The Homesman (2014)
- michemar

- 20 feb
- Tempo di lettura: 3 min

The Homesman
USA Francia 2014 western 2h2’
Regia: Tommy Lee Jones
Soggetto: Glendon Swarthout (romanzo)
Sceneggiatura: Tommy Lee Jones, Kieran Fitzgerald, Wesley A. Oliver
Fotografia; Rodrigo Prieto
Montaggio: Roberto Silvi
Musiche: Marco Beltrami
Scenografia: Merideth Boswell
Costumi: Lahly Poore
Tommy Lee Jones: George Briggs
Hilary Swank: Mary Bee Cuddy
Grace Gummer: Arabella Sours
Miranda Otto: Theoline Belknap
Sonja Richter: Gro Svendsen
Jo Harvey Allen: signora Polhemus
Barry Corbin: Buster Shaver
David Dencik: Thor Svendsen
William Fichtner: Vester Belknap
Evan Jones: Bob Giffin
Caroline Lagerfelt: Netti Nordstog
John Lithgow: reverendo Dowd
Tim Blake Nelson: Freighter
Jesse Plemons: Garn Sours
James Spader: Aloysius Duffy
Hailee Steinfeld: Tabitha Hutchinson
Meryl Streep: Altha Carter
TRAMA: Mary Bee Cuddy, insegnante di scuola, è una vera pioniera e agisce come il migliore degli uomini. George Briggs, invece, è un disertore dell’esercito considerato un fuorilegge. Insieme, i due si ritroveranno a dover scortare dal Nebraska all’Iowa tre donne andate fuori di testa e senza più alcun controllo, sfidando gli ostacoli che il percorso comporterà.
VOTO 6,5

Presentato in concorso nella sezione principale al Cannes 2014, è il secondo lungometraggio da regista del grande Tommy Lee Jones, dopo l’altro western che gli ha dato tante soddisfazioni di critica, Le tre sepolture. È la storia dolorosa di due anime solitarie e sofferenti che il destino affianca per un viaggio, una lotta per l’affermazione della propria persona, un viaggio che li avvicinerà così tanto da portare forse alla fine anche a volersi bene.
Ma allarghiamo un po’ il discorso, più in generale. Il western è un genere che molti considerano superato, fuori moda. Per legittimare ogni nuovo titolo si ricorre spesso alla formula “reinventa il genere”, come se senza questa pretesa un film fosse destinato all’irrilevanza. Eppure, negli ultimi anni non sono mancati western classici di ottima fattura (Quel treno per Yuma, Il Grinta) opere che non avevano alcuna ambizione di rivoluzionare il linguaggio. In questo solco si inserisce Tommy Lee Jones che a Cannes porta un’opera classica, che però introduce una prospettiva insolita: quella femminile in un mondo dominato dagli uomini.
La storia, tratta dal romanzo di Glendon Swarthout, segue Mary Bee Cuddy (Hilary Swank), donna sola e determinata, e Briggs (lo stesso Jones), un vagabondo ruvido e opportunista. I due devono trasportare tre donne mentalmente instabili dal Nebraska all’Iowa, lontano dalle famiglie incapaci di gestirle. È un viaggio di follia, dolore e resistenza, punteggiato da momenti di cupo umorismo.
C’è da chiedersi se, con queste caratteristiche, si possa ancora parlare di western. La risposta è sì: lo è per ambientazione, per la centralità del paesaggio, per la riflessione sulle origini del mito americano e per la presenza ineludibile della violenza. Ciò che cambia è l’angolazione: Jones non reinventa il genere, ma lo rivitalizza valorizzando il ruolo delle donne nella conquista del territorio, invertendo il senso della frontiera e contaminando la tragedia con un’ironia nera che richiama i Coen. Il film alterna momenti di grande forza visiva - merito della splendida fotografia di Rodrigo Prieto, uno dei punti forti del crew - a passaggi meno incisivi, penso a causa della non grande esperienza dell’autore. Il cast è solido, con una Hilary Swank straordinaria che finisce per oscurare la prova dello stesso regista, anzi mi pare proprio un film cucito addosso alla eccellente attrice, che quando si trova a suo agio in bei personaggi diventa imbattibile: qui è davvero straordinaria ed il loro è un duello di recitazione ad alto livello (vanno sentiti in originale per rendersene conto). In un cast folto e zeppo di nomi importanti e anche le apparizioni brevi, come quella di Meryl Streep, aggiungono spessore.
La parte più interessante è la rappresentazione della frontiera: non più solo un confine geografico, ma un limite mentale, un territorio di smarrimento e follia. Tuttavia, dopo un evento narrativo improvviso e sconvolgente, il film sembra perdere sicurezza, ammorbidendosi e cedendo a un sentimentalismo che ne attenua l’impatto. Anche la dimensione simbolica legata alla condizione femminile, inizialmente forte, si affievolisce nel finale.
In sintesi, Tommy Lee Jones costruisce un western classico, irregolare ma affascinante, sostenuto da grandi interpretazioni e da un immaginario potente. Un’opera che parte con ambizione, offre momenti di cinema notevole, ma non raggiunge la grandezza che sembrava promettere. Ma è come piace a Tommy Lee Jones: un western lento, crepuscolare, recitato con calma e per di più on the road. Un film che tiene vivo quel genere che tanto abbiamo sempre amato, duro, roccioso e segnato, come le sue rughe impassibili scavate sul viso. Bravissime tutte le donne sul suo set, persino la figlia della Streep, Grace Gummer, ha un ruolo importante.


























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