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Terraferma (2011)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 30 mag
  • Tempo di lettura: 6 min

Terraferma

Italia Francia 2011 dramma 1h28’

 

Regia: Emanuele Crialese

Sceneggiatura: Emanuele Crialese, Vittorio Moroni

Fotografia: Fabio Cianchetti

Montaggio: Simona Paggi

Musiche: Franco Piersanti

Scenografia: Paolo Bonfini

Costumi: Eva Coen

 

Filippo Pucillo: Filippo

Donatella Finocchiaro: Giulietta

Mimmo Cuticchio: Ernesto

Giuseppe Fiorello: Nino

Timnit T.: Sara

Martina Codecasa: Maura

Tiziana Lodato: Maria

Filippo Scarafia: Marco

Pierpaolo Spollon: Stefano

Claudio Santamaria: com. Guardia di Finanza

 

TRAMA: Sull’isola di Linosa, una famiglia di pescatori viene punita per aver salvato alcuni immigrati che sono giunti illegalmente via mare. Il giovane Filippo non vuole restare fermo dinanzi ad una emergenza di tali proporzioni e decide di aiutare una madre, il figlio e la neonata a scappare, incurante del pericolo a cui si espone.

 

VOTO 7

 

 

Emanuele Crialese riprende un paio di temi che avevano caratterizzato i suoi precedenti: un’isola delle coste siciliane dove si svolgono i fatti (in Respiro era Lampedusa) e il fenomeno delle migrazioni (come in Nuovomondo e in Once We Were Strangers), stavolta clandestine con i conseguenti problemi d’accoglienza.

 

 

Alla luce dell’evoluzione del fenomeno migratorio e delle norme che lo hanno accompagnato, il film si impone come una delle testimonianze più intense e struggenti sul tema dei viaggio verso il sogno e dell’umanità. Il regista (di genitori siciliani) mette in scena un confronto potente tra esseri umani e natura, costruendo un equilibrio narrativo denso e coinvolgente, in cui dal dolore può emergere una possibilità di speranza. La vicenda della donna incinta che trova rifugio e protezione nella casa di Ernesto apre molteplici livelli di lettura, ma mantiene un forte legame con la cronaca: ciò che nel film prende il nome di accoglienza, nella realtà troppo spesso si traduce in indifferenza. A rendere ancora più significativo il racconto contribuisce anche la presenza nel cast di Timnit T., vera migrante africana sbarcata a Lampedusa, che interpreta Sara, uno dei personaggi principali del film. L’opera, che nel 2012 fu scelto per rappresentare l’Italia agli Oscar, è una finestra aperta su una realtà, quella della migrazione, che è oggi di inquietante attualità. Vederlo, o rivederlo, è anche (soprattutto?) una lezione morale.

 

 

Una piccola isola siciliana (si gira a Linosa ma ricorda Lampedusa, mai citata) vive sospesa tra tradizione e modernità: il vecchio pescatore Ernesto (Mimmo Cuticchio) segue ancora la legge del mare, mentre suo figlio Nino (Giuseppe Fiorello) punta tutto sul turismo e la nuora Giulietta (Donatella Finocchiaro) sogna di trasferirsi sulla terraferma con il giovane Filippo (Filippo Pucillo). Durante una battuta di pesca, Ernesto e Filippo si imbattono in un barchino carico di migranti; nonostante l’ordine della Guardia Costiera di non intervenire, l’uomo soccorre alcuni naufraghi, fedele al suo codice morale. Tra loro c’è Sara (Timnit T.), incinta, che partorisce nella casa della famiglia. La presenza dei migranti mette in crisi l’equilibrio dell’isola, dove le autorità applicano rigidamente la legge e i turisti si spaventano davanti ai continui sbarchi e ai cadaveri restituiti dal mare. La barca di Ernesto viene sequestrata e le tensioni familiari aumentano, ma Filippo, turbato da ciò che ha visto e dal peso delle regole imposte, inizia a mettere in discussione il confine tra legalità e umanità. Mentre l’isola si chiude sempre più, il ragazzo comprende che dovrà scegliere da che parte stare e quale futuro immaginare per sé.

 

 

È un film costruito sul confine: quello fisico tra mare e continente, e quello morale tra le leggi non scritte dei pescatori e quelle imposte dallo Stato. Crialese ambienta la storia in una piccola isola che vive una trasformazione rapida e dolorosa: da rifugio di pescatori a meta turistica, fino a diventare punto d’approdo dei migranti che tentano la traversata verso l’Europa. In questo microcosmo fragile, una famiglia di pescatori si ritrova schiacciata tra la crisi del proprio lavoro, le sirene della modernità e l’arrivo continuo di barconi. Bellissimi i dialoghi tra i vecchi pescatori che hanno un loro codice etico.

 

 

Il film segue la scelta impulsiva e umanissima di Ernesto e del nipote Filippo, che salvano una donna etiope e suo figlio nonostante il divieto delle autorità. Da qui si apre il vero cuore del racconto: un conflitto morale che oppone la solidarietà istintiva dei pescatori alla rigidità di una legge che chiede di voltarsi dall’altra parte. Crialese non nasconde il suo punto di vista e, pur con qualche metafora evidente e qualche contrapposizione un po’ manichea, punta dritto all’essenza del rapporto tra gli uomini: l’istinto primordiale di aiutare chi è in pericolo.

