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Zvanì - Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli (2025)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 17 gen
  • Tempo di lettura: 7 min

Zvanì - Il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli

Italia 2025 biografia 1h50’

 

Regia: Giuseppe Piccioni

Sceneggiatura: Sandro Petraglia, Lorenzo Bagnatori, Eleonora Bordi

Fotografia: Michele D’Attanasio

Montaggio: Esmeralda Calabria

Musiche: Michele Braga

Scenografia: Monica Vittucci

Costumi: Edoardo Russo

 

Federico Cesari: Giovanni Pascoli

Benedetta Porcaroli: Mariù Pascoli

Liliana Bottone: Ida Pascoli

Fausto Paravidino: Gabriele D’Annunzio

Davide Lorino: Giosuè Carducci

Marco Trionfante: Pagliarani

Riccardo Scamarcio: Cacciaguerra

Margherita Buy: Emma Corcos

Sandra Ceccarelli: zia Rita

Leonardo Di Pasquale: Salvatore Berti

Luca Maria Vannuccini: Raffaele

 

TRAMA: 1912. Giovanni Pascoli è morto e un treno parte da Bologna per le sue esequie. A bordo Mariù, l’amata sorella, che attraverso i suoi ricordi ripercorre gli eventi salienti della vita di Giovanni: l’assassinio del padre, la giovinezza segnata dalla povertà, l’impegno politico, il rapporto con Carducci, la laurea e le complicate dinamiche familiari.

 

VOTO 7



Giovanni Pascoli nacque nel 1855 a San Mauro in una famiglia inizialmente benestante, ma la sua vita fu segnata molto presto da un trauma destinato a diventare il nucleo della sua poetica. Il 10 agosto 1867, quando aveva undici anni, il padre Ruggero fu assassinato con una fucilata mentre tornava a casa sul calesse. Il delitto rimase irrisolto e gettò la famiglia in una spirale di dolore e sospetti. Dopo la morte del padre, i Pascoli persero progressivamente il loro status economico e furono costretti a lasciare la tenuta; seguirono altri lutti: la madre morì l’anno dopo di crepacuore, poi la sorella Margherita, e negli anni successivi i fratelli Luigi e Giacomo. Questa serie di tragedie portò Giovanni e i fratelli a vivere in condizioni di povertà severa, tra collegi, trasferimenti e sacrifici continui. Durante gli studi liceali e universitari Pascoli dovette contare su borse di studio e su una vita estremamente frugale, spesso segnata da privazioni materiali e instabilità emotiva. Il trauma dell’uccisione del padre rimase centrale nella sua memoria e nella sua poesia: ritorna in testi come “X agosto” e “La cavalla storna”, dove il lutto privato diventa simbolo universale del dolore umano. Nonostante le difficoltà, Pascoli completò gli studi, divenne insegnante e poi professore universitario, ma il suo immaginario poetico restò sempre radicato in quel nido familiare spezzato, nella nostalgia dell’infanzia perduta e nella paura del mondo esterno.

 


Se questa è una sintesi della biografia ufficiale della vita del grande poeta, Giuseppe Piccioni - autore che da sempre privilegia relazioni intime, fragilità emotive e personaggi sospesi, spesso in cerca di un’identità possibile con storie in cui domina una tenerezza inquieta, fatta di esitazioni, pudore e desiderio di connessione più che di passioni esplosive - dimostra ancora una volta le sue predilizioni con questa delicata, precisa, poetica e appassionata opera dedicata al poeta. Non la realizza nel mondo consueto di una narrazione lineare dei biopic, né tantomeno con una serie di ricordi che tornano alla mente del celebrato nella vecchiaia, bensì con un insieme gli episodi biografici ripresi dalla vita del protagonista in ordine sparso e rivisti in un momento molto particolare: il viaggio del feretro che lo porta da Bologna all’ultima dimora a bordo di un treno pieno di tutte le persone che lo hanno stimato e amato, a cominciare dalle due strettissime e amate sorelle Mariù e Ida, il fratello Raffaele e molti studenti intorno alle quali si svolge l’intera esistenza del Pascoli. Come prevedano le sue ulitme volontà, nessuna cerimonia religiosa, solo un crocifisso sulla bara.

