Dracula – L’amore perduto (2025)
- michemar

- 1 giorno fa
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Dracula – L’amore perduto
Dracula: A Love Tale
Francia 2025 fantasy/horror romantico 2h9’
Regia: Luc Besson
Soggetto: (Dracula)
Sceneggiatura: Luc Besson
Fotografia: Colin Wandersman
Montaggio: Lucas Fabiani
Musiche: Danny Elfman
Scenografia: Hugues Tissandier
Costumi: Corinne Bruand
Caleb Landry Jones: Vlad / Dracula
Christoph Waltz: prete
Zoë Bleu: Elisabetta / Mina
Matilda De Angelis: Maria
Ewens Abid: Jonathan Harker
Guillaume de Tonquédec: Dumont
David Shields: Henry Spencer
Raphael Luce: Simon
TRAMA: Nel quindicesimo secolo, il principe Vladimir reagisce alla morte dell’amata moglie maledicendo Dio. A causa del suo affronto, viene trasformato in vampiro ed è costretto a un’immortalità nel buio. Secoli dopo, nella Londra del XIX secolo, scopre il doppio della moglie e non può trattenersi dall’inseguirla, anche se così facendo rischia la vita.
VOTO 5,5

Caleb Landry Jones è uno di quegli attori che non “interpretano” un personaggio: lo abitano, lo disturbano, lo sporcano, lo rendono imprevedibile. È un performer che non è che divida ma che si fa notare lavorando sul limite del suo corpo attoriale in pose contorte, movimenti nervosi, un’energia che sembra sempre sul punto di esplodere. Anche quando è immobile, dà l’idea di trattenere qualcosa di ingestibile. La voce è spesso spezzata, tremolante, imprevedibile, passando da un sussurro a un grido con una naturalezza che mette a disagio; non cerca la pulizia: cerca la verità emotiva, anche quando può risultare sgradevole. Riducendo in un solo termine è bravo. Di film ne ha già girati tanti ma si è fatto notare maggiormente in Get Out - Scappa (2017), disturbante come suo solito, come anche in Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017, anno fortunato per lui) ma l’affermazione definitiva la raggiunge diretto da Luc Besson: Dogman (2023). A questo punto, anche chi non l’aveva notato se ne accorge e lui decolla ed ora eccolo ancora con il regista francese, che, come lo conosciamo, era l’autore delle donne eroine in tutte le salse ed invece in questi anni punta tutto sulla fisicità ed il modo di interpretare dell’attore, addirittura in uno dei mostri sacri (in senso cinematografico e letterario) come Dracula.
Quanti film si sono intrattenuti sull’argomento romanzato da Bram Stoker? Si parte dal 1931 e tutt’oggi non vede pausa: all’incirca una decina, tenuto conto anche di una versione porno (al cui ambiente si riesce ad adattare tutto) e ci arriva anche Luc Besson, ovviamente alla sua maniera, coadiuvato dal mo(n)do interpretativo del giovanotto Caleb, ma con un’idea di partenza differente dai suoi predecessori, facendo diventare la storia un romanzo d’amore sentimentale come un macabro San Valentino. Talmente d’amore che già l’inizio ci mostra, nella Transilvania del XV secolo, scene di schermaglie amorose tra il giovane principe Vlad e la sua innamorata moglie Elisabeta (Zoë Bleu), una love story in piena regola, interrotta, però, per l’arrivo dei suoi ufficiali che lo esortano a non perdere tempo, perché gli Ottomani sono in arrivo sul campo di battaglia e necessita partire a guerreggiare. È costretto ad abbandonarla ma raccomandandosi al vescovo affinché ne curi la protezione. Ed invece, al ritorno la brutta sorpresa.
