Rebellion - Atto di guerra (2011)
- michemar

- 31 mar
- Tempo di lettura: 5 min

Rebellion - Atto di guerra
L'ordre et la morale
Francia, Nuova Caledonia 2011 dramma/azione 2h16’
Regia: Mathieu Kassovitz
Soggetto: Philippe Legorjus (La Morale et l'Action)
Sceneggiatura: Mathieu Kassovitz, Benoît Jaubert, Pierre Geller
Fotografia: Marc Koninckx
Montaggio: Mathieu Kassovitz, Thomas Beard, Lionel Devuyst
Musiche: Klaus Badelt
Scenografia: Bruno Coupe, Emmanuelle Cuillery, Giuseppe Ponturo
Costumi: Agnes Beziers
Mathieu Kassovitz: Philippe Legorjus, capitano del GIGN
Iabe Lapacas: Alphonse Dianou
Malik Zidi: Jean-Pierre Picon
Alexandre Steiger: Jean Bianconi
Daniel Martin: Bernard Pons
Philippe Torreton: Christian Prouteau
Sylvie Testud: Chantal Legorjus, moglie di Philippe Legorjus
Steeve Une: Samy
Philippe de Jacquelin Dulphé: generale di brigata Vidal
Patrick Fierry: colonnello Dubut
Jean-Philippe Puymartin: generale del GIGN Jérôme
Stefan Godin: colonnello luogotenente Benson
François “Kötrepi” Neudjen: Nine Wea
Macki Wea: Djubelly Wea
Pierre Gope: Franck Wahuzue
Alphonse Djoupa: Hilaire Dianou
Dave Djoupa: Wenceslas Laveloa
Henry “Aïzik” Wea: Imwone
Aira “Toulousie” Gnipate: Tom Tchacko Pasteur
Mathias Waneux: Chef Hwadrilla
Stéphane Delesne: colonnello luogotenente Arthur
Jean-Christophe Drouard: capitaine Jayot
Aladin Reibel: generale di brigata aerea Norlain
TRAMA: Nell'isola di Ouvéa, in Nuova Caledonia, un gruppo di rivoluzionari locali, dopo aver ucciso alcuni gendarmi del CIGN, prende in ostaggio 27 persone, fra civili e militari, per rivendicare l'indipendenza dalla Francia.
VOTO 7

La premessa necessaria è che questo film del bravo Mathieu Kassovitz prende il soggetto da una vera storia politico-militare accaduta nel sud del Pacifico. Siamo infatti nella Nuova Caledonia nel 1988. Una crisi coloniale dimenticata dall’Europa esplode in un’isola sperduta: ostaggi, tensione etnica, mentre la Francia è in piena campagna elettorale per la presidenza, per cui nessuno vuol fare brutta figura ed ognuno vuole uscire vincitore anche morale. In mezzo al caos, Philippe Legorjus, un ufficiale del GIGN (Groupe d'intervention de la Gendarmerie nationale, un'unità d'élite della Gendarmeria Nazionale francese, specializzata nella gestione delle crisi e nelle missioni pericolose) – interpretato dallo stesso Mathieu Kassovitz – tenta l’impossibile: riportare la ragione dove tutti vogliono solo la forza.

Il film ricostruisce la presa d’ostaggi di Ouvéa, una pagina oscura della storia francese, trasformandola in un thriller politico teso, asciutto, senza eroi facili. Kassovitz firma un film che mette a nudo il conflitto tra la logica militare e la dignità umana, tra la verità dei fatti e la verità che il potere vuole raccontare. Il gran merito dell’attore-regista è di costruire un’opera che non cerca il consenso ma lo vuole spiegare in una sfida non facile, ricostruendo non soltanto l’evento, ma interrogandosi ancora oggi sul rapporto tra Stato, violenza e responsabilità.

Il film rispecchia non poco la reale situazione del tempo storico e ne narra i particolari con un ritmo serrato, asciugato, senza pause, come la vita del volenteroso e grintoso protagonista. Vi si narra che il 22 aprile 1988 nell’isola di Ouvéa, una colonia francese in Nuova Caledonia, un gruppo di dissidenti kanaki (il popolo indigeno) attacca una caserma della polizia, uccidendo alcuni agenti e prendendone una trentina in ostaggio. Non rimanendo inerme, il governo francese invia un esercito di militari professionisti, dotati di armi di ultima generazione e guidati dal capitano Philippe Legorjus, che prova a negoziare con i ribelli per dieci giorni di fila. Poiché le elezioni presidenziali sono sempre più incombenti e dalla liberazione dei poliziotti dipendono le sorti del possibile vincitore, l’esercito è costretto a passare alle maniere forti.

