Soldato blu (1970)
- michemar

- 26 gen
- Tempo di lettura: 4 min

Soldato blu
Soldier Blue
USA 1970 western 1h55’
Regia: Ralph Nelson
Soggetto: Theodore V. Olsen (romanzo “Arrow in the Sun”)
Sceneggiatura: John Gay
Fotografia: Robert B. Hauser, Arthur J. Ornitz
Montaggio: Alex Beaton
Musiche: Roy Budd
Scenografia: Carlos Grandjean
Costumi: Theodore R. Parvin
Candice Bergen: Kathy “Cresta” Maribel Lee
Peter Strauss: Honus Gent
Donald Pleasence: Isaac Q. Cumber
John Anderson: col. Iverson
Jorge Rivero: Lupo Pezzato
Dana Elcar: cap. Battles
James Hampton: soldato Menzies
Mort Mills: serg. O’Hearn
Bob Carraway: ten. McNair
Martin West: ten. Spingarn
Jorge Russek: Volpe Che Corre
Aurora Clavell: indiana
Alf Elson: agente Long
TRAMA: Kathy Lee e un giovane soldato di nome Honus Gent sono gli unici sopravvissuti ad un attacco di Cheyenne. Lei è la sola a comprendere le loro ragioni.
VOTO 8

Ero giovane e andavo da sempre a cinema. Erano tanto di moda i western americani, dove, per tradizione e per conoscenza diffusa, i soldati a cavallo, quindi i bianchi, erano i buoni, i pellerossa i cattivi. Anzi i selvaggi. Nel marzo del 1970 era arrivato in Italia uno strano western, Un uomo chiamato cavallo, dove Richard Harris interpretava un aristocratico inglese che veniva catturato dagli indiani ed era trattato come schiavo, anzi come un cavallo da soma: fatto sta che c’era qualcosa di nuovo nella narrazione che si discostava da quella classica. Ma quando arrivò in autunno il film di Ralph Nelson spiazzò tutti. Come e perché questa storia, tratta da un romanzo, rivoluzionava ciò che ci avevano raccontato da sempre? Chi erano davvero i cattivi e i buoni? Un momento! E chi era quella bellissima bionda vestita da pellerossa? Era stata notata da tutti per la sua bellezza svedese in Quelli della San Pablo ma qui si presentava in tutto il suo splendore e, soprattutto, con l’intraprendenza del suo formidabile personaggio, Kathy, detta “Cresta”. Da parte sua il regista Ralph Nelson aveva alle spalle alcuni western e film di altro genere di buon apprezzamento. Curiosità e passaparola ed il film divenne un successo, rivoluzionario per il contenuto.
Nel Territorio del Colorado del 1877, la giovane “Cresta” Lee e il soldato Honus Gant sopravvivono a un massacro compiuto dai Cheyenne. Lui è un patriota convinto, mentre lei, che ha vissuto due anni con i Cheyenne, simpatizza apertamente per loro e disprezza l’ingenuità del soldato, che chiama ironicamente “soldato blu”. I due devono raggiungere Fort Reunion, dove l’ufficiale fidanzato di Cresta li attende. Durante il viaggio affrontano fame, pericoli e un gruppo di Kiowa, di cui Honus ferisce gravemente il loro capo ma non riesce a ucciderlo. Un trafficante d’armi corrotto li insegue, deciso a vendere fucili ai Cheyenne, ma Honus riesce a distruggere la sua ultima fornitura. Ferito, viene lasciato in una caverna mentre Cresta corre al forte per chiedere aiuto. Lì scopre che il reggimento del suo fidanzato sta per attaccare un villaggio Cheyenne pacifico. Allora tenta di avvertire il capo Lupo Pezzato (Jorge Rivero), ma i soldati, guidati da un comandante psicopatico, massacrano uomini, donne e bambini. Honus cerca invano di fermare l’orrore e viene arrestato per tradimento. Cresta tenta di salvare i superstiti, ma quasi tutti vengono uccisi. Lei sopravvive, solo per essere anch’essa accusata di tradimento.
Accipicchia, dicevamo tutti: ed ora siamo noi bianchi gli assassini? Cosa ci hanno raccontato finora? Perché i bianchi hanno massacrato quella pacifica tribù senza pietà? Forse è da mettere in relazione alla allora recente notizia della strage in Vietnam di Mỹ Lai, che fu uno degli episodi più scioccanti del conflitto con centinaia di civili vietnamiti - in gran parte donne, bambini e anziani - che vennero uccisi da soldati statunitensi, e la notizia, inizialmente insabbiata, esplose poi sulla stampa internazionale provocando indignazione globale.
Ci sono film che non si limitano a raccontare una storia: ti costringono a guardare dentro una ferita. Questo appartiene a questa categoria rara e scomoda. Ralph Nelson prende il western classico, lo svuota dei suoi miti e lo restituisce come un atto d’accusa, un grido politico che ancora oggi vibra con una forza che il cinema americano contemporaneo fatica a eguagliare.
La vicenda di Cresta e Honus è, in apparenza, un viaggio di sopravvivenza, in realtà è un percorso di disillusione: lui, soldato ingenuo cresciuto nella retorica della cavalleria; lei, donna che ha visto il volto vero dell’America e non può più credere alle sue favole. Il loro confronto è il cuore emotivo del film, un duello di visioni che anticipa il revisionismo degli Anni Settanta e lo rende più umano, più fragile, più vero.
Candice Bergen è straordinaria: moderna, ironica, ferita. Peter Strauss le fa da contrappunto con una sincerità quasi dolorosa: quando il suo ingenuo personaggio vomitò, io piansi. Ma è la regia di Nelson a imprimere il marchio definitivo: asciutta, diretta, priva di compiacimento. La violenza non è spettacolo: è documento, memoria, responsabilità. Il massacro finale - anch’esso ispirato a storia vera, quella di Sand Creek - non è solo una sequenza: è un trauma filmato, un atto politico che rifiuta la neutralità.
Molti critici stranieri lo hanno letto come un’allegoria del Vietnam, e non hanno torto. Ma per me il film va oltre: è un’opera che parla di come le nazioni costruiscono i propri miti cancellando chi li contraddice. È un film che ti chiede di scegliere da che parte stare e non ti permette di farlo senza pagare un prezzo emotivo. Lo amo perché è imperfetto, coraggioso, necessario. Perché non consola. Perché non dimentica. E perché, a distanza di decenni, continua a ricordarci che la verità storica non è mai un territorio pacificato.
Per me, immortale.
Premi? Neanche a parlarne, è troppo scomodo, almeno per allora. Oggi avrebbe avuto un altro trattamento.


































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