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Mank (2020)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 15 dic 2020
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 14 nov 2023


Mank

USA 2020 biografico 2h11’


Regia: David Fincher

Sceneggiatura: Jack Fincher

Fotografia: Erik Messerschmidt

Montaggio: Kirk Baxter

Musiche: Trent Reznor, Atticus Ross

Scenografia: Donald Graham Burt

Costumi: Trish Summerville


Gary Oldman: Herman J. Mankiewicz

Amanda Seyfried: Marion Davies

Lily Collins: Rita Alexander

Charles Dance: William Randolph Hearst

Arliss Howard: Louis B. Mayer

Tom Pelphrey: Joseph L. Mankiewicz

Sam Troughton: John Houseman

Ferdinand Kingsley: Irving Thalberg

Tuppence Middleton: Sara Mankiewicz

Tom Burke: Orson Welles

Joseph Cross: Charles Lederer

Jamie McShane: Shelly Metcalf

Toby Leonard Moore: David O. Selznick

Leven Rambin: Eve


TRAMA: Victorville, California, 1940. Lo sceneggiatore alcolizzato Herman J. Mankiewicz, temporaneamente infermo a causa di un incidente, si isola nel mezzo del deserto del Mojave con due assistenti per dar vita a uno script commissionato da Orson Welles, ventiquattrenne talento del teatro a cui la RKO ha dato carta bianca. Mankiewicz, detto Mank, cerca ispirazione tra i ricordi e rievoca eventi degli anni precedenti, che lo hanno visto spesso ospite del magnate William Randolph Hearst e al servizio del capo della MGM Louis Mayer. Tra questi le elezioni del 1934 per il governatore dello Stato, in cui simpatizzava per il candidato democratico dalle tendenze socialiste Upton Sinclair, apertamente osteggiato da Hearst e Mayer.


Voto 9


La realizzazione di un film è stata raccontata e filmata solo qualche volta, con riprese sul set o in fase di preparazione e ha avuto sbocco in alcuni documentari (non molti in verità) creati appositamente per spiegare la genesi di pellicole che hanno avuto grande notorietà e fortuna. Ma si è pur sempre trattato appunto di documentari, più noti in lingua anglosassone con il termine di making of. Tra i più celebri si possono ricordare Viaggio all’inferno, girato sul set difficilissimo di Apocalypse Now firmato da tre registi, tra cui la moglie di Coppola stesso, Making The Shining, opera di Vivian Kubrick, figlia del grande Maestro, e pochi altri. Sempre documentari, però. Invece l’idea di David Fincher è stata quella di girare addirittura un vero e proprio film sul tema e precisamente sulla nascita travagliata di una delle pietre miliari della Storia del Cinema: Citizen Kane, provincialmente presentato in Italia con il titolo di Quarto potere, penso perché con questa scelta si voleva dare maggior risalto al potere di cui gode un influente editore dell’informazione e il condizionamento dell’opinione pubblica conseguente – concetto ancora oggi validissimo – rispetto alla figura centrale del protagonista del film del geniale Orson Welles che puntava a raccontarne le vicende umane, la ricchezza ereditata, l’ascesa sociale e la morte solitaria nell’enorme castello costruito sull’oceano. Un film su un film, quindi, quello di Fincher. Un film che ci narra in maniera doviziosa tutti i passi dell’ambizioso progetto.

