Scomode verità (2024)
- michemar

- 21 nov
- Tempo di lettura: 6 min

Scomode verità
(Hard Truths) UK, Spagna 2024 dramma 1h37’
Regia: Mike Leigh
Sceneggiatura: Mike Leigh
Fotografia: Dick Pope
Montaggio: Tania Reddin
Musiche: Gary Yershon
Scenografia: Suzie Davies
Costumi: Jacqueline Durran
Marianne Jean-Baptiste: Pansy Deacon
Michele Austin: Chantelle Montgomery
David Webber: Curtley Deacon
Tuwaine Barrett: Moses Deacon
Ani Nelson: Kayla
Sophia Brown: Aisha
Jonathan Livingstone: Virgil
TRAMA: Pansy e Chantelle sono sorelle ma tutto nelle loro personalità le contrappone. Pansy è sempre arrabbiata, con tutti, in particolare con il marito Curtley e il loro figlio Moses. Chantelle è l’esatto opposto: nel suo salone di parrucchiera è una confidente premurosa e divertita per le sue clienti, e ha un rapporto complice con le sue due figlie. In occasione della Festa della Mamma, la famiglia si riunisce. Un’occasione, forse, per le due sorelle di parlarsi davvero.
VOTO 7

La prima inquadratura in primo piano (a cui ne seguiranno così tante che terrà la scena per tutto il film) è dedicata al viso cupo, triste e iroso di Marianne Jean-Baptiste nel ruolo di Pansy. Era dal 1996 che non la rivedevo, quando ancora trentenne esordiva in Segreti e bugie, quinta opera dello stesso Mike Leigh che la dirige ora. Lì era una giovane donna sorridente e vivace che non reagiva bene venendo a contatto con la madre biologica che l’aveva rifiutata alla nascita, per giunta bianca. Ora il regista non perde tempo e ce la mostra subito con quella faccia collerica pronta a scattare per inveire contro chiunque le passi a portata di sguardo e di voce. La giornata di questa casalinga è caratterizzata dal rifiuto del prossimo, marito e figlio compresi, dagli insulti di ogni tipo verso tutti, nessuno escluso, dalla cassiera del supermercato alla dottoressa, dalla dentista alla commessa del negozio di divani. Le quali, vedendola andar via, si sentono finalmente sollevate.


“Non puoi entrare o uscire da un supermercato senza essere molestata da quegli operatori di beneficenza sorridenti e allegri che ti implorano soldi per le loro stupide cause. Gente allegra e sorridente. Non li sopporto. Se ne stanno lì fuori, a pretendere i tuoi soldi guadagnati duramente. È una truffa. Stanno truffando la gente. Non puoi fidarti di loro. Vogliono il tuo numero di telefono, la tua e-mail. […] Perché vuoi il mio codice postale? Potrei anche darti la chiave di casa mia così puoi irrompere in casa mia, rubare le mie cose e uccidere il mio unico figlio. E nessuno chiama la polizia. La polizia non verrebbe comunque. Sono troppo impegnati a molestare i ragazzi neri che camminano. E lui dietro l'angolo con quel cane. L'ha vestito con un cappotto rosso e degli stivaletti verdi. Perché il cane ha un cappotto? Ha il pelo, no? Deve sudare lì sotto, puzza. Questa è crudeltà verso gli animali, metterlo sotto tutta quella plastica. Ho intenzione di denunciarlo alla NSPCG o come si chiamano. E lei laggiù con quel bambino grasso. Freddo, freddo, freddo, e cammina avanti e indietro per la strada con nient'altro che un grande fiocco rosa sulla testa calva così tutti possono vedere che è una femmina, come se mi importasse. Lo fa sfilare in giro con quel vestitino. Non vestito per il tempo. Nah! Con le tasche. A cosa servono le tasche per un bambino? Cosa ci metterà in tasca? Un coltello? È ridicolo.”
Queste frasi sono solo una piccola parte di quello che l’instancabile donna proferisce ogni momento della sua amara vita.


Abita in una casa dignitosa su due piani ove si rinserra per non incontrare alcun vicino e sbraita da mane a sera contro il figlio obeso che ascolta musica e mangia continuamente, il quale, Moses, a 22 anni non ha lavoro, non ha amici e l’unica evasione, più esattamente fuga, è quella di vagabondare per il quartiere pur di non stare a sentire ingiurie dalla madre. Il povero marito Curtley, che fa l’idraulico, aiutato dal ciarliero e finto-colto Virgil, sa che ogni sera l’attende la moglie che si scaglierà contro a causa delle sue scarpe che sporcano la casa che lei tiene immacolata e disinfettata come un ospedale. Entrambi i maschi la guardano con pena e non proferiscono parola, giammai una reazione. Pansy è affetta da un forte disturbo di depressione e rancore, e sicuramente da qualche trauma psicologico a cui bisogna risalire alla sua adolescenza o gioventù, per un probabile difficile rapporto con la madre. O chissà che. Intanto, ce l’ha con il mondo intero.


