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Provaci ancora, Sam (1972)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Provaci ancora, Sam

(Play It Again, Sam) USA 1972 commedia 1h25’

 

Regia: Herbert Ross

Soggetto: Woody Allen (opera teatrale)

Sceneggiatura: Woody Allen

Fotografia: Owen Roizman

Montaggio: Marion Rothman

Musiche: Billy Goldenberg

Scenografia: Ed Wittstein

Costumi: Anna Hill Johnstone

 

Woody Allen: Sam Felix (Allan Felix nella v.o.)

Diane Keaton: Linda Christie

Tony Roberts: Dick Christie

Jerry Lacy: Humphrey Bogart

Susan Anspach: Nancy

Jennifer Salt: Sharon

Joy Bang: Julie

Viva: Jennifer

 

TRAMA: Sam, goffo e maldestro fan del mitico Bogart, è stato abbandonato dalla moglie. I suoi amici, Dick, infaticabile direttore d’agenzia immobiliare che non sa vivere lontano dal telefono, e Linda, cercano di dargli una mano. Nonostante gli sforzi dei due, Sam non riesce a trovare compagnia. Finisce alla fine nel letto di Linda, trascurata dall’indaffaratissimo Dick, ma ambedue si rendono conto che non potrà funzionare.

 

VOTO 7,5



Sam (Allan nella v.o.), interpretato da Woody Allen, critico cinematografico appena divorziato da Nancy (Susan Anspach), vive a San Francisco e attraversa una profonda crisi di autostima. Ossessionato dal film Casablanca e dal mito di Humphrey Bogart, immagina il fantasma dell’attore che gli appare per dargli consigli su come comportarsi con le donne. I suoi amici Dick (Tony Roberts) e Linda (Diane Keaton) cercano di aiutarlo a tornare a frequentare qualcuna, ma i suoi appuntamenti si rivelano disastrosi: Sam tenta di imitare Bogart, risultando però goffo e insicuro. Con Linda, invece, riesce a essere spontaneo, e proprio questa naturalezza fa nascere tra i due un sentimento inatteso. Quando prova a dichiararsi, la sua insicurezza riemerge e tutto sembra crollare. Ma Linda torna da lui, consapevole dei suoi sentimenti. L’arrivo improvviso di Dick, convinto che la moglie lo tradisca, lo costringe a prendere una decisione: rinunciare a Linda per il bene della coppia. In una scena che richiama apertamente Casablanca, Sam la convince a partire con il marito, dimostrando di aver finalmente imparato a essere se stesso, senza bisogno del suo Bogart immaginario.



Ci sono film che non invecchiano: semplicemente si aggiornano da soli, come se avessero un algoritmo interno che ricalibra nevrosi, romanticismo e goffaggine a ogni nuova generazione. L’opera teatrale di Woody è uno di questi miracoli: una scrittura che sembra uscita da un laboratorio segreto dove qualcuno ha distillato l’essenza del primo Allen e l’ha servita in un bicchiere da cocktail con la fetta d’arancia più autocritica della storia del cinema.



La cosa sorprendente è che lui, qui, non dirige, sebbene il film respira come se fosse stato girato direttamente dal suo inconscio. L’incaricato alla regia Herbert Ross mette ordine, ma la sua energia è quella di un ventenne che ha appena scoperto Freud, Bergman e i manuali di auto-aiuto, e li usa tutti insieme come se fossero ingredienti per un frullato emotivo.



Il cuore del film è la comicità ansiosa, sua tipica, quella che oggi viene definita dalla critica nobile come “relatable” (quando ti ci rivedi dentro: ah, ecco, sono proprio io) se non fosse che Allen l’ha inventata quando ancora non esistevano né i social né questo termine parola. È un umorismo che non punta al colpo di genio, ma alla catastrofe annunciata (uno dei suoi pezzi forti): ogni gesto è un potenziale disastro, ogni frase un boomerang, ogni tentativo di sembrare normale un incidente diplomatico.



E poi c’è l’alter ego immaginario, la coscienza cinematografica che arriva direttamente da un’altra epoca e che parla come se fosse l’unico adulto nella stanza. È un’idea che oggi definiremmo “meta”, ma che all’epoca era semplicemente Allen che giocava con il cinema come un bambino con un set di costruzioni troppo avanzato per la sua età. A questo punto il risultato è irresistibile. Un dialogo continuo tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo davvero, con una sincerità che fa ridere proprio perché fa un po’ male.