Il personaggio su cui gira l’intera opera è l’autore della sceneggiatura, Herman J. Mankiewicz, fratello maggiore del più noto regista Joseph L. Mankiewicz. Herman, giornalista, critico teatrale di New York, sceneggiatore, fu un uomo contraddistinto da un carattere polemico, ribelle e non malleabile, pieno di idee alquanto rivoluzionarie per il cinema di allora, dotato enormemente per la scrittura e noto per il cinismo delle sue folgoranti battute, stilettate avvelenate da sarcasmo ben mirato, nell’ambiente falso e ipocrita della Hollywood nel periodo del passaggio tra il muto ed il sonoro, momento storico in cui quindi la sceneggiatura e i dialoghi divennero improvvisamente importanti. Orson Welles lo descriveva così: “Il sistema produttivo delle grandi case di produzione spesso faceva sentire gli sceneggiatori dei cittadini di seconda classe, per quanto buona fosse la paga. Si sfogavano ridendoci sopra, naturalmente; quando Hollywood era ancora un posto divertente, in buona parte era merito loro. Ma sostanzialmente, molti di loro erano amareggiati e delusi. E nessuno era più amareggiato, più deluso, e più divertente di Mank… Un perfetto monumento all’autodistruzione.” Infatti, incurante delle relazioni importanti che lo potevano agevolare nella sua carriera, era dedito all’alcol (praticamente ubriaco ad ogni ora del giorno), aveva il vizio del gioco d’azzardo (scommetteva su tutto, pure nelle situazioni istantanee) e aveva preso di mira il personaggio tra i più importanti e influenti di quegli anni, il magnate William Randolph Hearst, obiettivo sia di alcuni sue opere teatrali che del colossale film di Welles, traendo spunto da molte sue esperienze personali e dalla sua conoscenza diretta con l'editore. Di Hearst e della sua eccentrica vita ho già fatto cenno nelle mie riflessioni di Quarto potere (qui): egli fece il possibile per ostacolare la realizzazione del film, causando però maggiore pubblicità per la pellicola. Esemplificativo del comportamento di Mankiewicz è l’episodio di quando, mentre era critico teatrale per il “Times”, collassò ubriaco sulla macchina da scrivere lasciando a metà la stroncatura di un’attrice raccomandata proprio da quell’uomo potente.

La magistrale regia di David Fincher e la straordinaria sceneggiatura del padre Jack (morto nel 2003), scritta negli anni ’90, fanno scaturire un film di enorme valore e importanza, sia per la meticolosa ricostruzione della nascita del film-esordio dell’”uomo venuto dall’Est” sia per la esauriente descrizione della vita di Mankiewicz, per tutto l’ambiente Mank. Una sceneggiatura affascinante densa di dialoghi fulminati e illuminanti, con personaggi descritti alla perfezione che abitano un’ambientazione da favola. Il tutto fotografato in maniera esaltante dalla felicissima mano di un regista in stato di grazia, che sa adattare perfettamente la sua predisposizione per il thriller ad una biografia molto interessante mediante inquadrature bellissime dotate da una fotografia sfolgorante e nello stesso tempo pastosa, in bianco e nero, a volte in controluce come per aumentarne la forza storica e rievocativa, opera ammirevole di Erik Messerschmidt; piani sequenza per le strade degli studios hollywoodiani che hanno il sapore del cinema di una volta; ritmo sostenuto appunto come un giallo di cui Fincher è un maestro assoluto. Opera che lambisce il ricordo di una figura che diventerà carismatica, quella di Orson Welles, evocato come un fantasma di cui si parla sempre ma che compare solo ad un certo punto, per poi sparire fugacemente dopo una sfuriata nevrotica, figura incombente che attende impaziente l’elaborazione del lavoro di Mank, il quale - sempre a letto con una gamba ingessata per via di una brutta frattura e relegato in una casa nel mezzo del deserto del Mojave per costringerlo a lavorare a pieno ritmo e senza alcol (pia illusione) - detta la sceneggiatura ad una stenografa-dattilografa che lo asseconda in ogni sua volontà e in ogni suo capriccio. L’architettura narrativa viene costruita in due tronconi, con un robusto flashback raccordato in più riprese nelle due ore di visione: la forzata permanenza del protagonista e delle persone messe a sua disposizione in quella casa lontana dalla città e la sua biografia di sceneggiatore in una Hollywood tumultuosa di affari, licenziamenti, cene, feste sfarzose nel sontuosa villa di Hearst (ricordate il megalattico castello di Kane?), insomma quella parte di vita precedente vissuta in un ambiente che Mankiewicz criticava e che a sua volta cercava di isolarlo.