 

 

È evidente come il film cerchi la semplicità, liberandosi delle sovrastrutture per far emergere i gesti minimi, gli sguardi, la quotidianità di due donne – una isolana e una migrante – che imparano a condividere lo stesso spazio. Come va pure fatto notare che evidenzia invece come Crialese talvolta calchi la mano su simboli e contrasti, rischiando di rendere troppo netta la divisione tra “buoni” e “cattivi”. Ma entrambe le letture possono concordare su un punto: la forza visiva del film. La regia alterna la luce abbagliante dell’isola a sequenze notturne tese e dolorose, sostenute da una colonna sonora immersiva che amplifica il senso di sospensione.

 

 

Di conseguenza resta così un racconto di frontiera che parla di accoglienza, paura e cambiamento, senza cercare soluzioni semplici. Un film che, pur con qualche ingenuità, trova la sua potenza nella capacità di trasformare un fatto di cronaca in una parabola umana, dove il mare non è solo un confine, ma il luogo in cui si decide chi siamo davvero.

 

 

Vi si vivono attimi drammatici ed altri sicuramente commoventi come quando finalmente le due donne, Giulietta e Sara, si guardano prima come due tigri pronte a difendere il proprio territorio – materiale o affettivo e di sopravvivenza – per poi avvicinarsi con un abbraccio che non può non emozionare. Partire, andare, Torino, dove andare. In fondo, è l’unica richiesta che l’africana rivolge, non chiede altro, solo di poter raggiungere il marito che lavora nel capoluogo piemontese, a cui, purtroppo, spiegherà come tragicamente ha un’altra bambina, che non è sua ma frutto delle violenze dei tanti mesi trascorsi nelle carceri libiche. Il loro incontro, di scena e di vita lo spiega benissimo l’attrice italiana: “Io sono Giulietta, madre vedova che vorrebbe far crescere suo figlio in un posto diverso, aprirgli la mente e non fargli frequentare sempre le stesse persone. Lei vorrebbe andarsene, viaggiare, ma la sua aspirazione si scontra con l’arrivo di un gruppo di immigrati, e dare aiuto diventa la priorità. Il progetto di fuga di Giulietta viene bloccato dalla fuga di un’altra donna, l’africana Sara, cui dà rifugio nel suo garage. Il suo comportamento è, credo, molto simile a quello di chi abita a Lampedusa e vede la propria terra troppo piccola per queste persone nuove: la prima reazione è di accoglienza, poi però ti chiedi come riuscirai a sopravvivere a questa ‘invasione’. Tra Giulietta e Sara all’inizio è uno scontro, anche perché sono due donne forti: nel film ci sono scene davvero intense, tutte girate nel garage. Sara è come una regina d’Africa, una pantera in gabbia, sembriamo due animali, con questi sguardi ardenti... Ma poi lo scontro diventa scambio, e anche amicizia, come è stato nella vita tra me e Timnit: io le cucinavo la parmigiana, lei il cous cous!” che meraviglia la sorellanza interrazziale!

 

 

Crialese ci mette tutto, tutto questo. Razzismo, accoglienza, violenze subite dai migranti, anni per attraversa l’Africa dall’Etiopia al Mediterraneo, l’attraversata, il rischio di affogare, il soccorso, i giorni trascorsi nascosti nella casa dei pescatori.

 

 

La cosa più bella, tra i balli dei turisti, gli ombrelloni della spiaggia, le gite in barca, le amicizie del vivace Filippo (che si conquista sul campo il titolo di protagonista), l’incontro con la ragazza milanese, resta però il colpo di testa del giovane: quando capisce che quella donna va salvata ad ogni costo prende la decisione, che per Crialese è quella giusta. La domanda che rimane è: chi ha ragione? chi si comporta correttamente dal punto di vista umano? Prevale la legge dello Stato (di questi governi, più esattamente) o quella del mare, per cui vanno sempre soccorsi i naufraghi? Vale la legge scritta da politici che badano al consenso oppure la coscienza dei pescatori? Ernesto non ha dubbi. E neanche Emanuele Crialese, il quale, va notato tra l’altro, ama mettere sempre in risalto e in primo piano la figura femminile: Grazia (Valeria Golino) in Respiro, Lucy (Charlotte Gainsbourg) in Nuovomondo, questa Giulietta (Donatella Finocchiaro) a cui seguirà la Clara di Penélope Cruz ne L’immensità.

E noi?

 

 

Riconoscimenti

David di Donatello 2012

Candidatura miglior film

Candidatura miglior regista

Candidatura miglior attrice protagonista a Donatella Finocchiaro

Nastro d’Argento 2012

Migliore colonna sonora

Premio Lancia a Giuseppe Fiorello

Candidatura miglior regista

Candidatura miglior attrice protagonista a Donatella Finocchiaro

Candidatura miglior attore non protagonista a Giuseppe Fiorello

Candidatura miglior fotografia

Mostra di Venezia 2011

Leone d’Argento - Gran premio della giuria a Emanuele Crialese

Ciak d’Oro 2012

Miglior colonna sonora a Franco Piersanti[6]

Bari International Film Festival 2012

Premio Mario Monicelli - Miglior regista a Emanuele Crialese

 


 
 
 

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