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Tiro al piccione (1961)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 14 feb
  • Tempo di lettura: 3 min

Tiro al piccione

Italia 1961 guerra 1h54’

 

Regia: Giuliano Montaldo

Soggetto: Giose Rimanelli (romanzo)

Sceneggiatura: Luciano Martino, Giuliano Montaldo, Fabrizio Onofri, Ennio De Concini

Fotografia: Carlo Di Palma

Montaggio: Nino Baragli

Musiche: Carlo Rustichelli

Scenografia: Carlo Egidi

Costumi: Pier Luigi Pizzi

 

Jacques Charrier: Marco Laudato

Eleonora Rossi Drago: Anna

Gastone Moschin: Pasquini

Francisco Rabal: Elia

Franco Balducci: Garrani

Loris Bazzocchi: Giuliani

Enzo Cerusico: pastorello

Franca Nuti: donna col marito al fronte

Enrico Glori: oratore fascista

Sergio Fantoni: tenente Nardi

Carlo D’Angelo: capitano Mattei

Silla Bettini: Gioioso

 

TRAMA: Il giovane Marco, dopo l’8 settembre 1943, si arruola nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana e assiste agli ultimi giorni di un vecchio regime che promette un nuovo futuro ma che in realtà è in disfacimento.

 

VOTO 6,5

 

 

Dopo dieci anni dall’esordio come attore in Achtung! Banditi!, (1951) di Carlo Lizzani, con cui lavorò anche in seguito, oltre che con Francesco Maselli e Luciano Emmer, Giuliano Montaldo passa per la prima volta dietro la macchina da presa con un film tratto dall'omonimo romanzo di Giose Rimanelli in cui si raccontano le turbolente vicende della parte finale della Seconda Guerra Mondiale che avvennero in Italia con i fascisti in ritirata e la nascita della Repubblica di Salò.

 

 

Dopo l’8 settembre 1943, il giovane Marco Laudato (Jacques Charrier) decide di arruolarsi nell’esercito della Repubblica Sociale Italiana, convinto di compiere il proprio dovere in un momento di caos nazionale. Ferito dopo un gesto eroico, viene ricoverato in ospedale, dove conosce Anna (Eleonora Rossi Drago), un’infermiera che lo cura con dedizione e si innamora di lui. La relazione, però, si rivela più complessa del previsto: Marco scopre che Anna è mantenuta da un anziano industriale e che, per evitare il ritorno al fronte del capitano Mattei (Carlo D’Angelo), si è concessa anche a quest’ultimo. Quando Marco sorprende i tre mentre stanno fuggendo insieme, comprende la natura opportunistica di quel triangolo e, profondamente deluso, decide di abbandonare Anna.

 

 

Intanto la situazione militare precipita: nonostante la radio annunci la cattura e la fucilazione di Mussolini, il tenente Nardi (Sergio Fantoni) tenta comunque di raggiungere la Valtellina attraverso le montagne, seguito da un gruppo di repubblichini tra cui Marco. Il drappello viene sorpreso dai partigiani e costretto alla fuga. L’ufficiale, incapace di accettare la resa, si suicida dopo aver ordinato al giovane di proseguire. Sconvolto dagli eventi e richiamato dai compagni che si stanno arrendendo, Marco decide infine di consegnarsi anche lui, segnando la fine delle sue illusioni e del suo percorso nella RSI.

 

 

Ci si può chiedere perché, nel 1962, realizzare un film così cupo e realistico sulla guerra, quando il Neorealismo era ormai tramontato e il pubblico sembrava orientato verso altri generi, dai peplum alla Nouvelle Vague. È evidente che Giuliano Montaldo, nato nel 1930, fosse profondamente segnato dagli anni della RSI e dalla violenza vissuta a Genova, città contesa tra fascisti, tedeschi e partigiani. Il film sarebbe quindi un tentativo di mostrare alla nuova generazione ciò che lui stesso aveva visto: giovani che cercavano un modo per affermarsi e finivano risucchiati in un conflitto più grande di loro.

 

 

Il film inizia con immagini documentarie di città in fiamme e della fuga di Mussolini, per poi seguire Marco, un diciannovenne che si arruola nelle Brigate Nere. Montaldo adotta uno stile asciutto, quasi documentaristico: niente eroismi, niente musica enfatica, solo la quotidianità di ragazzi che combattono perché non hanno altro. Le scene mostrano miseria, compromessi morali e un progressivo irrigidimento emotivo del protagonista, mentre la sua relazione con Anna si sgretola e la guerra diventa sempre più insensata.

 

 

Il film fu accolto in modo controverso perché raccontato dal punto di vista di un giovane fascista, senza glorificare né il regime né la Resistenza. Proprio questo realismo spiazzante contribuì al suo rapido oblio, in un’epoca cinematografica poco pronta a storie così ambigue. Lo si potrebbe paragonare a opere che mostrano il crollo di una generazione ingannata da ideali vuoti, ed è forse utile anche a rispondere alla domanda finale: cosa resta a un ragazzo quando il regime crolla e le sue certezze svaniscono? Solo la consapevolezza amara di essere stato sacrificato per un’idea già morta.

 

 

Triste, oltre che cupo, sia per ciò che mostra e racconta, sia perché è stato un periodo storico del nostro Paese in cui bisognava girare pagina dopo vent’anni di sciagure e soprattutto dopo una guerra distruttiva. Film dimenticato ma che ha la sua importanza per l’inizio della carriera di regista di una persona perbene come Giuliano Montaldo, che ricordiamo sempre con il suo bonario sorriso.

 

 

Per fortuna il film è stato restaurato dal Centro Sperimentale di Cinematografia e presentato il 5 settembre 2019 alla 76.a Mostra internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nella sezione Venezia Classici. Successivamente è entrato nel mercato home video.

 


 
 
 

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