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Un uomo chiamato cavallo (1970)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 25 mag
  • Tempo di lettura: 4 min

Un uomo chiamato cavallo

A Man Called Horse

USA Messico 1970 western 1h54’

 

Regia: Elliot Silverstein

Soggetto: Dorothy M. Johnson (racconto)

Sceneggiatura: Jack DeWitt, Gregory Crosby

Fotografia: Robert Hauser

Montaggio: Philip W. Anderson, Gene Fowler Jr.

Musiche: Leonard Rosenman

Scenografia: Dennis Lynton Clark

Costumi: Dennis Lynton Clark

 

Richard Harris: John Morgan

Manu Tupou: Mano Gialla

Judith Anderson: madre di Mano Gialla

Jean Gascon: Batise

Dub Taylor: Joe

Eddie Little Sky: Aquila Nera

Michael Baseleon: Piedelungo

Lina Marin: Rosaspina

Tamara Garina: donna Elk

William Jordan: Bent

James Gammon: Ed

Corinna Tsopei: Tortora Bianca

Terry Leonard: capo degli Shoshone

Iron Eyes Cody: sciamano

 

TRAMA: Sir John Morgan, a caccia nel Montana agli inizi dell’800, viene catturato dai Sioux, che non hanno mai visto un uomo bianco e perciò usato come animale da soma. Morgan dimostrerà di essere un uomo, sposerà la figlia del capotribù, supererà la terribile prova del coraggio e diventerà così un guerriero a tutti gli effetti. Deciderà poi di rimanere e ne diverrà il capo.

 

VOTO 7

 

 

È un film western del 1970 diretto da Elliot Silverstein basato sul racconto omonimo della scrittrice western Dorothy M. Johnson, pubblicato per la prima volta nel 1950 sulla rivista Collier's e nuovamente nel 1968 nel libro di Johnson Indian Country. La storia di base fu utilizzata in un episodio del 1958 della serie televisiva Wagon Train, anch'esso intitolato "A Man Called Horse". Il film, che vede Richard Harris nel ruolo del protagonista ed è parzialmente parlato in Sioux, racconta la storia di un aristocratico inglese catturato dal popolo Sioux. È stata una coproduzione messicano-americana girata in esterni in Arizona e negli stati messicani di Durango e Sonora. Ricevette recensioni critiche generalmente positive ed ebbe successo finanziario, generando due sequel: La vendetta dell'uomo chiamato Cavallo (1976) e Shunka Wakan - Il trionfo di un uomo chiamato Cavallo (1983), mai all’altezza e alla bellezza del primo film.

 

 

L’aristocratico inglese John Morgan, durante un viaggio nelle terre del West, viene catturato da una tribù Sioux e ridotto in schiavitù. Trattato come un animale e affidato alla severa madre di Mano Gialla, il bianco vive inizialmente in uno stato di totale estraneità: non comprende la lingua, i gesti, i rituali. L’unico tramite è Batise, un mezzosangue anch’egli prigioniero, reso zoppo dopo un tentativo di fuga. Col passare del tempo, Morgan osserva la vita del villaggio e capisce che l’unico modo per sopravvivere – e forse riconquistare la libertà – è ottenere il rispetto della tribù. L’occasione arriva quando uccide due guerrieri Shoshone, nemici storici dei Sioux: questo gesto gli permette di reclamare lo status di guerriero e di essere considerato, per la prima volta, un uomo e non un animale.

 

 

Deciso a integrarsi, Morgan offre i cavalli presi in battaglia come prezzo del matrimonio e chiede la mano di Tortora Bianca. Per essere degno di lei deve però affrontare il durissimo rito del Voto al Sole, un’iniziazione che prevede il corpo sospeso tramite lacci conficcati nel petto. Sopravvivere alla prova significa rinascere: da quel momento riceve il nome Shunka Wakan, “Cavallo”. La sua trasformazione interiore è evidente quando difende l’onore di un guerriero che giura di non arretrare mai in battaglia, rimproverando Batise per la sua incomprensione. Ormai Morgan vede il mondo con occhi diversi. Quando gli Shoshone attaccano il villaggio, Morgan combatte al fianco dei Sioux e contribuisce alla vittoria. È il momento che sancisce la sua piena accettazione nella comunità: non è più un prigioniero, ma un membro rispettato, destinato a un ruolo di guida.

 

 

Il film è del 1970 e quindi è contemporaneo a due grandi successi western innovativi: Piccolo grande uomo e Soldato blu, evidente segno che Hollywood abbia cominciato quella “revisione” che anni dopo porterà alla grande festa che è Balla coi lupi. Inoltre appartiene a quella fase del western in cui il genere abbandona la retorica epica e si spinge verso territori più crudi, fisici, sicuramente etnografici. Il film di Silverstein non cerca la spettacolarità classica, ma un’immersione totale in un mondo percepito come estraneo e ostile. L’esperienza del protagonista diventa un viaggio sensoriale: la cattura, la nudità esposta, la perdita di ogni ruolo sociale sono mostrati con una durezza che non ha nulla di gratuito, perché servono a raccontare la demolizione dell’identità occidentale e la sua ricostruzione attraverso un nuovo codice culturale. La messa in scena alterna realismo sporco e momenti quasi visionari, in cui rituali, musica e lingua Sioux creano un’atmosfera sospesa, a tratti psichedelica, che rende il film unico nel suo decennio.

 

 

Questa tensione tra autenticità e artificio è uno dei punti più affascinanti dell’opera. Il film aspira a una rappresentazione rispettosa della cultura Sioux, ma allo stesso tempo non rinuncia a un certo gusto per il sensazionale, soprattutto nei rituali. È un’opera piena di contraddizioni: rigorosa e scomposta, antropologica e spettacolare, rispettosa e insieme filtrata dallo sguardo di un uomo bianco. Eppure, proprio queste frizioni generano una forza cinematografica particolare. Il film non è mai “pulito”, mai perfettamente coerente, ma è vivo, pulsante, capace di imprimersi nella memoria più per la sua intensità che per la sua precisione storica. È un western che non rassicura: mette a disagio, scuote, costringe a guardare.

 

 

Al centro di tutto c’è Richard Harris, che affronta il ruolo con una dedizione quasi brutale. La sua interpretazione è fisica, esposta, a tratti scomposta, ma sempre attraversata da una convinzione assoluta. Harris non si limita a recitare la sofferenza: la abita. Nei momenti più estremi – dal degrado iniziale al rito iniziatico – il suo corpo diventa il vero campo di battaglia del film. È un’interpretazione che sfiora il rischio di eccesso, ma non ci cade mai perché è sostenuta da una presenza magnetica, da un’intensità che non concede tregua. È lui a dare al film la sua energia più pura: senza la sua radicalità, il film non avrebbe la stessa forza né la stessa capacità di restare nella memoria.

 

 

Come è accaduto a me, che, abituato al western classico, rimasi stupito e allo stesso tempo affascinato: mi rendevo conto che qualcosa era cambiato. E poi, quella scena di lui appeso per i capezzoli… Epica!

 


 
 
 

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