Mani nude (2024)
- michemar

- 5 giorni fa
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Mani nude
Italia 2024 noir drammatico 1h24’
Regia: Mauro Mancini
Soggetto: Paola Barbato (romanzo)
Sceneggiatura: Davide Lisino, Mauro Mancini
Fotografia: Sandro Chessa
Montaggio: Gianluca Scarpa
Musiche: Dario Faini
Scenografia: Stefano Giambanco
Costumi: Camilla Giuliani
Francesco Gheghi: Davide
Alessandro Gassmann: Minuto
Fotinì Peluso: Eva
Giordana Marengo: Giulia
Paolo Madonna: Puma
Renato Carpentieri: Amato
TRAMA: Un ragazzo di buona famiglia viene rapito da una misteriosa organizzazione e costretto a lottare a mani nude in combattimenti clandestini estremi, che si possono concludere in un solo modo: con la morte di uno dei contendenti.
VOTO 6

L’inizio è scioccante: dopo alcune scene di baraonda giovanile in una discoteca a tutto volume, un giovane, Davide (Francesco Gheghi) esce poco lucido da una porta secondaria per urinare nel retro del locale ma non riesce neanche ad abbassare la cerniera dei pantaloni che viene assalito da due uomini incappucciati, stordito con un panno narcotizzante e caricato malamente sul cassone di un camion, che riparte a velocità sostenuta. Lui, appena ripresosi, urla a pieni polmoni chiedendo aiuto e spiegazioni e in risposta comincia ad essere colpito molto duramente da un individuo che è nello stesso vano. Così, senza motivo o spiegazione. Quando il mezzo raggiunge la meta, cava di sabbia dove gira continuamente in tondo attendendo la fine della rissa, è ricevuto da un uomo, Minuto (Alessandro Gassmann), che è in attesa della fine del massacro, convinto di veder uscire il suo esecutore vincitore: ed invece, seppure molto malconcio, ne scende solo il giovane, che, per difendersi, è riuscito ad uccidere il temibile avversario, il truce e noto nell’ambiente Legionario, un tizio praticamente imbattibile.


Davide viene condotto quindi su una nave dove viene tenuto imprigionato insieme ad altri uomini che vengono allenati costantemente per partecipare a combattimenti clandestini a mani nude, dove non è previsto il perdente, per il semplice e terribile motivo che per vincere bisogna uccidere il proprio avversario. Minuto, il loro guardiano, controlla tutto e tutti, cominciando a tenere d’occhio l’ultimo arrivato considerando la notevole impresa che aveva compiuto, il quale nel frattempo stringe amicizia con Puma (Paolo Madonna), un ex spacciatore che ha contratto un grosso debito. Questi è tra i combattenti di grado più alto, che hanno più possibilità di estinguere il proprio debito ed essere quindi liberati. Questo è l’incipit di un film per molti tratti crudo e violento e, per ora, molto misterioso.


Chi è l’organizzazione che ha rapito il giovane? Perché proprio lui è stato scelto per essere costretto a partecipare ad incontri di lotte clandestine dove non sono previsti superstiti alla sconfitta? L’agghiacciante spiegazione è data presto da quell’omone che mette paura e che fa da aguzzino e allenatore chiamato Minuto (un nome di battaglia come ce l’hanno tutti in quell’ambiente): “A volte capita di incontrare la gente sbagliata. Stanotte è toccato a te.” In altre parole, hanno beccato Davide casualmente, rapito nei pressi della discoteca solo per tenere allenato il campione Legionario, ma siccome a sorpresa lui è rimasto vivo, ora hanno pensato bene di allevarlo per una serie indeterminata di incontri. Indeterminata nel numero e nel tempo: tutto dipende quanto resisterà prima di essere ucciso, incontri da tenersi in luoghi segreti in paesaggi post-industriali che ricordano parecchio sia il paradigmatico Fight Club di Fincher sia il parallelo Solo Dio perdona di Refn, imparentati dallo stesso buio, fotografia dai colori acidi e luci al neon in ambienti d’acciaio e umidi. Un mondo dove non c’è via d’uscita, in cui si è dimenticati da tutti, familiari compresi che ti danno per scomparso, tenuti in celle da terzo mondo. Si mangia, ci si allena, si dorme e si combatte. E si combatte ancora se sopravvissuti all’incontro precedente. Non c’è futuro, non c’è più passato, c’è solo il prossimo incontro dove scommettitori numerosi accorrono sperando di fa soldi, sotto la sorveglianza di Minuto e la supervisione di Amato (Renato Carpentieri), il capo dell’organizzazione che, tra l’altro, tiene ancora sotto ricatto il severissimo sorvegliante-allenatore-aguzzino.