 

 

Si ripercorre così la vita di Giovanni, detto in dialetto Zvanì, scomposta in vari momenti e avanti e indietro nel tempo, in modo da comporre un quadro chiarificatore del pensiero artistico, politico e sociale del Poeta, che sin da giovane si appassionò ai temi del pensiero riformista come era vista dalla sparuta formazione anarco-socialista capeggiata da Andrea Costa, da cui emerse con un forte desiderio di solidarietà e fratellanza che si contrapponeva alla lotta di classe, influenzando il suo umanesimo socialista, pur distaccandosi dal socialismo militante e abbracciando il Decadentismo letterario. Posizione non facile in quei tempi e in quella zona d’Italia, quando si era agli albori del nascente fascismo. Per una manifestazione studentesca fu arrestato e detenuto per tre mesi in carcere, senza mai perdere la convinzione di dover aiutare i miseri ad uscire dalla miseria e combattere per la giustizia sociale in maniera democratica.

 

 

Tutto il film si sviluppa quindi in tanti flashback che non sono quelli classici che vediamo in tanti lungometraggi, piuttosto sono una serie di episodi raccontati come pezzi della vita per spiegare il pensiero, la passione della filologia, lo studio del latino, l’insegnamento che cercava di inculcare nei giovani studenti di Matera (il suo primo incarico scolastico) e delle altre città dove fu inviato, e si ha modo di vedere come secondo il regista riusciva a farsi seguire con attenzione dagli allievi, anche per il suo modo gentile e dimesso nell’atto delle spiegazioni e in genere nell’intera opera di insegnamento, dei classici, ricevendo in cambio stima anche dall’ambiente letterario italiano, a cominciare da quello che lui non amava affatto: Gabriele D’Annunzio. Aveva iniziato tardi a pubblicare, pur se a scrivere aveva cominciato da giovanissimo e sempre riandava con la mente e i suoi versi alla ferita lancinante della perdita tragica e violenta del padre, evento che segnò fortemente la vita.

 

 

Principalmente sono due gli aspetti a cui Giuseppe Piccioni dedica l’attenzione che chiede anche allo spettatore: il lavoro letterario, unito al pensiero sociale e alla sofferenza vissuta, e il sentitissimo legame affettivo con le predilette sorelle Mariù e Ida. Per quanto riguarda il primo punto, buona parte del film è dedicata ai rapporti con i suoi professori, Carducci in primis, che non amava particolarmente, con i fratelli e gli amici. Per ciò che invece riguarda il secondo aspetto il regista dà parecchio risalto alla maniera in cui si era consolidato negli anni il rapporto con le due sorelle, da cui si staccava con sofferenza per andare ad insegnare in città lontane dalla loro campagna emiliana e a cui tornava appena possibile, fino al punto che decise di prendere come abitazione un appartamento in cui potessero vivere tutti e tre assieme, situazione che inevitabilmente portò a piccole, ma presenti, diatribe dovute a gelosie e permalosità, in cui nessuno voleva perdere gli altri due, ma contemporaneamente la più grande Ida cominciava a pensare di sposarsi per non restare zitella. Nessuna delle due donne voleva lasciare all’altra la vicinanza affettiva di Giovanni, che invece si donava completamente a loro, pur di essere certo di proteggerle come avrebbe fatto il compianto padre.

