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Ultimo tango a Parigi (1972)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 4 ott 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Ultimo tango a Parigi

Francia/Italia 1972 dramma 2h9'

Regia: Bernardo Bertolucci

Sceneggiatura: Bernardo Bertolucci, Franco Arcalli

Fotografia: Vittorio Storaro

Montaggio: Franco Arcalli, Roberto Perpignani

Musiche: Gato Barbieri

Scenografia: Philippe Turlure

Costumi: Gitt Magrini

Marlon Brando: Paul

Maria Schneider: Jeanne

Jean-Pierre Léaud: Tom

Massimo Girotti: Marcel

Laura Betti: miss Blandish

Giovanna Galletti: prostituta

Catherine Allégret: Catherine

Catherine Breillat: Mouchet

Veronica Lazar: Rosa

Trama: In seguito alla morte della moglie Rosa, il quarantacinquenne americano Paul vaga desolato e inquieto per le strade di Parigi. Mentre visita un appartamento da prendere in affitto, conosce la ventenne Jeanne, impegnata con un aspirante regista suo coetaneo. Proprio in quel pied-à-terre Paul e Jeanne si lasciano travolgere da un sentimento che prende presto la forma dell’ossessione: sanno poco o niente l’uno dell’altra – ignorano persino i loro nomi – ma allacciano una relazione violentemente passionale.

Voto 9


Raccontano i critici più esperti che quando il film uscì nelle sale, il principale commentatore delle opere di Bernardo Bertolucci, Morando Morandini, scrisse su Tempo Illustrato: “Ho in mente una mezza dozzina di recensioni possibili e non so quale scegliere.” Facile e immediata dimostrazione di quali e quante sfaccettature possieda questa potente pellicola del regista parmense. Il grande film ebbe una vita molto particolare, dovuta al fatto che la sceneggiatura di partenza, scritta assieme a Franco Arcalli, divenne talmente malleabile che in corso d’opera fu lasciata mano libera al divo per eccellenza, il Marlon Brando che fu lasciato improvvisare dall’autore. Diceva l’attore (ne La mia vita, Frassinelli, 1994) “Dato che Bernardo parlava poco inglese, volle che fossi io a scrivere praticamente tutti i miei dialoghi e fra noi comunicavamo in francese o a segni.”


E ciò è nulla in confronto a cosa poi è successo nel set. Lo stesso Bertolucci rimase spiazzato da come il film si sviluppò sul set. Come affermava lui stesso “Volevo solo raccontare una coppia di sconosciuti borghesi che si amano carnalmente senza accorgersi di andare incontro all’autodistruzione psicologica di classe.” Poi si rese conto di avere a che fare con due personaggi a diverse dimensioni che sono davvero e tanto soli, di cui lui stesso non si era accorto scrivendone e lo disse chiaramente: “Ero partito per fare un film su una coppia e invece ho fatto un film su due solitudini. Esattamente dal momento in cui Maria sorpassa Marlon per strada e si volta a guardarlo, ho compreso che ciascuno dei due era condannato alla solitudine. Anche nelle loro scene insieme sono sempre una più uno. Mai due.


Ma non sono solo i due attori i protagonisti, perché assurgono a queste dimensioni anche le musiche indimenticabili di Gato Barbieri e la meravigliosa fotografia di Vittorio Storaro. Con questo panorama, il film è divenuto una pietra miliare del cinema italiano, riconosciuto (direi inaspettatamente) anche dal pubblico: infatti resta il titolo italiano primo in classifica per biglietti staccati, ben 15.623.773, escludendo il mitico Guerra e pace che però era diretto dall’americano King Vidor. Se proprio vogliamo aggiungere un altro protagonista del film che però non è tra le persone ma è un oggetto è il cappotto cammello indossato da Brando. Quell’indumento indossato in maniera così trasandata ma sempre elegante, morbido e adattabile, è un colpo d’occhio che accompagna il personaggio dal primo all’ultimo minuto, gli dà quell’aria da dannato e perso, che gli accentua la solitudine di cui sopra, che lo colora per l’eternità. E dire che non esisteva nel copione ma fu un gesto istintivo e imprevedibile del set: Marlon sonnecchiava sulla poltroncina stravolto dal jet lag, apre gli occhi, vede Bertolucci e gli soffia il cappotto! Incredibile, ma più o meno lo stesso tipo di cappotto splenderà sullo schermo indossato da Alain Delon nel bellissimo La prima notte di quiete (recensione) che che fece il medesimo gesto sul (tumultuoso) set, dal momento che era quello del regista Valerio Zurlini. E dire che Bertolucci aveva in primo momento chiamato proprio Delon per quel ruolo ma ricevette un inaspettato “no”.


Definito da tanti critici come film "discusso ma non discutibile", è forse la migliore etichetta con cui si possa ricordare. Rare volte capita un film che è sia "di" autore che "di" attore, in quanto l'impronta che gli ha potuto dare l'immenso e incomparabile Marlon Brando è di valore assoluto: a volte si assiste a sequenze dove è evidente la mano libera lasciata dal regista all'attore, che si impossessa della storia e ne fa cosa propria. Anche se la presenza della compianta Maria Schneider è notevole, le espressioni e le reazioni del grande Marlon sono lo spettacolo assoluto all'interno del film. Da notare che nelle scene in cui non c'è l'attore americano, Bertolucci prova a dare una sterzata alla natura dell'opera, dandole un'impronta di stile Truffaut, persino con la presenza di Jean-Pierre Léaud, ma è un tentativo velleitario: il film è nelle mani salde di Marlon Brando.

Piaccia o non piaccia, scandalizzi oppure no, è una grandissima pellicola, distrutta e rediviva e oggi ancora pilastro del cinema: non sarà stato subito il più grande successo di Bertolucci, ma il suo nome è legato a questo magnifico film, un urlo straziante della borghesia.



 
 
 

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