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Riso amaro (1948)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 4 apr
  • Tempo di lettura: 4 min

Riso amaro

Italia 1948 dramma 1h48’

 

Regia: Giuseppe De Santis

Sceneggiatura: Corrado Alvaro, Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Carlo Musso, Ivo Perilli, Gianni Puccini

Fotografia: Otello Martelli

Montaggio: Gabriele Varriale

Musiche: Goffredo Petrassi

Scenografia: Carlo Egidi

Costumi: Anna Gobbi

 

Silvana Mangano: Silvana Meliga

Doris Dowling: Francesca

Vittorio Gassman: Walter Granata

Raf Vallone: sergente Marco Galli

Checco Rissone: Aristide

Carlo Mazzarella: Mascheroni

Nico Pepe: Beppe

Maria Grazia Francia: Gabriella

Anna Maestri: Irene

Dedi Ristori: Anna

Ermanno Randi: Paolo

Lia Corelli: Amelia

Adriana Sivieri: Celeste

Mariemma Bardi: Gianna

Maria Capuzzo: Giulia

Isabella Zennaro: Giuliana

Manlio Mannozzi: Alessandro

Antonio Nediani: Nanni

 

TRAMA: Un bandito, aiutato da una bella complice, ruba una collana. Per sfuggire alla polizia, i due si aggregano a un gruppo di mondine. Il furfante, scoperto che il gioiello è falso, vuole rifarsi rubando il riso e, a tal fine, seduce una delle ragazze, ma il colpo andrà male.

 

VOTO 7,5

 

 

È uno dei film simbolo del neorealismo italiano, ma con una vena melodrammatica e sensuale che lo rende unico nel panorama dell’epoca. Diretto da Giuseppe De Santis, ambientato nelle risaie del Vercellese e interpretato da una magnetica Silvana Mangano, il film unisce denuncia sociale, passione, violenza e un’energia fisica quasi primordiale. Presentato a Cannes e candidato all’Oscar per il miglior soggetto, è diventato un classico assoluto del nostro cinema.

 

 

Nel maggio del 1948, alla stazione di Torino, le mondine attendono il treno per Vercelli, dirette alla stagione della semina del riso. Tra loro si nasconde Walter (Vittorio Gassman), un ladro in fuga, insieme alla complice Francesca (Doris Dowling), che si mescola alle lavoratrici per sfuggire alla polizia. Sul treno Francesca conosce Silvana (Silvana Mangano), mondina esperta e carismatica, che la aiuta a farsi assumere come irregolare. Arrivate alla cascina, le tensioni esplodono: le irregolari rischiano di essere rimandate a casa e nasce una competizione feroce con le mondine regolari. Silvana scopre che Francesca nasconde una collana rubata e gliela sottrae, innescando una catena di sospetti, alleanze e tradimenti. Intanto il sergente Marco (Raf Vallone), colpito dalla bellezza di Silvana, tenta di mantenere l’ordine.

 

 

Walter riappare e seduce Silvana, trascinandola in un piano criminale: allagare le risaie per distrarre tutti e rubare tonnellate di riso. Francesca, ormai pentita, cerca di fermarlo insieme a Marco. Lo scontro della resa dei conti, in cui Silvana scopre, disperata, che la collana è falsa, è un finale molto tragico.

 

 

Risulta evidente come sia un film terragno ed elementare, dominato da passioni fisiche e istinti primordiali, come è anche evidente che De Santis abbracci senza timori la vitalità cruda della vita nelle risaie, mostrando un mondo di desideri, violenza, sensualità e lotte sociali. La storia, giudicabile melodrammatica e a tratti sovraccarica, è però meno efficace della potenza visiva e fisica delle scene di vita collettiva. Una delle cause di ciò è la formidabile presenza di Silvana Mangano e fu davvero una rivelazione internazionale: vigorosa, magnetica, capace di incarnare una sensualità tormentata e complessa. Accanto a lei, Vittorio Gassman si presenta come un antagonista arrogante e pericoloso, mentre Raf Vallone porta sullo schermo una figura solida e positiva: insomma, ognuno nel ruolo giusto. Il film, pur se fu giudicato narrativamente disordinato, viene riconosciuto subito come un’opera vibrante, ricca di energia e di immagini memorabili, capace di lasciare un segno forte sul pubblico.

 

 

L’opera di Giuseppe De Santis nasce nel cuore del neorealismo, anche se lo attraversa in modo laterale e irregolare. Lo sguardo del regista conserva l’attenzione al lavoro, alla fatica, ai corpi collettivi delle mondine, ma innesta nel tessuto realistico una tensione melodrammatica e sensuale che rompe i confini del genere. Il film diventa così un ibrido: da un lato la rappresentazione documentaria delle risaie, dall’altro un racconto di passioni estreme, quasi primordiali, che spingono i personaggi verso il crimine e la tragedia.

 

 

Al centro c’è il corpo femminile, esibito, desiderato, sfruttato e insieme capace di una forza autonoma. Silvana Mangano incarna questa ambivalenza: è icona popolare e simbolo erotico, ma anche figura tragica, vittima di un sistema che mercifica il lavoro e i corpi. La sua energia fisica, che il film non smette di mostrare, diventa un campo di battaglia tra desiderio, potere e autodistruzione. In questo senso, il film anticipa una riflessione moderna sullo sguardo maschile e sulla rappresentazione della donna nel cinema.

 

 

Impossibile trascurare l’aspetto, sul piano sociale, della lotta di classe: mondine regolari contro irregolari, padroni contro lavoratrici, legge contro marginalità. Le risaie sono un microcosmo dove si intrecciano sfruttamento, solidarietà e conflitti, e dove la criminalità di Walter e la fragilità di Silvana si innestano su un terreno già segnato da ingiustizie strutturali. Il riso - ricchezza per pochi, fatica per molte - diventa il simbolo di un sistema economico che consuma vite e desideri.

 

 

Si può arrivare anche a dire che il film usa il neorealismo per superarlo: racconta il lavoro e la miseria, ma lo fa attraverso un immaginario sensuale e tragico, dove il corpo femminile diventa specchio delle tensioni sociali e la lotta di classe si intreccia con la violenza del desiderio. Un’opera che resta potente proprio per questa sua natura contraddittoria e febbrile.

 

Presentato in concorso a Cannes 1949, il film ottenne la candidatura agli Oscar 1951 come miglior soggetto.

 


 
 
 

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