Welcome Venice (2021)
- michemar

- 9 ore fa
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Welcome Venice
Italia 2021 dramma 1h40’
Regia: Andrea Segre
Sceneggiatura: Marco Pettenello, Andrea Segre
Fotografia: Matteo Calore
Montaggio: Chiara Russo
Scenografia: Leonardo Scarpa
Costumi: Marianna Peruzzo
Paolo Pierobon: Pietro
Andrea Pennacchi: Alvise
Ottavia Piccolo: Elisa
Roberto Citran: Toni
Sara Lazzaro: Lucia
Giuliana Musso: moglie di Alvise
Anna Bellato: figlia di Pietro
Francesco Wolf: Eugenio
Stefano Scandaletti: Giorgio
TRAMA: Il conflitto tra due fratelli dell’isola della Giudecca sul futuro della loro casa di famiglia, divisi tra la tradizione della pesca delle moeche e la trasformazione turistica.
VOTO 7

Andrea Segre è un cineasta della zona veneziana che ogni tanto dedica la sua attenzione alla vita degli abitanti lagunari, come appunto aveva iniziato all’esordio nel 2011 con il delicato Io sono Li, film in cui portava il problema della migrazione di gente originaria di luoghi lontani (ripreso nel 2017, nel più politico e movimentato L’ordine delle cose), pellicola che descriveva poeticamente la visione della laguna: “Hai mai guardato l’acqua? Va dal mare alla laguna e torna indietro, ma non ritorna tutta al mare. C’è dell’acqua che non riesce più a uscire e rimane intrappolata nella laguna.”. Vi torna, in quel paesaggio, ma per motivazioni molto differenti, per un dramma familiare, sempre però condito dal vernacolo e dal carattere locale dei suoi abitanti, così affezionati alla loro terra/acqua.
Pietro (Paolo Pierobon) e Alvise (Andrea Pennacchi) sono due fratelli di una famiglia di pescatori di moeche (i granchi lagunari chiamati così durante la loro muta) che vivono da sempre sull’isola della Giudecca, la più abitata di Venezia (la più popolosa è Burano). Ora sono i due eredi di un appartamento prima condiviso nella proprietà con il terzo fratello, Toni (Roberto Citran), anch’egli esperto pescatore del crostaceo, ma morto all’improvviso durante il lavoro. Vista la durezza della vita da pescatore e mancando della passione relativa, tramandata dagli avi, Alvise ha idee diverse sul futuro di quella casa affacciata sul canale. I due si scontrano nel cuore della trasformazione inarrestabile che sta cambiando la vita e l’identità di Venezia e della sua gente: l’impatto sempre più profondo del turismo globale ha modificato il rapporto stesso tra città e cittadini, tra casa e vita e la pandemia ha reso ancora più evidente questa crisi.
Pietro, nonostante fatiche e solitudini, vorrebbe continuare a pescare moeche; l’altro, invece, vede nella loro casa di Giudecca lo strumento ideale per ripartire tentando di entrare nell’élite del potere immobiliare che governa la città, complice il genero che è un imprenditore del campo di una certa levatura. Il loro scontro coinvolge tutta la famiglia, in un racconto corale su come stia cambiando il nostro mondo. Nasce così una battaglia tra il testardo Pietro, reduce da anni di galera per un furto, che vuole continuare la tradizione familiare, e Alvise che vede un arricchimento facile ristrutturando l’appartamento da affittare ai ricchi turisti stranieri innamorati di Venezia. Sarà uno scontro durissimo, fatto di litigi furenti e posizioni lontane, che vedrà l’interesse dei figli molto interessati ai guadagni prospettati: Pietro non ha alcuna intenzione di trasferirsi in un nuovo appartamento a Burano, nonostante le previsioni di una vita molto più agiata.
La tradizione e la modernità, la dura vita in barca e le comodità derivanti da investimenti oculati, vista la trasformazione del turismo e dei profitti ricavati nel settore immobiliare: sono queste le argomentazioni che formeranno le due barricate, anche se una è composta dal solo pescatore, mentre di fronte tutti gli altri familiari si convincono facilmente visti anche i debiti che stanno accumulando. Essenziali diventano i dialoghi di una sceneggiatura che viaggia tra il dramma nato all’improvviso e la naturale e spontanea simpatia che gergo popolare veneto, di gente spesso seduta ad un tavolino del bar a bere “un’ombra” di vino bianco, a qualsiasi ora della giornata. Non è semplice fantasia di un paio di sceneggiatori ma la inevitabile conseguenza dell’impatto del turismo di massa, di cui non poche volte si discute a proposito della sopravvivenza di un territorio che comincia a diventare fragile. Venezia è costantemente presa d’assalto da visitatori di tutto il mondo e fa fatica a mantenere un ritmo di vita sostenibile, sia sociale che ecologico ed il film rappresenta la sintesi di questi problemi, tracciando un solco tra le due differenti visioni dei fratelli in guerra.
