Villetta con ospiti (2020)
- michemar

- 28 apr 2023
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 11 mag 2023

Villetta con ospiti
Italia 2020 dramma 1h28’
Regia: Ivano De Matteo
Sceneggiatura: Valentina Ferlan, Ivano De Matteo
Fotografia: Maurizio Calvesi
Montaggio: Marco Spoletini
Musiche: Francesco Cerasi
Scenografia: Sonia Peng
Costumi: Grazia Colombini
Marco Giallini: Giorgio
Michela Cescon: Diletta
Massimiliano Gallo: commissario Carmine Panti
Erika Blanc: Miranda
Cristina Flutur: Sonja
Bebo Storti: dottor De Santis
Vinicio Marchioni: don Carlo
Monica Billiani: Beatrice
Ioan Tiberiu Dobrica: Adrian
Marius Bizău: zio Ilija
Giovanni Visentin: ortopedico
TRAMA: Ventiquattr'ore per raccontare una splendida famiglia borghese e una ricca cittadina del nord Italia. Di giorno le nostre signore e i loro mariti ostentano pubblica virtù ai tavolini dei caffè. Poi, di notte, si scivola nel noir ed esplode il lato oscuro della provincia in un susseguirsi di meschinità e violenze.
Voto 6

Come nelle più classiche barzellette e nelle peggiori tragedie, ci sono gli italiani “brava gente”, persone di colore, immigrati rumeni, professionisti senza scrupoli, un prete, un commissario, giovani ribelli. Soprattutto ci sono sette persone che si ritrovano dopo un tragico incidente chiusi in una villetta in una notte in cui è difficilissimo trovare una soluzione che vada bene a tutti.
Siamo nel profondo nordest, nella provincia della marca trevigiana, ricca, formalmente cattolica, vigneti di prosecco a profusione, fonte di agiatezza e di occupazione, con la gente che frequenta il caffè e i centri di benessere con spa (salus per aquam) mentre spettegola. Popolo che lavora e mette su aziende che fanno lavorare, più perbenista che per bene, con il razzismo latente che serpeggia e salta fuori alla prima occasione, anche verso che non è precisamente del nord.

La villetta del titolo, con annessi vigneti, è della signora Diletta (Michela Cescon), erede di famiglia di cui è rimasta solo la vegliarda prepotente e dispotica Miranda (Erika Blanc), la quale non risparmia le velenose stilettate al genero, interpretato da Marco Giallini, Giorgio (“terun de Roma”) e che ne critica il comportamento ogni volta che questi si allontana per qualche giorno per lavoro (“sì, de mona!”, sempre a sentire l’anziana), ma che non risparmia continui rimproveri anche alla figlia, colpevole di non tenere il marito a freno, magari tenendolo per le balle come faceva lei con il padre. La vera vittima della casa è però Sonja (la brava Cristina Flutur), la badante-cameriera rumena che sopporta con il sorriso le scorribande verbali, con l’unica speranza di mettere da parte i soldi sia per far studiare il figlio Adrian che intanto è il tuttofare che l’aiuta, sia il piccolo che ha lasciato in patria. In casa Tamanin si aggira malvolentieri la giovane Beatrice, che simpatizza per il coetaneo immigrato, e c’è anche il bambino di famiglia. Nel panorama dei personaggi si aggiungono il dottor De Santis (Bebo Storti), disponibile ad ogni compromesso e a qualsiasi orario con i Tamanin, ed il commissario (Massimiliano Gallo) della polizia della cittadina, napoletano, poco integerrimo, che fa rispettare la legge a sua misura, conoscendo bene le persone altolocate e gli stranieri che trafficano in affari poco chiari. A sorvegliare c’è il sorriso benevolo di don Carlo (Vinicio Marchioni), prete giovanile che piace alle fedeli, anche troppo.

