Saint Judy (2018)
- michemar

- 31 gen
- Tempo di lettura: 3 min

Saint Judy
USA 2018 dramma biografico 1h46’
Regia: Sean Hanish
Sceneggiatura: Dmitry Portnoy
Fotografia: Richard Wong
Montaggio: Anita Brandt Burgoyne
Musiche: James T. Sale
Scenografia: Gabor Norman
Costumi: Leah Butler
Michelle Monaghan: Judy Wood
Leem Lubany: Asefa
Common: Benjamin Adebayo
Alfred Molina: Ray Hernandez
Fahim Fazli: leader talebano
Peter Krause: Matthew
Ben Schnetzer: Parker
Waleed Zuaiter: Omar
Mykelti Williamson: Dikembe Mustafa
Gabriel Bateman: Alex Wood
Aimee Garcia: Celi
Gil Birmingham: Michael Bowman
Alfre Woodard: giudice Benton
Judith L. Wood: se stessa
TRAMA: La vera storia dell’avvocato Judy Wood, esperta di immigrazione, che da Los Angeles ha cambiato da sola la legge sull’asilo degli Stati Uniti, salvando innumerevoli vite.
VOTO 6

Se non esistessero le persone di buona volontà che aiutano i migranti quando rischiano di tornare nella loro patria perché non riescono ad ottenere il sospirato permesso di soggiorno e quindi anche un posto di lavoro qualsiasi per sopravvivere, sarebbe un disastro sociale e umanitario. Ogni tanto si legge di storie in cui queste persone sensibili lavorano anche gratis per lo scopo della loro vita. Questo è una storia vera, per esempio.

È un film drammatico biografico americano diretto da Sean Hanish che racconta la storia di Judy Wood, un’avvocata specializzata in immigrazione che ha cambiato la legge sull’asilo, per salvare la vita delle donne. La protagonista è interpretata da Michelle Monaghan con grande impegno e recita anche Alfred Molina che è pure il produttore esecutivo, avendo vissuto sulla sua pelle la migrazione: è nato a Londra da padre spagnolo migrato per lavorare come cameriere e da madre italiana addetta alle pulizie.

Si racconta la storia dell’avvocata per l’immigrazione di Los Angeles Judy Wood, che da sola ha fatto cambiare la legge statunitense sull’asilo includendo le donne nella classe protetta. Per la vittoria della sua iniziativa e la sua combattività è ritenuta dagli attivisti dell’immigrazione come una salvatrice di decine di migliaia di immigrate in tutto il mondo. Il film inizia con il suo trasferimento con il figlio dal New Mexico a Los Angeles per avvicinarsi al padre, dal suo lavoro in uno studio legale per l’immigrazione, poi nel suo studio legale e in particolare al caso di Asefa Ashwari, un’insegnante afghana che rischiava la deportazione. Dedicò più tempo ai clienti che alla famiglia.

È uno di quei film che, pur muovendosi dentro i codici del dramma giudiziario, è un drama classico, riescendo a mantenere una sua onestà di fondo. Va sottolineata qualche venatura di santificazione, ma il film - visto con sguardo meno severo - funziona proprio perché non cerca scorciatoie: niente thriller, niente retorica da manuale, solo la fatica quotidiana di chi prova a cambiare un sistema che non è pensato per essere cambiato.

Michelle Monaghan regge il film con una misura che apprezzo moltissimo: non costruisce un’eroina impeccabile, ma una professionista che sbaglia, si ostina, si espone troppo, e proprio per questo risulta credibile. Anche i personaggi attorno a lei, dal collega disilluso al procuratore che fa il suo lavoro senza essere un antagonista, contribuiscono a un racconto più sfumato del solito, dove i “cattivi” non sono persone ma procedure, inerzie, leggi che schiacciano.

Il film ha un’agenda chiara, certo, ma non diventa mai un comizio. Mostra un sistema complesso senza semplificarlo, e lascia emergere la dimensione umana senza trasformarla in melodramma. È un’opera piccola, lineare, ma sincera: un esempio di cinema civile che non alza la voce, e proprio per questo arriva dove deve arrivare.

Il film diretto da Sean Hanish è lodevole per la sua capacità di sensibilizzare su temi di attualità e per il suo messaggio di coraggio e impegno legale e sociale. Un film sui diritti umani di discreta fattura.






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