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The Yards (2000)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 26 ott 2019
  • Tempo di lettura: 3 min

The Yards

USA 2000 drammatico 1h55’


Regia: James Gray

Sceneggiatura: James Gray, Matt Reeves

Fotografia: Harris Savides

Montaggio: Jeffrey Ford

Musiche: Howard Shore

Scenografia: Kevin Thompson

Costumi: Michael Clancy


Mark Wahlberg: Leo Handler

Joaquin Phoenix: Willie Gutierrez

Charlize Theron: Erica Olchin

James Caan: Frank Olchin

Ellen Burstyn: Val Handler

Faye Dunaway: Kitty Olchin

Steve Lawrence: Arthur Mydanick

Andy Davoli: Raymond Price

Tony Musante: Seymour Korman

Victor Argo: Paul Lazarides

Tomas Milian: Manuel Sequiera


TRAMA: Leo Handler esce di prigione e torna in famiglia, intenzionato a ridare ordine alla propria vita. Trova lavoro come macchinista grazie allo zio Frank, uomo molto influente e pieno di amicizie, ma scopre presto che nei depositi ferroviari, di cui ora Frank è padrone incontrastato, si stanno svolgendo delle attività non del tutto legali.


Voto 7


James Gray è al secondo lungometraggio e il suo cinema comincia a prendere forma. Nonostante si possa avvertire ancora l’acerbità della mano del regista, riusciamo a notare la maturazione dell’artista, che è in crescita e ne abbiamo una prova proprio con questo film. L’ambiente anche questa volta è quello prediletto, con una famiglia forte al centro della trama, la contaminazione con gli immigrati che popolano l’America, cioè la terra dell’abbondanza, quella delle occasioni, di quegli immigrati che prendono sempre più la mano negli affari: particolare che qui si si affaccia, ma come vedremo nei successivi film diventerà sempre più preponderante.


Controllo dei sindacati, influenze sugli uomini politici locali, traffici illeciti: anche se esci dal carcere con tutte le migliori intenzioni è difficile rimanerne fuori e per riprendere quota devi adattarti. Devi essere sveglio, capire al volo, guardarti attorno e intuire di chi ti puoi fidare e di chi no. L’importante è essere fedele alla causa e servire il capo della famiglia. James Gray sembra già padroneggiare gli argomenti, conosce bene l’ambiente in cui si muovono queste persone e le inquadra da vicino, seguendo passo passo come si muovono Leo e Willie, due amici che si sentono fratelli. Il regista sa forzare lentamente il ritmo fino ad alzarsi e man mano che ci si avvicina al culmine sa portarci alla tensione giusta e immancabilmente al finale drammatico, come ogni buon thriller deve saper essere.


Il cast vede già alcuni attori che Gray predilige e che prediligerà nel prosieguo della sua attività, Joaquin Phoenix su tutti, il quale pare sin dall’inizio l’attore idoneo per adattarsi alla coriacea scorza della famiglia e agli affari loschi a cui è interessata. C’è già quindi quasi tutto del cinema di Gray e di ciò che sarà ancora meglio in seguito. E come al solito, oltre alla trama a cavallo tra il giallo e il drammatico, il tratto per dipingere i personaggi è frutto di una mano ferma e risoluta, che sa riprodurre caratteri decisi e dai colori forti. Il regista, in realtà, dà l’impressione di amare più i personaggi della trama stessa e a loro infatti dedica molta attenzione. Il sottobosco della vita metropolitana, fatto, come ben sappiamo, di compromessi e di patti tra il legale e l’illecito, tra contratti scritti e accettati e accordi tacitamente criminali, lui lo racconta con talento naturale. È proprio il suo campo preferito.


Il cast è di forte richiamo e vede anche nomi di antica grandezza come il redivivo Tomas Milian, un attore che abbiamo apprezzato in tutte le stagioni e con registi che abitano quartieri molti differenti nella storia del cinema. E poi ritroviamo perfino Tony Musante, Faye Dunaway e James Caan, assieme ad un gruppo di attor giovani che sono i futuri divi: il suddetto Joaquin Phoenix, Charlize Theron, giovane e già bellissima, e Mark Wahlberg, che è il combattuto protagonista di una vicenda difficile.

Le premesse e le promesse erano già buone in questa pellicola e ciò che verrà in seguito sarà ancora migliore.



 
 
 

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Il Cinema secondo me,

michemar

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