Un bel panorama, non c’è che dire. La più ingenua, oltre alla brava Sonja, è certamente la signora Diletta, che si dedica anima e corpo alle iniziative benefiche della parrocchia per distrarsi dalle disfunzioni familiari. Quando nella notte della trama succede l’imprevisto, il più tragico che si possa immaginare, si ritrovano tutti con le mani nei capelli, alla ricerca della soluzione più comoda, del compromesso che metta a tacere i rimorsi e i subbugli dell’anima. Una pietra, che più tombale non può essere, che li salvi. Tutti. Perché tutti ne diventano complici, chi con il silenzio, chi con la mancata denuncia, chi per inadempienza grave. Riuniti e bloccati nella villetta, una sorta di disperato Carnage, trasformando la forzata riunione in un kammerspiel spietato.
Ivano De Matteo ama i soggetti delle famiglie disastrate. Come già era successo con Gli equilibristi, I nostri ragazzi, La vita possibile e l’ultimo ad oggi, Mia, entra con la camera da presa all’interno della casa di nuclei familiari e ne studia i comportamenti che a volte sono drammatici per gli eventi naturali della vita quotidiana, altre volte per l’ipocrisia e la cattiveria che animano i componenti. A volte è un autore delicato, a volte, come questa, carica eccessivamente i caratteri per peggiorarne il profilo, eccedendo però anche nella tipizzazione. Vedi per esempio il commissario con le mani in pasta che è napoletano, ma esaltando senza retorica il razzismo che spesso la società attuale vuole minimizzare e che invece è sempre in agguato pronto ad esplodere. Anche mediante somme di danaro per mettere fine a situazioni alquanto incresciose, perché tutto – per la gente ricca – è quantificabile, anche i dolori più profondi, in una cifra ragionevole. Specialmente con gli stranieri, nostri sospiti. Ma come spesso avviene, è la persona più umile ad avere più dignità.

Tutto in 24 ore, partendo da un weekend da trascorrere con l’amante di colore, passando da una festa parrocchiale sul sagrato, fino ad un colpo di pistola, con tanto di cadavere. Da un lato il benessere di una terra ricca e farisea con famiglie che nascondono la polvere sotto il tappeto, dall’altro il concetto di legittima difesa; da un lato il peggiore dei perbenismi, dall’altro un elenco di peccati capitali di cui nessuno vuole confessarsi. I sette personaggi in cerca di non colpevolezza sono anche quelli che si scambiano consigli e vie d’uscita pur di non sentirsi responsabili dell’accaduto: chi era in evasione di fine settimana rientra, chi ha sparato non sa darsi pace, chi ha involontariamente causato tutto aumenta l’odio, chi viene interpellato per aiutare diventa complice, chi deve fare il proprio dovere ha molto da nascondere, a cominciare dalla pistola che era in casa impropriamente. Tutti hanno colpa, chi più chi meno, mentre la vittima è a terra e l’unica innocente e sofferente scopre che la felicità e la speranza non è per gli ultimi. Come dice Marco Giallini, discutendo del film, “Anche nella vita di tutti i giorni la colpa è sempre così frammentata e divisa che non se la prende mai nessuno.”.
L’ambientazione nel ricco nordest non credo sia casuale: è una terra che può ricordare il Midwest americano adatto a mille noir come questo, con le armi in casa e i falsi buoni rapporti con i vicini, l’odio per i forestieri, i confini di casa come frontiere verso gli altri. Il nostro Veneto – luogo dove è successo realmente e più di una volta l’eccesso di legittima difesa - si è sempre prestato al cinema di critica sociale, sotto forma di commedia tragicomica e sotto le spoglie di drammi, da sempre, tra un segno di croce e una gomitata per far notare la persona da criticare, tra un sorriso e il pettegolezzo appena fuori dal bar. Un concentrato, però, come quelle sette persone chiuse in casa fino alla soluzione è difficile riscontrarlo. Sette, come i peccati capitali, che pensavano di conoscersi a fondo ed invece si guardano come sconosciuti per accusarsi.

Attori in buona forma, con Marco Giallini che fa ciò che ormai è il suo tipico cliché e il ruolo, che recita con maestria, gli calza a pennello; bravi anche gli altri, ma un elogio particolare per la bravissima Michela Cescon, le cui capacità teatrali la fanno sempre emergere. Ma come trascurare l’ormai anziana Erika Blanc, abilissima nel tratteggiare il suo insopportabile personaggio? Una qualità di Ivano De Matteo è sicuramente quella di saper dirigere gli attori e qui, in un’opera buona ma non eccezionale, lo dimostra ancora una volta.














Commenti