La regia di Ross è pulita, funzionale, quasi invisibile (basta lui in scena e tutto funziona), e questo è un complimento: lascia spazio alla scrittura, ai tempi comici, ai tic, ai sospiri, ai silenzi imbarazzati che diventano battute da soli. È un film che non ha paura di essere teatrale, perché sa che la vita, quando la guardi da vicino, è molto più teatrale di qualsiasi palcoscenico. E se oggi, a distanza di decenni, il film funziona ancora così bene è perché parla di qualcosa che non passa mai di moda: la goffa, disperata, tenerissima arte di provarci. Non importa quante volte sbagli, quante figuracce collezioni, quante paranoie ti inventi: il film ti ricorda che l’unico vero fallimento è smettere di tentare. In fondo, Allen ci dice una cosa semplice e universale e cioè che siamo tutti un po’ Sam. E va benissimo così.



Perché Woody non si è diretto da sé? Questa è una di quelle domande che sembrano semplici ma in realtà raccontano un pezzo di storia del primo Allen. La ragione è un mix di motivi, come carriera agli inizi, timidezze artistiche e strategie produttive. Lui era ancora un giovane autore e non il mitico che poi abbiamo conosciuto e veniva solo da un paio di regie: Prendi i soldi e scappa (del 1969) e Il dittatore dello stato libero di Bananas (del 1971). Entrambe erano commedie slapstick, anarchiche, molto diverse dal tono più teatrale e relazionale di questo. Diciamo pure che lui non era ancora percepito come un regista maturo, pronto e capace di gestire l’adattamento di un’opera proveniente da Broadway, sua. La commedia a teatro era stata un successo, ma Allen era troppo coinvolto come attore e autore per prendersi anche la regia cinematografica. Ma anche la produzione voleva qualcuno con più esperienza nel dirigere attori in un contesto del genere definibile “da camera”. Invece Herbert Ross era una garanzia per Hollywood, affidabile, elegante, molto esperto. Insomma, la Paramount voleva un film sicuro, non un esperimento, perché lui, all’epoca, era ancora considerato un talento brillante ma imprevedibile.



Allen stesso non si sentiva ancora pronto. In varie interviste dell’epoca (e successive), ha ammesso che non si sentiva abbastanza sicuro per dirigere un film così “parlato”, così basato sui personaggi e non solo sulle gag. Il tempo, difatti, gli ha dato ragione e pochi anni dopo, infatti, inizierà la sua fase più autoriale con Amore e guerra (1975) e soprattutto Io e Annie (1977). Quindi, fu un momento di transizione e il film diventò il ponte tra l’artista comico degli inizi e il grande, unico, geniale regista-autore che esploderà a fine anni ‘70 e che ameremo per sempre.



Nella versione italiana, come evidenziato nella scheda del cast, il personaggio si chiama Sam Felix e non Allan Felix. Anche il titolo originale della commedia di Woody Allen, nonché del film di Herbert Ross in oggetto, “Play It Again, Sam” (Suonala ancora, Sam) è una citazione, ancorché parafrasata, di Casablanca quando la protagonista Ilsa rivolge al pianista del Rick’s Cafè la frase: “Play it once, Sam” (Suonala una volta, Sam), riferendosi alla canzone “As Time Goes By”) e dopo la replica di questi, Ilsa insiste con “Play it, Sam”. Ancora più drastico è, qualche minuto dopo, Rick che, dopo uno scambio di battute col pianista, gli ordina bruscamente “Play it!”. La versione italiana “Provaci ancora, Sam” è una licenza poetica che altera il significato originario del titolo.



Nancy: Addio Sam, il mio avvocato chiamerà il tuo!

Sam: Io non ho avvocati, fagli chiamare il mio dottore.

 

Sam: Oh, no, non me la prendo mica a male. Io mi suicido e buonanotte! Se solo sapessi dove sarà andato in vacanza il mio analista! Ma dov’è che se ne vanno tutti quanti d’agosto? Ogni estate c’è l’esodo degli analisti e la gente rimasta in città impazzisce fino ai primi di settembre. Ma poi? Anche se lo rintracciassi? Quel che gli dico gli dico, lui mi dice che è un problema sessuale. Ma che cavolata! Come può trattarsi di un problema sessuale? Non facevamo più neanche l’amore. Be’, una volta ogni tanto. Ma lei però guardava la tivù, durante il coito... e badava a cambiare canale col telecomando.

 

Sam: Noi sappiamo che il tuo posto è con Dick: sei parte del suo lavoro, gli dai la forza di andare avanti. Se quell’aereo decolla e tu non sarai con lui, te ne pentirai. Magari non oggi, forse neanche domani, ma presto, e per il resto della tua vita.

Linda: Oh, Sam, che belle parole...

Sam: Sono di Casablanca: ho aspettato tutta una vita l’occasione di usarle.



Che artista!

Grazie, Sam! Ops, Woody!

 


 
 
 

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