Zio Frank (2020)
- michemar

- 23 giu
- Tempo di lettura: 3 min

Zio Frank
Uncle Frank
USA 2020 commedia drammatica 1h35’
Regia: Alan Ball
Sceneggiatura: Alan Ball
Fotografia: Khalid Mohtaseb
Montaggio: Jonathan Alberts
Musiche: Nathan Barr
Scenografia: Darcy C. Scanlin
Costumi: Megan Stark Evans
Paul Bettany: Frank Bledsoe
Sophia Lillis: Betty “Beth” Bledsoe
Peter Macdissi: Walid “Wally”
Steve Zahn: Mike Bledsoe
Judy Greer: Kitty Bledsoe
Margo Martindale: Mammamaw
Jane McNeill: Neva Bledsoe
Colton Ryan: Bruce
Stephen Root: papà Mac
Caity Brewer: Marsha
Lois Smith: zia Butch
Burgess Jenkins: Beau
TRAMA: Nel 1973, la diciottenne Beth e lo zio Frank affrontano un viaggio on the road da Manhattan a Creekville, nella Carolina del Sud, per prendere parte ai funerali del patriarca di famiglia. Al viaggio si unisce inaspettatamente anche Walid, l’uomo che Frank ama. Ha inizio così una storia sul significato della famiglia, del perdono e dell’importanza che ha scegliere chi vogliamo essere.
VOTO 6,5

Film ambientato negli anni Settanta che racconta una storia di famiglia, segreti e identità. Al centro c’è Frank Bledsoe, interpretato da un Paul Bettany davvero in stato di grazia. Frank è scappato dalla piccola Creekville, in South Carolina, per rifarsi una vita a New York, dove finalmente può essere se stesso e vivere con il suo compagno, Wally (Peter Macdissi). Con la famiglia mantiene solo contatti sporadici: qualche telefonata, qualche visita obbligata. Il racconto si snocciola con le parole e gli occhi della giovane Beth (Sophia Lillis), nipote di Frank, che adora lo zio vedendolo così intelligente e aperto alla modernità, l’unico nella famiglia che, quando raramente si fa vivo, la ascolti veramente e guardandola negli occhi, come nessun altro, facendola sentire importante e non trascurata come capita ai più giovani che pensano di essere invisibili al resto della compagnia.

Beth cresce in Carolina del Sud e ammira suo zio Frank, diverso dal resto della famiglia per sensibilità e cultura. Non capisce però perché il nonno Mac (Stephen Root) lo tratti con freddezza. A diciotto anni si trasferisce a New York per studiare nello stesso college dove Frank insegna. Durante una festa scopre che Frank è gay e vive da anni con Wally, e gli promette di mantenere il segreto. La morte improvvisa del nonno costringe Beth e Frank a tornare a casa per il funerale. Wally li segue di nascosto, desideroso di essere accettato, ma Frank teme il giudizio della famiglia. Il viaggio riapre in Frank ferite profonde: da ragazzo aveva amato Samuel, un coetaneo morto suicida dopo essere stati scoperti da Mac. I ricordi ed il presente non facile lo hanno spinto, intanto, ad abusare spesso dell’alcol. Al funerale, il testamento del padre lo umilia pubblicamente rivelando la sua omosessualità e diseredandolo. Frank fugge, travolto dal senso di colpa per Samuel. Beth e Wally lo ritrovano e lo aiutano a confrontarsi con il passato. Sulla tomba di Samuel, Frank crolla e si riconcilia con Wally. Tornano insieme dalla famiglia, dove finalmente Frank trova un’accoglienza più aperta e la possibilità di vivere la propria verità.

Il film, che inizialmente pare uno dei soliti della profonda provincia americana, ignorante e chiusa, prende davvero forma quando muore il padre di Frank, il temuto Daddy Mac. Frank è quindi costretto controvoglia a tornare a casa insieme alla adorante Beth, affrontando ricordi dolorosi e un passato che ha sempre evitato. La storia è narrata dalla voce di Beth, ma il cuore del film è tutto di Frank: un uomo che vive trattenendo il fiato, diviso tra la vita che si è costruito e quella che ha lasciato.

Alan Ball, regista e sceneggiatore, premio Oscar per la sceneggiatura di American Beauty, mette molto di sé in questo racconto. Anche lui è un uomo del Sud che ha fatto coming out negli anni Settanta, un periodo in cui “le conversazioni” iniziavano appena, ma restavano difficili e rischiose. Proprio per questo il film si concentra sul dolore e sulla liberazione di chi decide di dirsi la verità quando non è più giovane, quando le ferite sono profonde e antiche.

Paul Bettany rende tutto questo con una delicatezza struggente: vergogna, paura, amore, senso di colpa. È una performance piena di sfumature, che regge l’intero film. Una bella sorpresa è la brava Sophia Lillis. Il resto della famiglia resta un po’ sullo sfondo, tratteggiata con archetipi del sud americano, anche se alcuni attori – come Judy Greer e Steve Zahn – riescono comunque a lasciare il segno.

Il finale può sembrare un po’ zuccheroso (l’abbraccio e la comprensione della mamma Margo Martindale) e alcune svolte sono rapide, ma la pellicola resta un racconto sincero su quanto sia difficile parlare e su quanto il silenzio non significhi mancanza di comprensione. Film nobilitato da 7 premi e 13 candidature, quasi tutte statunitensi.
Peccato che sia rimasto un film poco diffuso in Italia.






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