Paisà (1946)
- michemar

- 25 apr
- Tempo di lettura: 3 min

Paisà
Italia 1946 guerra/dramma 2h5’
Regia: Roberto Rossellini
Sceneggiatura: Sergio Amidei, Roberto Rossellini, Federico Fellini
Fotografia: Otello Martelli
Montaggio: Eraldo Da Roma
Musiche: Renzo Rossellini
Interpreti: Carmela Savio, Gar Moore, Dots M. Johnson, Harriet White, Alfonsino Pasca
TRAMA: Nel 1943 gli alleati sbarcano in Sicilia. Nella Napoli occupata dagli alleati uno sciuscià ruba le scarpe a un soldato di colore. Roma: una storia d’amore tra una prostituta e un soldato americano. A Firenze tedeschi e partigiani si combattono sui tetti della città tagliata in due dal fronte. Dopo una parentesi in un convento sull’appennino emiliano, approdiamo sul delta del Po mentre infuria la lotta partigiana.
VOTO 8

Roberto Rossellini, l’allora giovane regista italiano che fattosi conoscere in tutto il mondo con Roma città aperta, torna con un film che, per molti aspetti, rappresenta una tappa fondamentale nell’evoluzione espressiva del cinema. È inutile cercare di descriverne il tema o la natura con le categorie note: non è un film ordinario, né per forma, né per costruzione drammatica, né per ciò che intende comunicare. In un certo senso è l’antitesi del classico film a storia e sprigiona significati che risultano inusuali, quasi estranei al linguaggio cinematografico consueto. Per chi è abituato al cinema più convenzionale, potrà risultare spiazzante, forse persino lasciare un senso di vuoto. Ma di certo scuote lo sguardo dello spettatore e per molti colpisce la coscienza lasciando molte emozioni.

Attraverso sei episodi drammatici che si collocano lungo la campagna degli Alleati in Italia – episodi casuali, senza legami narrativi se non la guerra – Rossellini costruisce un quadro terribile di disillusione, ironia e orrore. E mostra con crudezza gli abissi che si aprono tra persone perbene quando la guerra impone le sue condizioni. Senza proclami, rende evidente quanto la vita possa diventare una cosa magra e triste in un mondo dominato dall’odio e dalla violenza.

Il primo episodio riguarda una pattuglia americana in Sicilia: un soldato viene ucciso, una ragazza italiana viene accusata e ammazzata, eppure, pochi minuti prima, ascoltava il soldato parlare della sua famiglia, senza capire le parole ma intuendone il sentimento.
Il secondo episodio è altrettanto enigmatico: un militare afroamericano della polizia militare, ubriaco, canta la sua malinconia a un ragazzino di strada a Napoli, che nel frattempo gli ruba le scarpe e, il giorno dopo, il soldato scopre la miseria disumana in cui quel piccolo vive.
E poi ancora un incontro tra una prostituta romana e un soldato americano affranto; un episodio a Firenze con i partigiani e un’infermiera statunitense che spera di ritrovare un vecchio amore; una breve parentesi in un monastero francescano sugli Appennini; e infine la decimazione cinica dei partigiani italiani nel delta del Po, un paesaggio cupo e paludoso.

Non c’è un disegno drammatico che unisca questi episodi, ma il loro accumulo produce un effetto profondamente inquietante. Ogni segmento è recitato con estrema sobrietà, evitando i climax tradizionali e scegliendo, anzi, deliberatamente l’anticlimax. Ne nasce un’atmosfera particolare, che cresce scena dopo scena: una calma irreale, come l’occhio di un uragano, senza vento né aria, in cui ogni tragedia appare improvvisamente futile e piatta. È questa l’espressione ultima che Rossellini raggiunge.

La forza del film deriva dal suo stile da documentario, dalla struttura spiazzante perché tronca degli episodi, dalla fotografia realistica e dall’uso di un cast quasi interamente improvvisato, con molti attori americani. A legare il tutto, un tema musicale di grande pathos che attraversa i vari episodi.

Riconoscimenti
Oscar 1950
Candidatura per la miglior sceneggiatura






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