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Una sola verità (2008)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 5 feb
  • Tempo di lettura: 4 min

Una sola verità

Nothing But the Truth

USA 2008 dramma/thriller 1h48’

 

Regia: Rod Lurie

Sceneggiatura: Rod Lurie

Fotografia: Alik Sakharov

Montaggio: Sarah Boyd

Musiche: Larry Groupé

Scenografia: Eloise Crane Stammerjohn

Costumi: Lynn Falconer

 

Kate Beckinsale: Rachel Armstrong

Matt Dillon: Patton Dubois

Angela Bassett: Bonnie Benjamin

Alan Alda: Albert Burnside

Vera Farmiga: Erica Van Doren

David Schwimmer: Ray Armstrong

Courtney B. Vance: agente O’Hara

Noah Wyle: Avril Aaronson

Floyd Abrams: giudice Judge Hall

Preston Bailey: Timmy Armstrong

Kristen Bough: Allison Van Doren

 

TRAMA: La giornalista Rachel Armstrong ha tra le mani uno scoop esplosivo: uno scandalo in cui è coinvolto il governo insieme alla Cia, un cui viene svelato il nome di un agente sotto copertura. La pubblicazione dell’articolo mette sottosopra Washington che incarica un funzionario del governo di scoprire quali siano le fonti della giornalista, che tuttavia rifiuta di rivelarle.

 

VOTO 6,5

 

 

Nothing but the Truth, come dice il titolo originale, Nient’altro che la verità, è un dramma politico scritto e diretto da Rod Lurie (Il castello) e interpretato da un buonissimo cast che prende ispirazione - in modo solo iniziale e non biografico - dal caso della giornalista Judith Miller, incarcerata nel 2005 per essersi rifiutata di rivelare una fonte confidenziale. È una giornalista statunitense diventata una figura centrale in due vicende molto controverse del giornalismo americano contemporaneo. Prima divenne nota per i suoi articoli sul presunto programma iracheno di armi di distruzione di massa, pubblicati sul New York Times prima della guerra del 2003, ma in seguito emerse che molte informazioni provenivano da fonti rivelatesi inattendibili e il giornale riconobbe gravi errori nelle sue verifiche. Miller, allora, lasciò il New York Times nel 2005 dopo un forte dibattito interno sulla sua condotta. Nello stesso periodo fu coinvolta nel cosiddetto Plame Affair, l’inchiesta sulla rivelazione dell’identità dell’agente CIA Valerie Plame. Lei rifiutò di rivelare la sua fonte al grand jury federale e per questo venne incarcerata per oltraggio alla corte, trascorrendo 85 giorni in prigione per difendere la riservatezza della fonte. La sua fonte si rivelò poi essere Scooter Libby, capo di gabinetto del vicepresidente Dick Cheney. Questo film prende solo lo spunto e ne trae un film abbastanza interessante.

 

 

Vediamo come il lavoro del regista elabora la storia vera e la trasforma in una sceneggiatura per il cinema.

Dopo un attentato al Presidente degli Stati Uniti, il governo accusa il Venezuela e lancia un contrattacco militare. L’ambiziosa giornalista Rachel Armstrong (Kate Beckinsale) pubblica un articolo che smentisce la versione ufficiale, rivelando che una agente CIA, Erica Van Doren (Vera Farmiga), aveva escluso il coinvolgimento venezuelano. Quando un procuratore federale, Patton Dubois (Matt Dillon), le chiede di rivelare la sua fonte, Rachel rifiuta e viene incarcerata per oltraggio alla corte.

 

 

La sua detenzione si prolunga per mesi, mentre la sua vita familiare e professionale crolla. Nel frattempo, Van Doren viene assassinata da un fanatico politico. Nonostante pressioni, violenze e un ricorso fino alla Corte Suprema, Rachel non cede. Alla fine, accetta un patteggiamento per ostruzione alla giustizia. Solo nel finale si scopre la natura e la particolarità della fonte.

 

 

Il film di Lurie costruisce un dramma teso e sobrio attorno al rapporto tra giornalismo, potere politico e responsabilità individuale. Il film parte da un presupposto semplice - una reporter che rifiuta di rivelare la propria fonte - ma lo sviluppa con una precisione narrativa che evita il sensazionalismo e punta invece sulla complessità morale dei personaggi. La regia sceglie un tono asciutto, quasi invisibile, lasciando che siano gli sguardi, le esitazioni e i silenzi a definire il conflitto.

 

 

Il cuore del film è il confronto tra la giornalista e il procuratore che la incalza, due figure che incarnano principi opposti ma ugualmente legittimi. Non c’è un eroe puro né un antagonista monolitico: ciò che emerge è un terreno grigio, dove la libertà di stampa e la sicurezza nazionale si scontrano senza che il film pretenda di offrire una soluzione definitiva. L’interpretazione di Kate Beckinsale dà spessore a una protagonista determinata ma vulnerabile, mentre Vera Farmiga e Matt Dillon aggiungono tensione e sfumature a un racconto che procede con ritmo costante fino a un finale che ribalta la prospettiva senza tradire la coerenza del percorso. È un film che non cerca l’applauso facile, ma invita a riflettere sul prezzo delle scelte etiche quando la verità diventa un campo di battaglia.

 

 

Secondo me non è un film memorabile ma sa osare ed è comunque una buona fotografia delle acque che si agitano quando il grande giornalismo americano si muove senza servilismo verso il Potere. Da sempre. Come oggi che scrivo e siamo ai tempi del trumpismo più becero, durante il quale i reporter non schierati hanno vita difficile. Ma la stampa americana ha fatto scuola, in fatto di libertà.

Intanto, osserviamo questo film e riflettiamo su una donna coraggiosa che lotta per i principi della sua professione che finisce per portarla dietro le sbarre.

 


 
 
 

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