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Occhi di Laura Mars (1978)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Occhi di Laura Mars

Eyes of Laura Mars

USA 1978 thriller 1h44’

 

Regia: Irvin Kershner

Sceneggiatura: John Carpenter, David Zelag Goodman

Fotografia: Victor J. Kemper

Montaggio: Michael Kahn

Musiche: Artie Kane

Scenografia: Gene Callahan

Costumi: Theoni V. Aldredge

 

Faye Dunaway: Laura Mars

Tommy Lee Jones: John Neville

Brad Dourif: Tommy Ludlow

René Auberjonois: Donald Phelps

Raúl Juliá: Michael Reisler

Frank Adonis: Sal Volpe

Lisa Taylor: Michele

Darlanne Fluegel: Lulu

 

TRAMA: Laura Mars lavora come fotografa a New York, nel campo della moda. Ad un certo punto la donna si rende conto di vedere la realtà attraverso gli occhi di un serial killer.

 

VOTO 6,5

 

 

Il lavoro di Irvin Kershner - che in seguito finì la carriera con L'Impero colpisce ancora (1980), Mai dire mai (1983) e RoboCop 2 (1990) - consiste in un thriller che unisce moda, arte e violenza in un immaginario visivo che appartiene profondamente alla fine degli anni ’70. È propriamente un lavoro tipico dei ’70, che si presenta come un oggetto pop e inquieto, costruito su un’estetica patinata che dialoga con la fotografia fashion dell’epoca e con un certo cinema europeo più sofisticato. L’atmosfera è quella di una New York ambigua, seducente e pericolosa, dove il glamour convive con il degrado urbano e dove la protagonista, una fotografa di successo, si muove tra set scintillanti e presenze minacciose.

 

 

La pellicola riflette la cultura visiva del periodo: la moda diventa un linguaggio, un filtro attraverso cui osservare la società e le sue ossessioni. Le immagini create dalla protagonista, spesso provocatorie e costruite con grande cura formale, rispecchiano un’epoca affascinata dalla violenza come spettacolo e dalla fotografia come strumento di potere e seduzione. In questo senso, il film viene interpretato come una sorta di commento sul voyeurismo e sulla capacità delle immagini di influenzare il modo in cui percepiamo il mondo.

 

 

La storia ruota attorno a una celebre fotografa newyorkese, nota per i suoi scatti provocatori che mescolano moda e violenza in immagini altamente stilizzate. Nel pieno del successo, mentre sta per presentare un nuovo libro fotografico, Laura (Faye Dunaway) inizia a essere colpita da improvvise visioni: vede omicidi brutali come se stesse guardando attraverso gli occhi dell’assassino. Queste immagini non sono sogni né allucinazioni: coincidono con delitti reali che avvengono in città, spesso ai danni di persone del suo stesso entourage. La sua arte, già criticata per l’uso della violenza come elemento estetico, sembra improvvisamente intrecciarsi con una minaccia concreta e crescente.

 

 

Man mano che le visioni si intensificano, Laura si ritrova coinvolta in un’indagine complessa guidata dal tenente John Neville (Tommy Lee Jones), che inizialmente sospetta di lei ma finisce per riconoscere la natura inspiegabile del suo legame con i delitti. Circondata da collaboratori, amici e figure del suo passato, tutti potenzialmente toccati dall’ombra del killer, Laura deve muoversi in un ambiente dove glamour e pericolo convivono. Le sue capacità involontarie la trasformano in una testimone privilegiata ma vulnerabile, costretta a confrontarsi con la possibilità che l’assassino sia qualcuno molto vicino a lei.

 

 

La città, con i suoi quartieri contrastati e la sua energia instabile, contribuisce a creare un clima di tensione costante. L’estetica del film - luci, colori, composizioni, costumi - è vista come uno dei suoi punti di forza: ogni scena sembra costruita per essere guardata come una fotografia, con un equilibrio tra bellezza e inquietudine che definisce l’identità dell’opera. Anche i personaggi che circondano la protagonista sono letti come figure emblematiche di un ambiente in cui arte, denaro e ambizione si intrecciano in modo spesso ambiguo.

 

 

Pur riconoscendo alcune imperfezioni narrative, il film un’esperienza affascinante, capace di lasciare un’impressione duratura grazie alla sua atmosfera, alla sua protagonista e alla sua capacità di fondere mondi apparentemente opposti: il glamour e l’oscurità, l’arte e il thriller, la bellezza e la minaccia. È un film che appartiene pienamente al suo tempo, ma che conserva un fascino particolare proprio per il modo in cui cattura le tensioni culturali e visive di un’epoca.

 

 

Un particolare importante e che indica molto del film. Il soggetto è addirittura di John Carpenter (lo zampino si nota, eccome) anche cosceneggiatore. La presenza e la bellezza magnetica di Faye Dunaway arricchisce di fascino sinistro questa pellicola troppo a lungo sottovalutata.

 


 
 
 

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