Le intenzioni del regista-attore sono quelle di non si limitarsi a ricostruire un fatto storico, ma per interrogarsi su ordine, morale e responsabilità politica. Fin dalle prime sequenze, il film rifiuta una narrazione lineare o rassicurante e mostra un territorio segnato da colonialismo, tensioni identitarie e logiche militari che si intrecciano fino a diventare inseparabili. Motivo per cui la regia di Kassovitz privilegia un ritmo fatto di attese, silenzi, incomprensioni, fino al punto che la crisi non si risolve ma si incaglia.

Il protagonista non è un eroe, ma un uomo intrappolato tra la volontà di negoziare, la pressione politica per un intervento armato, la consapevolezza crescente di non avere davvero il controllo. Il suo dialogo con Alphonse Dianou, leader kanak, è uno dei punti più intensi: due visioni del mondo che non riescono a conciliarsi. Lui non si lascia abbattere e cerca con ogni mezzo di bloccare l’interventismo tipico dei militari, con cui ha più di uno scontro. Ma da professionista fedele, non può che obbedire, specialmente quando è il ministro in persona a decidere. Sempre – ah, la politica! – condizionati dalla convenienza del momento politico, per cui ogni decisione dipende da come prevedono gli esiti i concorrenti all’Eliseo, tra l’altro in una situazione in cui c’è un Presidente di sinistra ed un governo di conservatori.
Sicuramente è un film che può non interessare a tutti, ma lo è, interessante, e se lo si segue con attenzione è avvincente come un thriller, pur ammettendo che è impegnativo. Il valente Mathieu Kassovitz, che non ha molti film in carniere come regista (nei suoi film si è occupato soprattutto di thriller, noir o meno che siano) e se la sua firma più importante rimane L’odio, qui torna con un argomento che evidentemente lo ha appassionato. E lo si intuisce per come ha scritto, diretto e interpretato: con impegno, con passione, esprimendo nei suoi primi piani la preoccupazione di un militare fedele ai principi e molto umano, alla continua ricerca di una soluzione non solo pacifica ma anche che dignitosa per il popolo locale, a cui sperava di dare la possibilità istituzionale dell’indipendenza.

Buonissima anche la sua regia nel lungo tratto finale con l’intervento militare nell’isola: le riprese durante l’azione dei soldati sono notevoli e pare davvero un film di guerra terrestre in una zona per nulla ospitale, data la fitta vegetazione forestale dell’isola. Una regia essenziale che rende ancor più realistiche le immagini. Il film, anche sul piano della recitazione, è tutto sulle sue spalle e tiene molto bene lo schermo sempre su di sé. Buon film, anche se non facile. Ed istruttivo, come scrivo sempre quando il pubblico può secondo me (e come me) imparare qualcosa di storico di cui si è parlato sempre poco. Ma soprattutto è un film su un massacro che si poteva e doveva evitare: ma non va sempre a finire così con il potere colonialista? Quante volte è successo nella Storia di tanti posti del mondo?

Ci ha messo anni il film ad uscire in Italia ed è stato un peccato. Perché? Perché in modo accurato e consapevole, Mathieu Kassovitz sceglie di portare in primo piano gli uomini coinvolti nella vicenda, dando rilievo non solo ai membri del commando, ma anche agli ufficiali dell’esercito francese. Questi ultimi si trovano spesso “manipolati” dalle pressioni politiche, in particolare durante la campagna elettorale che vede il primo ministro Chirac esporsi pubblicamente con dichiarazioni forti - come quella in cui parla apertamente di “eliminazione della banda di selvaggi”. Il film sottolinea così il peso delle decisioni politiche sulla condotta militare, mostrando come gli individui in uniforme siano costantemente influenzati dagli interessi e dalle strategie dei governanti.

La rappresentazione drammaturgica del tormento interiore dell’ufficiale protagonista si rivela uno degli elementi più intensi della narrazione. Il suo conflitto personale - diviso tra il rispetto della gerarchia, la fedeltà ai principi morali e le pressioni esterne - richiama alla mente le atmosfere di Apocalypse Now, pur con le dovute proporzioni e contestualizzazioni. In questo modo, il film riesce a trasmettere la complessità psicologica dei suoi personaggi, rendendo palpabile la tensione tra dovere, coscienza e responsabilità, e offrendo al pubblico una riflessione profonda sul ruolo dell’individuo all’interno di una crisi politica e militare.
Bravo Mathieu!










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