In mezzo a tanti attori, tra cui la solita civettuola Lily Collins che fa da compiacente collaboratrice e Amanda Seyfried nel ruolo della diva protetta e amante del magnate Hearst, emerge un attore che va oltre ogni attesa: Gary Oldman. Se era stato giustamente esaltato nel ruolo di Churchill e pertanto premiato con ogni riconoscimento, qui va ancora più in alto e fornisce la prova definitiva della sua maturazione artistica. La sua recitazione, fondamentale per la riuscita del film, diventa una performance imponente quanto il film, domina la scena per tutta la durata, da ubriaco e da sobrio, da scrittore e da provocatore sociale, amante delle famose citazioni altrui, a partire - durante una delle cene in cui gli astanti avrebbero fatto a meno di averlo come conviviale - da quando ricorda, sempre con il suo spirito ribelle anche in campo sociopolitico, una delle frasi celebri dell’iconico premier britannico Winston Churchill (quasi un’autocitazione, dato il ruolo precedente dell’attore vincitore dell’Oscar): “Il capitalismo è un'ingiusta ripartizione della ricchezza. Il comunismo è una giusta distribuzione della miseria.” Personalmente ero arrivato preparato alla visione dopo aver letto elogi magnifici sull’attore ma la sorpresa è stata superiore ad ogni previsione. Superlativo!

Una delle osservazioni più importanti che vanno fatte, a mio parere, è che però non è che si tratti veramente di un biopic, forse è solo un pretesto per Fincher, perché è un film che non si ferma a disegnare il protagonista ma va ben oltre. Il film è un tuffo nella Hollywood di cui abbiamo letto e sentito tanto, che sa spiegare perché e come Orson Welles, inizialmente lo sceneggiatore ufficiale, dovette alla fine accettare il compromesso e risultare colui che aveva corretto la bozza originale del nostro protagonista. Che, come viene spiegato nei titoli di coda, nonostante l’aiuto, la comprensione e il sincero affetto della moglie Sara, morì a soli 56 anni proprio per i suoi problemi con l’alcolismo e verrà ricordato solo per aver “collaborato” con Orson Welles alla sceneggiatura con cui vinse il premio Oscar nel 1942. Ed è anche uno di quei film in cui Hollywood ama rispecchiarsi, perché nel bene e nel male si parla di quel mondo a parte, dove tutto è fiction ma verosimile, dove prendono il volo stelle e precipitano meteoriti dimenticate, dove i sogni diventano realtà. Dove si disegnano parabole che si innalzano verso il cielo e ripiombano pesantemente al suolo, spesso tra l’indifferenza di chi prima esultava. Più o meno come successe per il celebrato protagonista di questo grandissimo film, a cui difficilmente (per quello visto fino adesso) sfuggiranno diversi Oscar nella primavera del 2021.

Il mio voto finale è più alto del giudizio obiettivo, perché devo premiare la recitazione di un immenso Gary Oldman.

Riconoscimenti

2021 - Premi Oscar

Migliore fotografia

Migliore scenografia

Candidatura per il miglior film

Candidatura per il miglior regista

Candidatura per il miglior attore a Gary Oldman

Candidatura per la migliore attrice non protagonista ad Amanda Seyfried

Candidatura per la migliore colonna sonora

Candidatura per i migliori costumi

Candidatura per il miglior trucco e acconciatura

Candidatura per il miglior sonoro

2021 - Golden Globe

Candidatura per il miglior film drammatico

Candidatura per il miglior regista di un film

Candidatura per il miglior attore in un film drammatico a Gary Oldman

Candidatura per la miglior attrice non protagonista in un film ad Amanda Seyfried

Candidatura per la miglior sceneggiatura

Candidatura per la migliore colonna sonora



 
 
 

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