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Morte di un commesso viaggiatore (1985)

Immagine del redattore: michemar
michemar
26 ago
Tempo di lettura: 4 min

Morte di un commesso viaggiatore

Death of a Salesman

USA 1985 dramma teatrale 2h16’

 

Regia: Volker Schlöndorff

Soggetto: Arthur Miller (pièce)

Sceneggiatura: Arthur Miller

Fotografia: Michael Ballhaus

Montaggio: Mark Burns, David Ray

Scenografia: Tony Walton

Costumi: Ruth Morley

 

Dustin Hoffman: Willy Loman

Kate Reid: Linda Loman

John Malkovich: Biff Loman

Stephen Lang: Hap “Happy” Loman

Charles Durning: Charley

Louis Zorich: Ben Loman

David Chandler: Bernard

Jon Polito: Howard Wagner

Kathy Rossetter: la donna di Boston

Tom Signorelli: Stanley

Linda Kozlowski: Mrs. Forsythe

Karen Needle: Letta

Anne McIntosh: Jenny

Michael Quinlan: cameriere

 

TRAMA: Willy Loman ha trascorso tutta la sua vita credendo che lui e la sua famiglia sarebbero saliti al potere, sarebbero stati ricchi e sarebbero stati molto felici. Ora, invec, è sul punto di perdere il lavoro.

 

VOTO 8

 

 

Tramutare un’opera teatrale, per giunta maestosa, in un film pur se per la TV è un’impresa titanica, perlomeno se si vuol mantenere il fascino e la pregnanza della pièce originaria, firmata da cotanto autore. Uno dei più celebri drammi da palcoscenico che ha visto nella storia del teatro i più grandi attori provare a rendere palpabile la magnificenza del teatro stesso e dello scrittore.

 

 

L’operazione è condotta da un eccellente regista tedesco che affronta per la prima volta un soggetto americano: nel 1985 Volker Schlöndorff porta sullo schermo l’argomento restituendo ad Arthur Miller la sua tragedia americana con una fedeltà rara: il testo non viene toccato, la struttura teatrale rimane intatta, e la macchina da presa diventa un’estensione della mente di Willy Loman, un uomo che scivola lentamente fuori dalla realtà. Dustin Hoffman, già acclamato nella versione teatrale del 1984, offre una delle interpretazioni più radicali della sua carriera: un Willy piccolo, nervoso, vulnerabile, esattamente come Miller l’aveva immaginato. Accanto a lui, John Malkovich scolpisce un Biff di intensità magnetica, trasformando il conflitto padre‑figlio nel cuore pulsante del film. Il risultato è un’opera televisiva che ha la forza di un grande film, premiata con Emmy e Golden Globe, e ancora oggi considerata una delle migliori trasposizioni di un classico del teatro americano.

 

 

Willy Loman, commesso viaggiatore sessantenne, torna a casa dopo un viaggio di lavoro fallimentare. È stanco, confuso, incapace di accettare che la sua carriera sia ormai al tramonto. La moglie Linda lo sostiene con devozione, ma percepisce che Willy sta perdendo contatto con la realtà. I due figli, Biff e Hap, vivono ancora nell’ombra delle aspettative paterne: Biff, ex promessa dello sport, è un uomo irrisolto che non riesce a trovare una direzione; Happy si rifugia in un ottimismo superficiale e in conquiste senza valore. Willy alterna presente e passato, ricordi e allucinazioni: rivede il fratello Ben, simbolo del successo che non ha mai raggiunto, e rivive episodi della giovinezza dei figli, quando credeva che il loro futuro sarebbe stato luminoso.

 

 

Il rapporto con Biff esplode quando il figlio gli rivela di aver scoperto la sua relazione extraconiugale anni prima: da quel momento, il mito del padre si era frantumato. Willy, incapace di accettare la verità, insiste nel sogno americano del successo a ogni costo. Quando perde definitivamente il lavoro, precipita nella disperazione. Convinto che l’unico modo per aiutare la famiglia sia lasciare un’assicurazione sulla vita, decide di togliersi la vita. Il film si chiude con il funerale: pochi presenti, nessun riconoscimento, solo Linda che ripete “Siamo liberi… liberi”, mentre Biff comprende che l’unica via d’uscita è abbandonare le illusioni paterne.

 

 

Schlöndorff affronta Miller con un rispetto quasi sacrale, ma non si limita a filmare il teatro: usa la grammatica cinematografica per entrare nella mente di Willy, costruendo un flusso continuo tra presente e memoria. Le “mobile occurrences” di Miller (espressione usata da Arthur Miller per descrivere la struttura, cioè i ricordi soggettivi che invadono la realtà) diventano sequenze visive di grande efficacia, rese possibili anche dalla fotografia di Michael Ballhaus, che modella luci e spazi come fossero stati d’animo. La regia è sobria, controllata, e proprio per questo potentissima: non cerca di modernizzare il testo, non lo rende più “cinematografico” del necessario. Lascia che siano gli attori a portare il peso emotivo della storia.

 

 

Hoffman non interpreta Willy: lo incarna. La sua fisicità minuta, la voce che si spezza, la fragilità che emerge in ogni gesto restituiscono il “piccolo uomo” immaginato da Miller, lontano dalle letture più titaniche di Lee J. Cobb. Hoffman è devastante nei momenti di confusione mentale, ma ancora più potente nei silenzi, quando il fallimento diventa un peso fisico. È una prova da antologia, premiata con Emmy e Golden Globe. John Malkovich offre un Biff di rara complessità: rabbioso, ferito, incapace di liberarsi dal padre e allo stesso tempo desideroso di farlo. La scena del confronto finale è uno dei vertici del film: Malkovich non cede alla retorica, mantiene un’intensità asciutta, quasi dolorosa. Anche lui premiato con l’Emmy, meritatissimo.

 

 

Il film è un esempio di come si possa trasporre un testo teatrale senza tradirlo, anzi amplificandone la forza. Schlöndorff dirige con intelligenza, Hoffman e Malkovich scolpiscono due interpretazioni memorabili, e Miller ritrova sullo schermo la sua tragedia più umana e crudele. Se ne scrivo così tanto bene il motivo è semplice: quando lo vidi in TV tanti anni fa ne rimasi sconvolto, sia per la drammaticità intrinseca, sia per la maiuscola prova di Dustin Hoffman, un attore qui immenso, come d’altronde altre volte, dato che proveniva da titoli storici come Papillon, Lenny, Tutti gli uomini del presidente, Il maratoneta, Kramer contro Kramer, Tootsie, per non parlare di Un uomo da marciapiede. Che attore!

 

 

Riconoscimenti

Golden Globe 1986

Miglior attore in miniserie o film per la TV a Dustin Hoffman

Candidatura miglior attrice non protagonista in miniserie o film per la TV a Kate Reid

Candidatura miglior attore non protagonista in miniserie o film per la TV a John Malkovich

Candidatura miglior miniserie e film per la TV

Emmy 1986

Miglior attore per miniserie Dustin Hoffman

Miglior attore non protagonista in miniserie John Malkovich

Miglior scenografia

Candidatura miglior colonna sonora

Candidatura miglior costumi

Candidatura miglior regia

Candidatura miglior produttori

Candidatura miglior montaggio

Candidatura miglior suono mixato

Candidatura miglior attore non protagonista in miniserie Charles Durning

 


 
 
 

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