 

 

Il film quindi intreccia ricordi familiari, traumi fondativi e paesaggi dell’anima, trasformando la vita di Pascoli in un flusso di immagini dorate, sospese come fotografie che tornano a respirare. Piccioni e lo sceneggiatore Petraglia evitano i cliché del biopic e costruiscono un ritratto di verità evocativa: un Pascoli malinconico, solitario, fragile, ma attraversato da lampi di umorismo e umanità, irriducibile a qualsiasi sistema, lontano tanto dal maestro Carducci quanto dalla mondanità di D’Annunzio. Il film mette in luce anche l’“altro” Zvanì: l’anarchico e il socialista, il detenuto politico vicino ad Andrea Costa. Poeta “fuori dal mondo” e insieme profondamente immerso nella vita contadina, negli affetti, nelle sorelle, negli studenti, nella casa‑nido di Barga. La sceneggiatura insiste su un Pascoli refrattario alla mondanità, un D’Annunzio rovesciato che vive la poesia come vita stessa: dolore per il padre assassinato, ossessione protettiva per le sorelle, rimorso per la prigione che spense ogni slancio politico. Piccioni lo filma come un irregolare, un resistente, un provinciale che fa del provincialismo una forma di identità e di difesa, celebrato più all’estero che in patria grazie ai concorsi in latino. Come in Fuori dal mondo, il regista punteggia il racconto di figure che guardano in macchina, testimoni di una nostalgia ostinata.

 

 

Piccioni mira chiaramente e con risultati eccellenti a suscitare emozione, poesia, umanesimo, fondendo molto abilmente - con fotografia, scenografia e musiche adattissime - suggestioni visive, affetti, ricordi e traumi. Tanta malinconia ma non rimpianti, convinzioni ma anche ascolto verso le altre persone. Lui dolce, educato, misurato, affettuoso, il regista lo raffigura come in un dipinto senza caricare eccessivamente il colore e facendo recitare il cast con toni misurati: i pochi che urlano hanno torto o sono cattivi.

 

 

Il cast si adegua e restituisce il favore delle precise scelte. Federico Cesari è strepitoso perché fa corrispondere il personaggio a ciò che il regista sicuramente si attendeva: misurato - soprattutto lui - ma insieme molto intenso, tramite anche una tangibile malinconia, i tormenti e le contraddizioni con una recitazione trattenuta e profondamente interiore. È un Pascoli vivo, vulnerabile e non scolastico, sostenendo il tono lirico e intimo del film. Una prova matura, coraggiosa e sorprendentemente profonda per un attore della sua generazione. Bravissimo. Gli altri sono nomi importanti ma la maggior parte del copione ricade, oltre ovviamente al protagonista, sulle spalle delle due sorelle. Benedetta Porcaroli, che è la seconda figura più inquadrata e che rappresenta sullo schermo amore e sofferenza, gioia e dolore, è fantastica: è la presenza delicata e luminosa che dà al personaggio una qualità sospesa, quasi fotografica, perfetta per il tono nostalgico del film. Dal canto suo, ottima anche Liliana Bottone, che sorprende per naturalezza e intensità, una giovane interprete capace di reggere primi piani e restituire un’emotività autentica senza enfasi. Il resto del buonissimo cast, a prescindere dal fratello e dall’amico più intimo, recita ruoli brevi se non proprio dei camei, e ciò dà maggiore importanza all’intero film, certamente apprezzato dagli insegnanti di lettere.

 

 

La “cassetta” la riempiono i film comici dell’attuale commedia italiana (non “all’italiana”, è una cosa che non c’è più da anni) ma il versante qualitativo è rappresentato solo da questo cinema, purtroppo di pochi autori. Il bel cinema italiano è questo.

Applausi al regista e al cast tecnico e artistico.

 

 

La pendola batte

nel cuor della casa.

Ho l’anima invasa

dal tempo che fu.

La pendola batte ribatte:

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 

La pendola oscilla

nel cuor della notte.

Tra l’ombre interrotte

chi viene? sei tu?

La pendola oscilla tranquilla:

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 

Sei forse qualcuno

che amai? che perdei?

 

che torni? chi sei

che torni quassù?

Un bacio! sol uno! sol uno!

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 

Un bacio! oh! nemmeno!

Vederti soltanto!

sentire al tuo pianto

che m’ami anche tu!

Ridirtelo almeno! Nemmeno!

mai più... mai più...

mai più... mai più...

 


 
 
 

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