Compreso la sorella Chantelle (Michele Austin), che invece è di carattere e predisposizione opposti: fa la parrucchiera nel suo locale che è, rispettando la tradizione, il covo di chiacchiere e battute al femminile, di speranze amorose di donne mature e di buone maniere amichevoli. Il sorriso della padrona è l’esatto opposto del carattere insopportabile dell’altra. E difatti non si frequentano tanto perché Pansy non ha la minima voglia di andare a casa sua né di incontrare le due belle, vivaci e in carriera nipoti Kayla e Aisha, che invece sono espansive d’affetto anche con la zia e il cuginone.


Più la si osserva, più Pansy fa impressione perché sembra impossibile che ce l’abbia proprio con tutti nessuno escluso, ma maggiormente perché usa espressioni facciali e verbali che vogliono far male, che vogliono ferire e non si limita nell’affondare i colpi, come se più inveisce più prova soddisfazione. E siccome non trova pausa, può dare l’idea che da un momento all’altro provi stanchezza e, esausta, si fermi per un po’. Ed invece nulla, e parimenti il regista insiste per non ammorbidire e manda in loop le invettive, rammaricando chi la avvicina. Fin quando arriva il giorno della Festa della Mamma e Chantelle le lancia l’idea di rinnovare il gesto d’amore e di ricordo andando a far visita alla tomba della loro mamma. Inevitabilmente scatenando l’ineluttabile reazione della sorella, che non perde occasione per rinfacciarle che fosse la preferita della madre. Comunque, e un po’ a sorpresa, controvoglia accetta, ma il brindisi per festeggiare anche loro stesse svolto in casa della parrucchiera (sarebbe stato un disastro di sporcizia a casa sua!) diventa l’ennesima occasione di imbarazzo e tristezza collettiva per gli attacchi scatenati anche qui.


Mike Leigh, veterano della New Wave britannica (preceduta, come si sa, dai documentari del Free Cinema), è noto per il suo metodo di lavoro: i suoi film si sviluppano solitamente da un’atmosfera, prima di qualsiasi storia embrionale e qualsiasi schizzo di un personaggio. In Hard Truths, quindi, più che scomode, le verità che campeggiano sono dure, durissime, l’atmosfera che permea la narrazione è un misto di amarezza e solitudine. Non si può fare a meno di sentirsi angustiati con gli interni di casa Deacon sterilizzati, i cui colori pallidi contrastano con la cupezza in cui i personaggi si evolvono. Tra quella mure chiare e sterilizzate, la sessantenne appartenente alla cosiddetta middle class non ha una vita facile e non contribuisce a rendere la vita dei suoi cari più leggera della sua. Afflitta dai disturbi mentali ampiamente escussi, non tollera la minima traccia di sporco - la casa che condivide con il marito e il figlio è clinicamente pulita - e mostra un’incredibile irritabilità verso chi le sta intorno. Pansy riversa il suo odio anche solo osservando la vita degli altri, come se avesse invidia, e si rivela una figura radicalmente inadatta al mondo ma l’energia che mette nel testimoniare il suo rifiuto di tutto ciò che la terrorizza - e la lista è lunga – suscita curiosità ma anche rispetto. Lo spettatore, sono convinto, non si sente mai in grado di volerle male ma piuttosto di compatirla. Anche perché lei si rende conto del suo comportamento, ma non può farci nulla. È più forte di lei.


Le origini di questa patologia resteranno un mistero: Mike Leigh non cerca di risolvere questo personaggio arrabbiato ma lo esplora pazientemente per tutta la durata del film con una drammaturgia angosciante. Fa impressione, di conseguenza, come un contrappeso, Chantelle che mostra un entusiasmo solare e due figlie dotate di un’allegria incrollabile. Solo e soltanto una scena fa illudere che qualcosa cambi in meglio, quando entrambe le signore si commuovono sulla tomba della mamma morta: per un breve istante, la rabbia si rilassa e il mondo di Pansy sembra, per qualche secondo, quasi vivibile.


Cosa fa Mike Leigh per alleviarci in questa storia affliggente? Nulla, assolutamente nulla, perché - questo ci dice - il mondo è questo, anche questo, è anche sofferenza (non solo fisica) e non ci si può far niente. In fondo, anche in Another Year (2010) c’era un misto di speranza e disperazione per i personaggi perdenti, ma qui si va veramente a fondo, in tutti i sensi. Per il finale, per esempio, è inutile illudersi: le lacrime del marito Curtley sono il paradigma di ciò che lo aspetta, mentre la moglie si rinchiude a maggior ragione nella camera da letto in cui non vuole più nessuno. La vita, in ogni caso, deve andare avanti, anche così. Solo chi ha o ha avuto in casa una persona persa mentalmente può capire un dramma di questa portata.


Che Marianne Jean-Baptiste fosse dotata lo si era capito da quell’esordio e anche qui ci offre un meraviglioso esempio di vera interpretazione: anche gli altri son bravi, ma lei ne approfitta e ne ricava uno show di recitazione molto impegnativa, sotto la guida di un regista sceneggiatore che guida gli attori con vera maestria.


Riconoscimenti
BAFTA 2025
Candidatura miglior film
Candidatura miglior attrice protagonista Marianne Jean-Baptiste
(oltre ad altri 27 premi e 53 candidature)






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