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Vigilato speciale (1978)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Vigilato speciale

Straight Time

USA 1978 dramma 1h54’

 

Regia: Ulu Grosbard

Soggetto: Edward Bunker (romanzo “Come una bestia feroce”)

Sceneggiatura: Edward Bunker, Alvin Sargent, Jeffrey Boam

Fotografia: Owen Roizman

Montaggio: Sam O’Steen, Randy Roberts

Musiche: David Shire

Scenografia: Stephen B. Grimes

Costumi: Bernie Pollack

 

Dustin Hoffman: Max Dembo

Theresa Russell: Jenny Mercer

Gary Busey: Willy Darin

Harry Dean Stanton: Jerry Schuel

M. Emmet Walsh: Earl Frank

Kathy Bates: Selma Darin

Edward Bunker: Mickey

 

TRAMA: Max Dembo, uscito di galera e provocato da Earl Frank, sadico custode della sua libertà provvisoria, cerca di rigare dritto. Si fa però coinvolgere dall’amico Jerry nell’organizzazione di una rapina a una gioielleria.

 

VOTO 7,5

 

 

Il protagonista Max Dembo, interpretato magistralmente da Dustin Hoffman, appena uscito dal carcere e voglioso di ricominciare rigando dritto, ha un solo desiderio e cioè di essere come tutti gli altri: un lavoro, una casa, una vita normale dopo anni di detenzione. Il film diretto da Ulu Grosbard, tratto dal romanzo autobiografico di Edward Bunker, qui anche cosceneggiatore a più mani, mostra però come la società americana rifiuti sistematicamente i tentativi di riabilitazione di un ex detenuto. E va a finire che una serie di sfortune, incomprensioni e sospetti lo spinge di nuovo verso le stesse scelte che lo hanno condotto in prigione.

 

 

Il film si colloca alla fine di un decennio in cui il cinema statunitense aveva iniziato a rappresentare i criminali come sintomi di problemi sociali più profondi, come si era potuto notare con Quel pomeriggio di un giorno da cani e non solo. A differenza dei crime movie più spettacolari e famosi, questo non glorifica il colpo o la tecnica del furto: è interessato alla psicologia del ladro, alla sua fragilità e al contesto che lo spinge a fallire. È un thriller sociale, che invita lo spettatore a empatizzare con figure tradizionalmente viste come nemici pubblici.

 

 

Il primo segnale del rifiuto sociale arriva quando Max visita l’amico ex detenuto Willy Darin (Gary Busey). La scena domestica sembra serena, ma la moglie Selma (Kathy Bates) gli chiede gentilmente di non tornare più: per lei Max rappresenta quel passato che il marito sta cercando di lasciarsi alle spalle. Anche lui, però, non è davvero reinserito: perde facilmente la pazienza con il figlio e confessa di essere ricaduto nell’eroina. Usando l’appartamento di Max per drogarsi, lo mette nei guai con il suo ufficiale di sorveglianza, Earl Frank (M. Emmet Walsh), che lo arresta ingiustamente.

 

 

Dopo l’arresto, Max perde casa e lavoro e gli resta solo la relazione con Jenny (una giovanissima Theresa Russell), la segretaria conosciuta all’agenzia per l’impiego. Quando Earl vuole trasferirlo in una casa di reinserimento, il nostro capisce che la riabilitazione è una trappola senza uscita. Durante il tragitto, prende il controllo dell’auto e scaraventa fuori Earl. È il punto di non ritorno. Da quel momento decide di tornare al crimine, l’unico ambito in cui sente di avere ancora un punto fermo.

 

 

Max si riunisce con il vecchio complice Jerry Schue, interpretato da Harry Dean Stanton. Anche questi vive una vita apparentemente tranquilla, con casa e piscina, ma confessa di sentirsi soffocato dalla normalità. La dinamica tra i due rivela due modi diversi di intendere la libertà: Max è impulsivo, guidato dall’adrenalina e dal bisogno di sentirsi vivo; Jerry è più cauto, organizzato, consapevole dei rischi. Nei colpi che mettono in atto insieme, l’amico diventa la forza che tenta di contenere l’irruenza di dell’altro.

 

 

Il grande colpo finale – una gioielleria di Beverly Hills, con Willy come autista – fallisce per una combinazione di inesperienza e impulsività. Le conseguenze sono tragiche e confermano il tema centrale del film: per un criminale professionista non esiste una via d’uscita semplice. La vita “normale” è una promessa irraggiungibile, non meno di quella criminale che richiede sacrifici altrettanto devastanti.

 

 

Film a pieno titolo nel contesto del thriller americano degli anni ’70, con la novità dell’ambientazione spostata da New York, eterno luogo del cinema di riferimento, a Los Angeles, anticipando l’estetica che Michael Mann avrebbe poi reso iconica. La presenza di Dustin Hoffman, attore di primo piano, rafforza l’idea di un film che supera i confini del genere per diventare un dramma umano complesso. In continuità con la tradizione inaugurata da Gangster Story, A sangue freddo e Nick mano fredda, questa bellissima opera di Grosbard mostra quanto il cinema americano avesse ormai imparato a raccontare i criminali con empatia e profondità.

 

 

Un film che mi è rimasto nel cuore perché Ulu Grosbard adotta un’impostazione naturalistica, quasi da cinema-verità: macchina da presa spesso fissa o con movimenti minimi, inquadrature che non cercano mai l’effetto. Questa scelta serve a far percepire la vita di Max come una sequenza di gesti quotidiani, controllati da altri, senza libertà di movimento. L’assenza di virtuosismi è deliberata: il film non vuole “interpretare” Max, ma stargli addosso e mostracelo al meglio. La dimostrazione arriva dal fatto che il regista, proveniente dal teatro, lavora in profondità sulle micro‑reazioni degli attori, che sono diretti in modo da sembrare non attori, con tempi morti, esitazioni, sovrapposizioni di dialogo. Il regista lascia spazio all’improvvisazione controllata, ottenendo una recitazione che sembra rubata alla realtà. È una regia che privilegia il processo rispetto al colpo di scena.

 

 

Non nascondo la mia rabbia per il fatto che un gran regista come questo ed il suo film siano stati dimenticati troppo velocemente, essendo questo, non dico proprio un capolavoro, ma è stato certamente sottovalutato e trascurato. La regia è eccellente e Dustin Hoffman straordinario, sempre in palla in questo scorcio della sua carriera. Egli veniva da caposaldi del cinema americano come Papillon (1973), Lenny (1974), Tutti gli uomini del presidente (1976), Il maratoneta (1976). Che carnet! Bravi anche le sue spalle, tutti attori di ottimo livello.

 


 
 
 

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