Radiofreccia (1998)
- michemar

- 27 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min

Radiofreccia
Italia 1998 dramma 1h52’
Regia: Luciano Ligabue
Soggetto: Luciano Ligabue (Fuori e dentro il borgo)
Sceneggiatura: Luciano Ligabue, Antonio Leotti
Fotografia: Arnaldo Catinari
Montaggio: Angelo Nicolini
Musiche: Luciano Ligabue
Scenografia: Stefano Giambanco
Costumi: Stefano Giambanco
Stefano Accorsi: Ivan Benassi detto “Freccia”
Luciano Federico: Bruno Iori
Cosima Coccheri: ragazza eroinomane
Paolo Cremonini: Omero
Fulvio Farneti: Virus
Ottorino Ferrari: Pluto
Serena Grandi: madre di Freccia
Francesco Guccini: Adolfo
Manuel Maggioli: Bonanza
Alessio Modica: Iena
Antonella Tambakiotis: Nadia
Cristina Moglia: Cristina
Patrizia Piccinini: Marzia
Enrico Salimbeni: Tito
Paolo Maria Scalondro: Carlo
Davide Tavernelli: Kingo
Roberto Zibetti: Boris
TRAMA: Uno sguardo alle storie e ai miti di una piccola città italiana a metà degli anni ‘70.
VOTO 6

A Correggio, negli anni ‘70, Bruno (Luciano Federico) apre nella soffitta di casa con un trasmettitore da 5 watt, il giradischi e i suoi dischi, Radio Raptus. La radio diventa così la sua seconda casa, la prima è il bar Laika ed è lì che si rifugia Ivan detto Freccia (Stefano Accorsi) in seguito ad un furibondo litigio con l’arrogante amante della madre. Un giorno Freccia conosce una tossicodipendente e con lei comincia farsi.

È un esordio che porta sullo schermo l’immaginario più autentico di Ligabue: provincia emiliana, amicizie assolute, sogni che si consumano troppo in fretta. Il film costruisce un racconto corale, dove la nascita di una radio libera diventa il pretesto per osservare una generazione sospesa tra ribellione e fragilità. Bella è l’atmosfera, dove la provincia non è sfondo, ma personaggio. Ligabue la filma con affetto e disincanto, restituendo un’Italia di fine anni ‘70 fatta di bar, strade sterrate e desideri compressi. Freccia è una figura magnetica, fragile e autodistruttiva, che incarna la tensione tra libertà e fuga. La sua parabola dà al film un cuore emotivo forte. Resta importante, ovviamente, la colonna sonora.
Non è un gran film né poteva esserlo, ma resta un mito e un nuovo affaccio nell’arte di Ligabue perché cattura un momento culturale - quello delle radio libere - e lo intreccia con un racconto di formazione amaro, sincero, riconoscibile. È un film che parla di comunità, di identità e di ciò che si perde mentre si cresce.

“Non ve lo ripeto più: la vita non è perfetta! Le vite nei film sono perfette... belle o brutte, ma perfette. Nelle vite dei film non ci sono tempi morti, mai! E voi ne sapete qualcosa di tempi morti?”
Riconoscimenti
David di Donatello 1999
Miglior regista esordiente
Miglior attore protagonista a Stefano Accorsi
Miglior sonoro in presa diretta
Candidatura come miglior produttore
Candidatura come migliore colonna sonora
Nastro d’Argento 1999
Miglior regista esordiente
Migliore canzone originale (Ho perso le parole) di Luciano Ligabue
Candidatura come miglior produttore
Globo d’Oro 1999
Miglior opera prima
Ciak d’Oro 1999
Miglior opera prima
Miglior attore protagonista a Stefano Accorsi
Miglior colonna sonora
Miglior film in videocassetta












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