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Cartoline dall’inferno (1990)

Immagine del redattore: michemar
michemar
13 ago
Tempo di lettura: 6 min

Cartoline dall’inferno

Postcards from the Edge

USA 1990 dramma 1h41’

 

Regia: Mike Nichols

Soggetto: Carrie Fisher (autobiografia)

Sceneggiatura: Carrie Fisher

Fotografia: Michael Ballhaus

Montaggio: Sam O’Steen

Musiche: Carly Simon

Scenografia: Patrizia von Brandenstein

Costumi: Ann Roth

 

Meryl Streep: Suzanne Vale

Shirley MacLaine: Doris Mann

Dennis Quaid: Jack Faulkner

Gene Hackman: Lowell Kolchek

Richard Dreyfuss: dottor Frankenthal

Rob Reiner: Joe Pierce

Mary Wickes: nonna

Conrad Bain: nonno

Annette Bening: Evelyn Ames

Simon Callow: Simon Asquith

Gary Morton: Marty Wiener

CCH Pounder: Julie Marsden

Robin Bartlett: Aretha

Barbara Garrick: Carol

Anthony Heald: George Lazan

Oliver Platt: Neil Bleene

 

TRAMA: Susanna Vale, che ha rischiato la morte per overdose durante le riprese di un film da lei interpretato, viene affidata alla madre, Doris Mann, celebre star della commedia musicale anni ‘50. Fra le due donne il clima è teso: da una parte la madre possessiva anche afflitta da problemi di alcolismo, dall’altra la figlia, che oltre a riprendersi dal trauma, deve sopportare il temperamento della prima.

 

VOTO 7,5

 

 

L’operazione di mettere in immagini il libro semiautobiografico di Carrie Fisher nasce da un’urgenza personale prima ancora che narrativa: quella della protagonista della saga Star Wars di trasformare la propria vita tormentata – le dipendenze, la fragilità emotiva, il rapporto complesso con una madre ingombrante come Debbie Reynolds – in un racconto capace di restituire verità senza rinunciare all’ironia. Il romanzo è già di per sé un atto di sopravvivenza, una forma di autoanalisi che usa la scrittura come bisturi e come scudo. Portarlo sullo schermo significava affrontare un materiale incandescente, e per questo la scelta di Mike Nichols non fu casuale: pochi registi, negli anni Ottanta e Novanta, avevano la stessa sensibilità nel trattare temi difficili con una leggerezza che non è mai superficialità, ma precisione chirurgica. Il regista, che aveva già dimostrato di saper raccontare la vulnerabilità umana senza spettacolarizzarla (straordinario il suo esordio con Chi ha paura di Virgina Woolf? seguito niente di meno che da Il laureato), accetta la sfida di tradurre il dolore di Fisher in un film che non cerca la tragedia, ma la complessità. Se poi osserviamo che la sceneggiatura è della stessa attrice il quadro pare proprio completo. Ed il risultato eccezionale.

 

 

Il film racconta la storia di Suzanne Vale (Meryl Streep), un’attrice di Hollywood che dopo un’overdose viene mandata in una clinica di riabilitazione per affrontare la sua dipendenza da droghe. Uscita dal programma, Suzanne cerca di rimettere insieme la propria carriera, ma lo studio che la vuole nel suo nuovo film accetta di assumerla solo a condizione che viva sotto la supervisione di un familiare. È così costretta a trasferirsi da sua madre, Doris Mann (Shirley MacLaine), una star del cinema della generazione precedente, famosa, ingombrante, affettuosa e al tempo stesso competitiva. La convivenza tra le due – entrambe attrici, entrambe fragili, entrambe bisognose di attenzione – diventa il cuore del film.

 

 

Suzanne prova a mantenere la sobrietà mentre affronta un set complicato, un produttore invadente e un ambiente che non le permette di mostrare debolezza. Nel frattempo, il rapporto con Doris oscilla tra conflitto e tenerezza: la madre cerca di aiutarla, ma spesso finisce per soffocarla con la sua personalità dominante e il suo bisogno di essere al centro della scena. Tra incidenti sul set, tentativi di ricostruire la propria immagine pubblica e qualche goffa relazione sentimentale, Suzanne impara a riconoscere i propri limiti e a non farsi definire dalle aspettative degli altri. Il film si avvicina al finale con un momento di riconciliazione: Suzanne riesce a completare il film, a mantenere la sobrietà e a trovare un equilibrio più maturo con Doris. Le “Cartoline” diventano così il racconto di una rinascita, non spettacolare ma autentica, che passa attraverso la consapevolezza, l’ironia e la capacità di guardare la propria vita con lucidità.

