore morale predicato e la realtà vissuta e mostra come chi detiene l’autorità morale sia spesso incapace di esercitarla su sé stesso, pur pretendendo di esercitarla sugli altri. In una parola: ipocrisia. La comunità punisce Emma per una colpa non sua, mentre gli uomini - il violentatore, il marito, il pastore – sono assenti, irresponsabili, incapaci di assumersi un ruolo etico.

 

 

La sorprendente Marie‑Elsa Sgualdo ha definito il film “una lettera d’amore alle donne invisibili” e un atto d’accusa verso le strutture che le hanno oppresse, e qui i responsabili di quelle strutture sono tutti uomini e la scarsa presenza delle donne non è solo un’eccezione ma una gentile concessione che serve a dare il necessario tocco di nobiltà di intenti nello scopo dell’esistenza dell’organizzazione. In un film che parla molto del distogliere lo sguardo - dalla violenza su Emma come dalla tragedia della guerra al confine – quello della giovane rappresenta la ribellione e la liberazione. Quello della interessante regista è quindi una dedica, è una celebrazione, è una esortazione. Il film non assume mai i contorni di un melodramma, al contrario è un dramma senza manierismi e orpelli per puntare dritto al cuore del carattere e del destino di una piccola eroina, un dramma anche asciutto (anche da lacrime, eccettuate quelle pochissime che la protagonista trattiene a stento quando il mondo le cade addosso), dove parlano i visi dei personaggi. Molti silenzi, non molti dialoghi, soprattutto ad opera di Emma, che lavora tanto con lo sguardo: un’espressività difficile da riscontrare in altre giovani attrici. La ventenne Lila Gueneau spicca per precisione e incisività, strabiliante interprete di un ruolo di certo non facile perché eccedere o sottrarre troppo avrebbe rovinato la prestazione, che invece è notevolissima. Per nulla conosciuta in campo internazionale e con qualche esperienza precedente, la giovane si afferma come sicura futura attrice di talento, perché le doti sono evidente. Mi ha molto impressionato e gran parte del merito della riuscita del film dipende dalla sua bravura. Bellissima anche la fotografia: limpida, dai colori luminosi e dalle immagini ben definiti.

 

 

Marie‑Elsa Sgualdo è  una regista interessante e dirige bene attori preparati con una crew competente: il film è proprio una bella sorpresa, gratificato da 1 premio e 10 candidature meritate.

 


 
 
 

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