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Mr. Klein (1976)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 21 gen 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Aggiornamento: 27 gen 2022


Mr. Klein

Francia/Italia 1976 dramma 2h3’


Regia: Joseph Losey

Sceneggiatura: Fernando Morandi, Franco Solinas (Costa-Gravas)

Fotografia: Gerry Fisher

Montaggio: Marie Castro, Henri Lanoë, Michèle Neny

Musiche: Egisto Macchi, Pierre Porte

Scenografia: Alexandre Trauner

Costumi: Colette Baudot, Annalisa Nasalli-Rocca


Alain Delon: Mr. Robert Klein

Jeanne Moreau: Florence

Francine Bergé: Nicole

Juliet Berto: Jeanine

Michael Lonsdale: Pierre

Suzanne Flon: portinaia

Massimo Girotti: Charles

Louis Seigner: padre di Robert

Magali Clément: Lola

Fred Personne: commissario

Michel Aumont: funzionario della prefettura


TRAMA: Robert Klein è un alsaziano agiato, intento ad arricchirsi ulteriormente nella Francia collaborazionista di Pétain. Il caso gli fa scoprire l'esistenza di un suo omonimo di origine ebrea, ricercato dalla polizia a causa delle leggi antisemite. Il suo destino è ormai segnato; a poco a poco il destino dell'altro Klein diventa il suo. Dopo un tentativo di emigrazione, Klein finisce invece sullo stesso treno piombato in partenza per un lager, insieme con il suo omonimo.


Voto 8

Il grandissimo Joseph Losey (mai sufficientemente celebrato e gratificato dagli appassionati di cinema d’oggi), forse un po’ troppo dimenticato, fu un autore prolifico, tanto da fargli dichiarare in una intervista, in cui gli si chiedeva quale sarebbe stata la sua più grande disgrazia, “Essere improduttivo”. Firmò 37 lungometraggi, tra alti e bassi, ma fu attivo in teatro, televisione, radio, sperimentando a fine carriera l’opera lirica al cinema in esterni con il Don Giovanni. Un vulcano. Inizialmente coccolato da Hollywood, fu perseguitato dalla famigerata HUAC (la commissione per le attività antiamericane) perché comunista e per questo girò anche fuori dai confini statunitensi, film con personaggi che lo rappresentavano in queste vicissitudini. Tra i tanti bellissimi film, il trittico che non bisognerebbe perdere è composto da Il servo, L’incidente e Messaggero d’amore e quelli in cui compare l’attore che meglio rappresenta la sua filmografia, Dirk Bogard che diresse per ben cinque volte.

Il film in oggetto vede in primo piano il viso serio e fermo di Alain Delon, in un ruolo kafkiano, misterioso e complesso. Spesso le sue opere si concentravano sul protagonista in maniera assoluta (vedi appunto Il servo) come proprio in questo caso ed è, come sempre, a interessargli il soggetto posto di fronte allo stato delle cose: il faccia a faccia che ne deriva è un conflitto, una guerra soprattutto con il sé, un’immagine allo specchio che semina dubbi e che non può far altro che raccogliere la sfida con se stessa. Alain Delon (che qui fu anche produttore) insegue una ragione e lotta per difendere il proprio io, ma è già un fantasma senza generalità. Il Mr. Klein di Delon si perde nel suo alter ego.

Robert Klein è un francese sulla quarantina che, nella Parigi occupata del 1942, se ne infischia della guerra e del dolore degli uomini. Ha solo una ossessione, essendo un maniacale collezionista di opere d'arte, vive in una lussuosa residenza e ha una giovane amante. Da incallito affarista, non esita ad assicurarsi a metà prezzo quadri antichi di cui qualche ebreo in difficoltà è costretto a disfarsi. La sua sicurezza di avvoltoio s'incrina il giorno in cui scopre l'esistenza d'un altro RobertKlein, un perfetto omonimo, verosimilmente un ebreo, il quale cerca di sottrarsi alle persecuzioni razziali attribuendogli la propria identità. Allarmato, Klein si rivolge alla polizia, ma così facendo attira su di sé forti sospetti. Nello sviluppo allarmante e sorprendente, con risvolti psicologici che prendono lentamente il sopravvento, influisce notevolmente il lavoro e la collaborazione all’unisono degli ottimi nomi del cast tecnico: la sceneggiatura di Franco Solinas e Fernando Morandi (prima fu offerta a Costa-Gravas) che si sviluppa come un thriller cospirazionista (non si dimentichi il momento storico e le delazioni di tanti francesi a danno dei concittadini ebrei); la fotografia di Gerry Fisher che decolora la scena rendendola in alcune sequenze quasi cadaverica, specialmente su quel viso pallido e bellissimo dell’attore, la cui fissità del volto ne aumenta la tensione, facendo preannunciare svolte drammatiche; le scenografie di Alexandre Trauner che danno continuamente l’idea dello svuotamento, man mano che dalle pareti i proprietari staccano dal muro i quadri che il Klein acquista; ed infine, da non trascurare come la musica di Egisto Macchi e Pierre Porte intervenga con note suggestive quasi da film horror. Il nazismo incombe, la polizia francese marca stretto, il cerchio si stringe, Mr. Klein si identifica vieppiù con il personaggio di cui si sta rivestendo.


Si avverte come a Losey interessava soprattutto accentuare il carattere livido (anche per merito della succitata fotografia) ma nello stesso tempo gelido, plumbeo e opprimente dell’atmosfera del racconto, che si concentra su quest’uomo senza qualità, che inizia la sua vicenda con la veloce trattativa per l’acquisto di una preziosa tela da un signore nei guai costretto a vendere rapidamente, per poi, poco dopo scoprire appunto l’esistenza di un altro uomo a lui somigliante, ma ebreo. C’è una progressiva e inarrestabile progressione della sostituzione identitaria che ricorda anche altri film, ad iniziare da L’inquilino del terzo piano di Roman Polanski: inevitabile andarci col pensiero ed è anche dello stesso anno. Il finale lascia interdetti, come un destino prefissato e ineluttabile, che però è opera dello stesso personaggio, che non ha avuto né la forza né la volontà di evitarlo, anzi, con la netta sensazione di essere da lui cercato, voluto, aggiungendo così proprio nelle sequenze terminali il massimo del senso kafkiano e metafisico. Che fine abbia fatto il reale omonimo non si sa, ma quella che fa lui lo vediamo chiaramente.


Il bellissimo film è un testamento, un’opera di morte, simile alle condanne che un emigrante di lusso come Joseph Losey ha subito dalla severa commissione che lo indagava. Presentato in concorso al 29º Festival di Cannes dello tesso anno, tutti si accorsero che Alain Delon fu a dir poco magistrale, memorabile, come forse mai, ma la giuria presieduta da Tennessee Williams premiò un egregio sconosciuto, mentre il film non vinse nulla perché in concorso quella volta era in gara anche Taxi Driver di Scorsese (amen!). E i problemi non finirono lì, in quanto una volta arrivato in sala, la pellicola passò inosservata e fu un flop totale. Tanto che Delon, in un’intervista, rivelò che: “Mr. Klein esiste perché l’ho voluto io, ho voluto finanziarlo ma è stato un insuccesso scioccante, che mi ha fatto perdere 300 milioni di franchi dell’epoca”. Scioccante e ingiusto.

Questo dramma-capolavoro sull’identità, relativo al più grande orrore umano dell’epoca contemporanea, andrebbe celebrato ad ogni anniversario, anche per regalare il giusto omaggio al suo grande autore, perché il qui mostrato clima antisemita è assimilabile a quello del maccartismo da lui subito.


 
 
 

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