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Mike Nichols (1931 - 2014)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 11 ott 2019
  • Tempo di lettura: 4 min

No, questa volta non scrivo di un film, anzi questa volta non scrivo ma ricopio un bellissimo articolo di Mauro Gervasini che dedicò un adeguato pezzo su un grande regista non sufficientemente capito e amato dal grande pubblico, che vede e apprezza i suoi film senza mai pensare a chi lo ha realizzato. Lo pubblico qui affinché mi rimanga a portata di mano e che lo possiate leggere anche voi. Per apprezzare per sempre Mike Nichols, un regista enorme.


A Mike Nichols nessuno dedica monografie. Non è bizzarro? Forse perché ha cento stili, un eterogeneo pubblico di riferimento e si trova perfettamente a proprio agio con i generi più disparati. Dalla commedia (Comma 22, Due uomini e una dote) al dramma personale (A proposito di Henry), dalla pochade sentimental-filosofica (Closer) fino addirittura all’horror (il sottostimato Wolf). Al secolo Michael Igor Peschkowsky, ebreo russo nato a Berlino e fuggito negli Stati Uniti a soli nove anni, rimasto orfano a dodici, Nichols è uno dei più autentici figli dell’America del 900, quella dove “ci si fa da sé”, senza l’aiuto di nessuno, con sullo sfondo tragedie storiche da romanzo ottocentesco. L’imprintig è quindi quello del profugo, dell’apolide suo malgrado che tuttavia sogna (e raggiunge) un riscatto nella terra delle opportunità. Senza per questo rimanere cieco di fronte alle contraddizioni della patria acquisita. Sono tanti gli artisti come lui, figli di un’Europa devastata, che dell’America hanno saputo vedere cose che altri... Pensate a Milos Forman e ai suoi Ragtime, Hair... Nichols uguale, e da prima. Il suo nome resterà sempre legato soprattutto a un film: Il laureato. Che lanciò una star (Hoffman) consacrò una attrice strepitosa sulla quale già John Ford aveva visto giusto (Anne Bancroft) e trascrisse in immagini quel malessere apparentemente interiore, e invece tutto politico e generazionale, che sarebbe poi diventato il 68 americano, la contestazione degli anni 70, la Nuova Hollywood, la ribellione contro i simboli e i miti di un consumismo e di un benessere frustranti, spesso edificati sulla vita degli altri. Il laureato è la prima scintilla di un discorso complesso, ambizioso, perfino rigoroso che rende omogeneo il cinema di Nichols, nonostante la sua sfuggevolezza di facciata.


Il regista è tra i pochi a ragionare sempre e comunque sull’esprit du temps, sui fenomeni di costume, con uno sguardo ora radicale ora solo accennato alle dinamiche sociali, alle relazioni tra vita pubblica e privata. La sua opera è un grande affresco in divenire sullo stato delle cose americane, cose che riguardano le abitudini (per esempio quelle sessuali maschili di Conoscenza carnale) o le mutazioni epocali dei ruoli. Non dimentichiamo il suo film degli anni 80, Una donna in carriera (Working Girl). Non un capolavoro, oggi certamente datato nei dialoghi e nelle situazioni, ma allora al centro del dibattito sul ruolo della donna in una società di uomini, in grado di essere “in carriera” solo diventando lei stessa “un uomo” senza scrupoli. Ecco, Nichols anche sul confronto tra sessi è stato spietato e intelligente. Uno dei suoi ultimi film si intitola Closer (“più vicino”) ma in realtà i protagonisti e le protagoniste del suo cinema hanno raramente una vera sintonia. Dalla siderale distanza tra Hoffman e la Bancroft in Il laureato a quella esemplare tra Jack Nicholson e Meryl Streep in Heartburn - Affari di cuore, a quella che rende paradossalmente possibile il perdurare di una relazione rovinata dai tradimenti in I colori della vittoria, dove le vicende del politico John Travolta e della moglie Emma Thompson riflettono le reali baruffe dei coniugi Clinton, allora alla Casa Bianca.


E un altro punto di forza è sempre stato quello di non privilegiare mai, in un simile percorso, lo sguardo maschile. Nichols è stato infatti un grande narratore di storie di donne, come dimostrano Silkwood con la Streep, sulla vicenda dell’operaia dell’Oklahoma che denunciò al “New York Times” le devastanti condizioni di lavoro cui erano sottoposte lei e le colleghe; oppure Cartoline dall’inferno, tratto dalla traumatica biografia di Carrie Fisher. Infine, altro tema caro al regista, l’antimilitarismo militante, trattato però in chiave umoristica, un po’ alla Altman di M.A.S.H., pur senza il talento per la polifonia e l’affresco tipico del maestro. Comma 22, sui paradossi e le follie dei regolamenti militari e delle regole di ingaggio, lo conoscono tutti. Spiace invece che sia dimenticato Frenesie militari (in originale Biloxi Blues, dal nome del luogo che ospita l’accademia militare), tratto da un testo autobiografico di Neil Simon, una commedia molto amara ambientata tra le reclute con tutto l’armamentario di luoghi comuni del genere (compreso l’ufficiale bastardo, interpretato da Christopher Walken), ma trattata con un umanesimo di fondo che rende autentica la definizione dei vari personaggi. Nichols è oltretutto un regista di attori, nel senso che riesce a cavare il meglio da ognuno di loro. Ha saputo tenere lontani Nicholson, Meryl Streep e Hoffman dagli eccessi della loro arte, ha giocato in maniera sopraffina con la diversità di approccio di Jude Law, Julia Roberts, Clive Owen e Natalie Portman, e ora torna alla carica di nuovo con la Roberts in un ruolo ambiguo e difficile, quello della riccona texana a proprio agio tra gli intrighi politici in La guerra di Charlie Wilson. Il Charlie del titolo, deputato americano che negli anni 80 aiutò la resistenza afghana a scacciare l’Armata rossa, è interpretato da Tom Hanks, che sul regista condensa il giudizio in una frase: «Per un attore, è la persona che vorresti sempre dietro la macchina da presa».

 
 
 

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