 

 

Ancora un caso di genitore che oscura la personalità della progenie. Una storia sofferta, con alti e bassi a seconda dell’umore delle due donne che si affrontano continuamente “in pedana” come due schermitrici, come due pugilatrici, le quali sanno di volersi bene ma che non riescono a trovare un equilibrio se non momentaneo, preceduto e seguito immediatamente da momenti di dialoghi sferzanti e offensivi, che vogliono far male, tra due donne ognuna delle quali vuole prevalere sull’altra, magari punendo l’avversaria a livello mentale. Una battaglia senza esclusioni di colpi che si ripete ad ogni incontro anche se pare una pausa dichiarata. Ed invece. Invece ogni occasione è quella buona per rinfacciarsi una mancanza, un gesto di affetto tralasciato, un errore dettato dall’egocentrismo della mamma che vuole piacere a tutti i costi, soprattutto a chi entra in casa per la figlia, la debolezza per l’alcol di una e per le medicine e le sostanze stupefacenti dell’altra, l’abuso di sonniferi per lasciare libertà alla mamma, l’assuefazione e la necessità della figlia di assumere di ogni per staccarsi dall’invadenza materna. Tutto contribuisce ed entrambe ricadono, negli anni, nei medesimi errori.

 

 

Suzanne era riuscita ad evitare la madre per anni e dedicarsi al cinema ma a causa dell’overdose – da cui si è salvata solo perché era a letto con uno sbruffone e quindi portata al pronto soccorso dove conosce un dottore che forse (molto forse) potrà tirarla fuori dal tunnel – per lavorare in un nuovo film le viene imposto di vivere con la mamma per restare nel cast, e qui la situazione precipita di nuovo. Fino al momento di guardarsi in faccia e dichiarare la pace. Carrie Fisher e Debbie Reynolds, il diavolo e l’acqua santa, la campionessa e l’emergente che cerca conferme e non solo nella vita artistica.

 

 

Nella lavorazione si avverte subito la cura di un progetto che nasce da un materiale incandescente e che richiede una mano esperta: non è un caso che Mike Nichols fosse stato coinvolto già nel 1987, quasi a certificare che la storia autobiografica di Carrie Fisher avrebbe avuto bisogno di uno sguardo capace di tenere insieme ferocia e tenerezza. Il lungo processo di casting – con nomi che circolavano, si avvicendavano, si confermavano – racconta quanto il film cercasse interpreti in grado di reggere la complessità del rapporto madre‑figlia, e l’arrivo di Meryl Streep e Shirley MacLaine definisce immediatamente il tono della pellicola. La Fisher continuava a limare la sceneggiatura durante la pre‑produzione, aiutata da colleghi come Richard Dreyfuss, mentre Gene Hackman modellava il suo regista su Richard Donner, introducendo un ulteriore livello di gioco meta‑cinematografico. Mike Nichols preparò due settimane di prove, costruì un set che alternava la Hollywood reale a quella artificiale – dagli studi di Burbank alla villa di Holmby Hills – e orchestrò un mondo che è insieme confessione e satira, specchio e deformazione. Tutto nella produzione del film suggerisce un equilibrio delicato: rispettare la verità emotiva di Fisher senza trasformarla in melodramma, e al tempo stesso raccontare l’industria con la lucidità di chi la conosce dall’interno.

 

 

È proprio in questo tipo di concezione e di sviluppo che emerge tutta la straordinarietà di un regista come Mike Nichols, a cui ho voluto dedicare un articolo a parte del mio blog: un grande del cinema di sempre (https://www.ilcinemasecondomichemar.com/post/mike-nichols-1931-2014). Da notare che, come narra la leggenda, Debbie Reynolds voleva interpretare la mamma Doris, ma il regista scelse invece Shirley MacLaine, con la motivazione che la stessa attrice raccontò che Nichols le disse: "Non sei adatta per il ruolo.”

 

 

Vista la densità e la difficoltà delle interpretazioni attendibili richieste, il gioco più importante ed essenziale era nelle interpreti: ebbene, Meryl Streep e Shirley MacLaine si rivelano, come da aspettative, straordinarie, davvero eccellenti. Il ruolo della seconda va a pennello e la si può godere pienamente nella visione, ma il “numero” da performance viene – come sempre, inutile parlarne – da Meryl Streep: una prova maiuscola, da incorniciare. Che poi sia anche eccellente nell’esprimersi col canto non è mai stata una novità: a prescindere dal primo brano con cui si esibisce nel party del suo compleanno, è nel finale che esplode in una interpretazione di “I’m Checkin’ Out”, un brano di Shel Silverstein, che si può definire memorabile. Una canzone country-blues trascinante e coinvolgente, in cui si scatena dando l’impressione di una cantante professionista. D’altronde abbiamo potuto godere questa sua abilità più recentemente in Dove eravamo rimasti, l’ultimo film del mai dimenticato Jonathan Demme.

 

 

Che sceneggiatura! Che attrici! Che regista! E la colonna sonora di Carly Simon! Senza trascurare altri nomi importanti: Dennis Quaid, Gene Hackman, Richard Dreyfuss, Annette Bening ed un cameo del povero Rob Reiner.

 

 

Riconoscimenti

Oscar 1991

Candidatura migliore attrice protagonista a Meryl Streep

Candidatura miglior canzone (I’m Checkin’ Out)

Golden Globe 1991

Candidatura migliore attrice in un film commedia o musicale a Meryl Streep

Candidatura migliore attrice non protagonista a Shirley MacLaine

Candidatura migliore canzone originale (I’m Checkin’ Out)

BAFTA 1991

Candidatura miglior attrice protagonista a Shirley MacLaine

Candidatura miglior sceneggiatura non originale

Candidatura miglior colonna sonora

 


 
 
 

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