La fotografia della situazione è riassunta dal cambiamento urbano, che se da un lato porta benefici economici, dall’altro distrugge progressivamente la cultura locale rappresentata proprio dalla pesca alle moeche, che – in un finale grottesco e divertente, sicuramente sorprendente – diventano lo strumento per il dispetto che non ti aspetti, con un Alvise che, appena ricevute due turiste americane, resta allibito alimentando lo stupore e la comicità della scena, degna di una conclusione alla maniera della commedia all’italiana.
Pesca tradizionale e B&B, lavoro paziente ed esperienza nello scegliere, come fa Pietro con il nipotino in gamba, la moeca buona da quella “matta”, e vita benestante, lavorando il minimo ottenendo il massimo. Due visioni opposte, caratterizzate dall’antico e dal moderno, della pace della vita quieta e dal ritmo dettato dalla natura contro l’affarismo attuale che non guarda in faccia a nessuno. Meglio una frittura di piccoli granchi su un tavolino con vista laguna oppure il lavoro organizzato al computer che pubblicizza nell’intero mondo le bellezze di quella natura acquatica dalle case sospese, che Andrea Segre inquadra con l’affetto di chi vi è nato e vissuto. Passato e futuro in mano a due fratelli diversi di carattere, anche perché l’uno è vedovo e l’altro ha una moglie che non vede l’ora di diventare una gran signora. Nessuno capisce la scelta di Pietro, ma lui sì ed è per giunta testardo e la ricchezza non lo interessa.
Forse, la sintesi più fedele è quella dello scrittore e poeta Tiziano Scarpa, veneziano puro: “Venezia è un pesce e il ponte che la collega alla terraferma assomiglia a una lenza: sembra che Venezia abbia abboccato all’amo. È legata a doppio filo: binario d’acciaio e fettuccia d’asfalto”. Paragona la città ad una “sogliola colossale” che si porta sulle squame le tracce del suo navigare, “abbiamo fatto di peggio che legarla alla terraferma: l’abbiamo letteralmente inchiodata al fondale.” Questo è amore per quel paesaggio inimitabile, amato da tutti, irripetibile, ma anche tanto fragile quando è assaltato e modernizzato dall’appetito degli speculatori. Lo scherzo finale, chiamiamolo così, è una risposta quasi goliardica e indispettita ma è anche una non-risposta.
Ovviamente gli attori non potevano essere che indigeni e quindi ecco i sempre eccellenti Paolo Pierobon, Roberto Citran (attori quasi fissi del regista) e il sempre più emergente Andrea Pennacchi in un ruolo lontano dai suoi tipici personaggi, a cui si aggiunge l’ottima Ottavia Piccolo bolzanina di nascita: sono simpatici (pur nel dramma) e bravissimi. Peccato che i sottotitoli intervengano solo con i dialoghi più dialettali perché il film, non usufruendo della miglior tecnica del suono in diretta, non si fa seguire completamente: è il solito problema di tanti film italiani. Inutile aggiungere quanto siano meravigliose le inquadrature malinconiche del grigiore veneziano nella stagione fredda, un altro vero personaggio del bel film di Andrea Segre, il quale, anche stavolta, racconta con trame sue la bellezza della sua terra e lo smarrimento dei suoi antichi abitanti.

Le parole del regista: “A dieci anni esatti da Io sono Li torno con un film di laguna alle Giornate degli Autori e il caso ha voluto che sia proprio questo mio film a inaugurare Sala Laguna, la nuova sala delle Giornate, dedicata a Valentina Pedicini, compagna di viaggio nel cinema indipendente e documentario. Un cinema dove i luoghi e i loro abitanti hanno un ruolo fondamentale per costruire insieme poetiche e significati. Un cinema aperto e plurale, sempre alla ricerca di sfide e dialoghi. Come è stato il progetto da cui è nato il film, immerso nelle calli e nelle acque di una Venezia che si sente scomparire, che non sa dove andare, ma trova ancora la forza di esistere e di parlare, a sé e al mondo.
Una Venezia che rischia di essere consumata dalla sua stessa bellezza e fama, una città simbolo di urgenze e cambiamenti globali che coinvolgono tutti noi, una città che ha bisogno di vite, di cittadini, di spazi, come quello di una sala cinematografica rinnovata e restituita alla città stessa. In un’epoca difficile come questa di pandemie e chiusure, sono felice che questo mio nuovo film di laguna possa aiutare a celebrare una nuova apertura, una nuova strada di dialogo tra il cinema e la città, tra il cinema e il mondo”.


































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