Davide fa molta fatica, ovviamente, a capire dove è capitato ma capisce molto presto che deve adeguarsi, aiutato da una naturale propensione per quella lotta disumana, riuscendo ad arrivare ad essere il migliore. Fin quando un giorno. È qui che, inaspettatamente, il film cambia tono e registro. C’è, in pratica, una seconda parte che pare un’altra storia, come se il pezzo di vita visto fino adesso è un lontano ricordo dell’esistenza precedente, diventando quindi la terza vita di Davide, il quale trova incredibilmente un secondo padre proprio in Minuto, che lo mette in guardia sui pericoli che lo circondano ora. La vera svolta è però la conoscenza e l’amore del giovane con una bellissima ragazza che conosce al servizio di un bar, Eva (Fotinì Peluso). In questo tipo di storie e di vite vissute male nei bassifondi dell’anima, il sentimento sincero e contraccambiato verso una donna ha mai cambiato per davvero il corso della vita sbagliata e ha salvato l’eroe che vuole redimersi?


Mauro Mancini, al suo secondo lungometraggio (se si esclude l’esordio di un film costruito su 13 brevi episodi, Feisbum – Il film), fa capire che il tema che predilige è quello della violenza, nella sua forma più urbana. Dopo, quindi, Non odiare del 2022, sempre con Gassmann, rieccolo affacciarsi sullo stesso argomento ma in misura più pesante e più specificatamente in un mondo suburbano che sa di nero plumbeo. Come ha specificato, a lui non interessa la violenza in sé, ma piuttosto, in senso antropologico da dove proviene, dove nasce questa voglia di violenza. Lontano dall’idea del maestro Haneke (che filmava la violenza solo perché insita nell’uomo), questo regista ci illustra un mondo tetro e disumanizzante dove la carne da macello si batte alla morte perché vince solo chi riesce ad ammazzare il proprio avversario, come novelli gladiatori da mors tua vita mea, in un girone infernale dove non si salva nessuno, né vinto né vincitore. Dove ha il medesimo destino lo schiavo e il guardiano, i quali solo assieme trovano uno spiraglio di luce, eppure neanche quella sarà la loro salvezza, perché in fondo alla strada che stanno cercano entrambi c’è solo incertezza.


Adattando molto liberamente il romanzo di Paola Barbato (che anni fa ne ha fatto anche una riduzione in fumetti), Mancini elabora e fa proprio un racconto nero ricordandoci quanta violenza ci sia sempre anche se non ce ne accorgiamo. Il suo intento è indagare la violenza che sta pian piano invadendo ogni angolo della nostra società e che sembra ormai riguardare tutti: i notiziari, a questo proposito, ne sono pieni e ci salviamo mentalmente solo non facendoci molto caso, salvo quando non ci interessa da vicino. Il lavoro del regista è soddisfacente, nonostante qualche difetto di trama poco credibile ma poco influente perché non incide sulla complessità del risultato e della visione. Come, per esempio, può risultare incredibile che un giovane di buona famiglia benestante sia in grado nel giro di qualche tempo (non calcolabile in quella prigionia, né viene scandito) di passare dalla vita comoda a quella di un picchiatore assassino, fino a farlo diventare una bestia che, nel momento migliore del cambiamento, uccide quasi involontariamente, tanto è diventato una macchina killer. Oppure la facilità con cui Eva si innamora di lui. Nel complesso, in compenso, il film si dimostra appassionante, ammesso di resistere ad una prima parte tanto brutale, ma anche inevitabile altrimenti non reggerebbe l’indagine preposta.


Violenza e (im)possibilità di redenzione, seppure quest’ultima ricercata e piccolo barlume in una storia che non scade mai nei sentimentalismi, né nella compiacenza del violento, ma dimostrando quasi che esista una circolarità tra il Male e la Salvezza, da cui si va e si torna, come Davide, in arte Batiza e fuori Andrea, e Minuto. Il regista tiene però a precisare il suo punto di vista quando dice che non è un film violento, bensì è la ricerca della provenienza della violenza e che è interessato alla disumanizzazione dei personaggi. È, quindi, un percorso che ha aperto con il film precedente e che intende continuare. Affidabile come consueto Alessandro Gassmann, a cui critico solo di aver recitato con frasi troppo stentoree e con una pronuncia troppo “pulita” laddove mi sarei aspettato (ma questa è una scelta di chi dirige) un italiano molto sporco e con cadenze dettate dall’ambiente. Francesco Gheghi cresce, e bene. Non l’ho molto apprezzato nella prima parte dove lo vedo fuori ruolo come interpretazione ma nella seconda viaggia alto e dimostra che ha un futuro assicurato. Fotinì Peluso è sempre più una nota piacevole e sicura. Da notare che i due attori hanno dovuto seguire una dieta adeguata a ingrassare e mettere su muscoli: Gheghi ha preso 10 chili e Gassmann ne pesava 100, compreso tre mesi di allenamento.


In definitiva, un film che esce dal solito ventaglio di offerte mediocri del cinema italiano - fatta ovviamente eccezione per le eccellenti opere dei nostri migliori autori - specialmente per il fatto che tratta di un argomento abbastanza poco esplorato, ben messo in scena da un regista interessante e interpretato da due attori adatti che già si conoscevano dai tempi di Mio fratello rincorre i dinosauri.
Buon film.






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