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Loveless (2017)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 21 ott 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Aggiornamento: 20 gen 2021



Loveless

(Nelyubov) Russia/ Francia/Germania /Belgio 2017 dramma 2h17’

Regia: Andrey Zviagintsev

Sceneggiatura: Oleg Negin, Andrey Zviagintsev

Fotografia: Mikhail Krichman

Montaggio: Anna Mass

Musiche: Evgueni Galperine, Sacha Galperine

Scenografia: Andrey Ponkratov

Maryana Spivak: Zhenya

Aleksey Rozin: Boris

Matvey Novikov: Alyosha

Andris Keiss: Anton

Marina Vasileva: Masha

Aleksej Fateev: Ivan

TRAMA: Zhenya e Boris sono una ex coppia alle prese con un brutto divorzio. Entrambi hanno già nuovi compagni e sono desiderosi di lasciarsi il passato alle spalle, anche se ciò significa abbandonare il dodicenne figlio Alyosha. Dopo avere assistito a uno dei violenti litigi dei genitori, Alyosha scompare nel nulla.

Voto 8




Diretto dal russo Andrey Zviagintsev e sceneggiato dallo stesso con Oleg Neguine, il film racconta le conseguenze della fine di un matrimonio in un bambino di dodici anni, figlio della coppia. Boris e Zhenya sono sul punto di divorziare e, poiché nessuno dei due desidera fare un passo indietro e quindi lasciare molto all'altro, hanno deciso di vendere anche il loro appartamento. Entrambi hanno già lo sguardo proiettato al futuro: Boris fa coppia con una giovane donna già incinta e Zhenya frequenta un uomo ricco, che è pronto a sposarla. Nessuno dei due pensa al bene di Alyosha, il figlio di dodici anni che hanno avuto insieme. Almeno fino al giorno in cui il ragazzino scompare praticamente nel nulla.



Il cinema di Andrey Zviagintsev è, se così si può definire, impietoso, glacialmente realistico, spietatamente realizzato con la cupa fotografia di Mikhail Krichman fatta dell’acciaio e cristalli della Russia moderna. Ma soprattutto metaforico, guardando la società in cui vive. Ne aveva dato un assaggio con il pur bello Leviathan (recensione) anche se ambientato in una zona del Paese più povera e ancora sovietizzata: lì il potere sovrastava le minime esigenze della popolazione, qui la ricchezza del ceto medio trascura gli aspetti umani e dei rapporti familiari, fino a trascurare cinicamente i bisogni affettivi di un figlio considerato ormai un soprammobile della casa che stanno svendendo ed un ostacolo ai loro futuri progetti. Per loro, negli ultimi anni è un fantasma in casa, accecati dalla battaglia psicologica che stanno conducendo non lo considerano più, come un fastidio, e il piccolo ometto tutto ciò lo avverte e, soffrendone, reagisce a su modo.



È straziante osservare come ancora una volta un figlio non venga per nulla considerato nelle guerre coniugali e solo quando sparisce diventa una preoccupazione, anzi addirittura anche una perdita di tempo per i progetti personali. È implacabilmente la fotografia di una nazione che ha smarrito l’umanità, che guarda al profitto, che ha travestito il comunismo reale in quello mascherato, in cui ognuno ha occhi solo per i propri interessi. Ma tant’è, i due vengono coinvolti per forza nelle indagini della polizia e si spazientiscono ancora di più.



Infatti, nella ricerca effettuata per la sparizione del piccolo Alyosha, sono proprio i genitori che si dimostrano poco preoccupati e la polizia, burocratica come ai tempi sovietici, è altrettanto fredda e lenta: solo una organizzazione di volontari, come spesso succede, può aiutarli seriamente. Il finale sospeso acuisce la situazione di incertezza e di vuoto. Resta solo l’urlo sordo e angosciante del ragazzino dietro la vetrata.

Candidature in tutto il mondo, comprese quelle per l’Oscar, i Golden Globe e Cannes.



 
 
 

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