Ogni tuo respiro (2017)
- michemar

- 29 mar 2022
- Tempo di lettura: 3 min

Ogni tuo respiro
(Breathe) UK 2017 dramma biografico 1h58’
Regia: Andy Serkis
Sceneggiatura: William Nicholson
Fotografia: Robert Richardson
Montaggio: Masahiro Hirakubo
Musiche: Nitin Sawhney
Scenografia: James Merifield
Costumi: Charlotte Walter
Andrew Garfield: Robin Cavendish
Claire Foy: Diana Cavendish
Tom Hollander: Bloggs Blacker / David Blacker
Hugh Bonneville: Teddy Hall
Ed Speleers: Colin Campbell
Miranda Raison: Mary Dawnay
Camilla Rutherford: Katherine Robertson
Stephen Mangan: dott. Clement Aitken
Jonathan Hyde: dott. Entwistle
Ben Lloyd-Hughes: dott. Don McQueen
Diana Rigg: Lady Neville
Adam Neill: Mr. Pickering
Penny Downie: Tid
Steven O'Donnell: Harry Tennyson
Dean-Charles Chapman: Jonathan Cavendish
TRAMA: Robin è un ragazzo affascinante, brillante e avventuroso. La sua vita prende però una piega drammatica quando, a causa della poliomielite, rimane paralizzato. Contro tutte le avvertenze, la moglie Diana lo porta a casa, continuando a fargli vivere una vita libera e senza la prigione della sofferenza.
Voto 6

È la vera e motivante storia d'amore di Robin e Diana Cavendish, una coppia avventurosa che si rifiuta di perdere le speranze di fronte a una malattia devastante. La loro edificante celebrazione delle possibilità umane segna il debutto da regista di Andy Serkis. Prefazione essenziale perché l’attore che ha “animato” la digitalizzazione di Gollum, King Kong e Cesare debutta con un film che ha un motivo ben preciso. Jonathan Cavendish, figlio del Robin protagonista del film, è un produttore e co-fondatore insieme all’amico attore/regista degli Imaginarium Studios (responsabili della nuova trilogia di Il pianeta delle scimmie, per dire) e il film è un omaggio ai suoi genitori.

È sì una storia di forza caratteriale, emotiva, di volontà inarrendevole ma è anche una storia d’amore che volle vincere su tutto, perché insieme, Robin e Diana, al momento della impietosa diagnosi di solo tre mesi di vita, dopo essere rimasto paralizzato dal collo in giù dalla poliomielite, contratta all'età di 28 anni da parte del primo, non si arresero mai. In verità, all’inizio, l’uomo pensò di desistere e accettare la morte quando sarebbe sopraggiunta ed invece, con il sostegno dell’incrollabile e degna moglie, presero una strada in cui pochi dettero fiducia.


Tutto ha inizio quando lui, ex impetuoso ufficiale dell'esercito inglese, e la l'aristocratica moglie Diana vivono una vita quasi incantata nell'Inghilterra degli anni Cinquanta. Il loro idillio viene però sconvolto quando, dopo una vacanza in Kenya, Robin viene colpito da una violenta forma di poliomielite. Totalmente dipendente da una macchina che respira per lui, egli non è in grado di lasciare l'ospedale e i medici gli diagnosticano poche settimane di vita. Depresso e scoraggiato, Robin però non intende mollare la presa e con l'aiuto della determinata moglie e di un gruppo di amici meravigliosi (tra cui Teddy Hall, un inventore, e i fratelli gemelli di Diana) riesce a lasciare il nosocomio contro il parere dei medici grazie a un'innovativa sedia a rotelle con attaccato un respiratore.

Tutto qui? Assolutamente no, perché questo marchingegno, che ebbe inevitabilmente bisogno di qualche perfezionamento, divenne il cavallo di battaglia dei due coniugi. Essi diventarono i pionieri dei sostenitori dei diritti dei disabili, viaggiando per il mondo per molti anni con la speranza di trasformare in positivo la vita di altri come lui. Insomma, gli avevano dato pochi mesi di vita ed invece egli morì nel letto di casa sua, nel 1994, dopo aver rivoluzionato l’esistenza di migliaia di altri malati. E non si spense nella maniera melodrammatica come andrebbe bene ad un film strappalacrime, no. Il trapasso fu deciso nel momento che ritennero giusto, quello ritenuto dai due più adatto, per giunta con la placidità del sorriso e con l’impeccabile ironia british, secondo cui perfino l’eutanasia diviene questione di prendere un tè all’ora giusta.
“Io non voglio sopravvivere, voglio vivere!”


Andrew Garfield e Claire Foy formano una buonissima coppia di attori (lui, secondo me, è sempre sottovalutato) e a loro si aggiunge il pimpante Tom Hollander che l’ormai specialista Andy Serkis digitalizza per necessità al doppione.
Film non eccezionale ma sufficientemente istruttivo e interessante, buon viatico per la nuova carriera del regista.






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