Nel XV secolo, il principe Vlad di Valacchia rinnega Dio dopo la morte della moglie Elisabeta durante la guerra contro gli Ottomani. Maledetto all’eternità, diventa Dracula e passa quattro secoli a cercare la reincarnazione della donna amata, creando agenti vampirici e persino un profumo capace di attirare le sue potenziali reincarnazioni. Nel 1889, durante una trattativa immobiliare con il giovane avvocato parigino Jonathan Harker (Ewens Abid), scopre che la fidanzata di lui, Mina (sempre Zoë Bleu), è sicuramente la reincarnazione di Elisabeta. Dopo aver imprigionato Harker nel castello con l’aiuto dei suoi mostruosi schiavetti (rassomiglianti ai gargoyle che vediamo sulle facciate delle chiese gotiche), Dracula si nutre del sangue di alcune suore per recuperare le forze e parte per Parigi, dove la città celebra il centenario della Rivoluzione francese. Con l’aiuto della vampira Maria (Matilda De Angelis), rintraccia Mina e tenta di risvegliare in lei i ricordi della vita precedente.
Dracula porta Mina in Valacchia, dove lei lo supplica di trasformarla per poter vivere insieme in eterno. Intanto Harker fugge e si allea con un sacerdote occultista (Christoph Waltz) e l’esercito per eliminare il vampiro. L’assalto finale al castello culmina nello scontro tra Dracula e l’esorcista, che lo implora di pentirsi per non condannare l’anima di Mina. Dracula accetta la morte e si lascia trafiggere, dissolvendosi tra le braccia di Mina dopo averle dichiarato il suo amore.
Ci troviamo davanti a un’opera che punta con decisione al melodramma gotico più che all’horror. È un Dracula che vive soprattutto di atmosfere, di romanticismo esasperato, di estetica barocca e volutamente kitsch, con un gusto che richiama solo vagamente le atmosfere di Coppola del ‘92, ma filtrato attraverso la sensibilità pop e visionaria di Besson. La cosa che mi colpisce di più è quanto il film sia visivamente sontuoso: costumi, scenografie, fotografia e musiche lavorano insieme per creare un mondo che sembra sospeso tra fiaba nera e opera romantica. È un cinema che non ha paura dell’eccesso, anzi lo abbraccia. Non sarebbe Besson.
Al centro di tutto c’è un Dracula interpretato con un’intensità quasi febbrile: fragile, malinconico, a tratti grottesco, in altri struggente. È un vampiro che soffre più di quanto spaventi, un innamorato eterno che attraversa i secoli inseguendo un ricordo. Accanto a lui, la figura del cacciatore di vampiri emerge come un contrappunto ironico e disilluso, capace di dare equilibrio a un racconto che spesso si lascia andare a scarti tonali molto marcati.
Il limite più evidente, per me, sta nella scrittura: prolissa, troppo esplicativa, poco incisiva quando dovrebbe essere misteriosa, perfino derivativa quando prova a reinventare il mito. La struttura narrativa che salta tra epoche e luoghi non trova mai un vero ritmo, e il film sembra continuamente oscillare tra momenti di grande suggestione e passaggi che scivolano nel ridicolo involontario. È un’opera che affascina e irrita allo stesso tempo, un miscuglio di intuizioni brillanti e scelte discutibili.
Nel complesso, mi sembra un film divisivo che voleva essere affascinante, più vicino a un racconto d’amore maledetto che a un horror, capace di regalare immagini potenti e interpretazioni notevoli, ma anche di inciampare spesso nella sua stessa ambizione. Un Dracula che punta al cuore, non ai brividi, e che vive di eccessi, romanticismo e contraddizioni. Diciamo una specie di horror alla Baz Luhrmann, tanto è chiassoso e pacchiano. Mi sbilancio: mi è parso più che altro un fantasy.
Diverse le differenze di trama e di contenuto rispetto agli altri film ben più noti, che siano quello di Coppola o il mitico Nosferatu - Il principe della notte di Herzog. Nel Besson, Dracula nasce dal dolore per la morte di Elisabeta, rinnega Dio e diventa immortale per disperazione, la sua missione è ritrovare la reincarnazione dell’amata. Coppola, invece, introduce l’idea dell’amore perduto ma non la ricerca attiva della sosia e non utilizza l’arco narrativo di quattro secoli di ricerca disperata. In Nosferatu nessun amore è perduto ed il vampiro è una peste vivente, una forza di morte impersonale: è un uomo che soffre di dover vivere sempre. Una differenza chiave è comunque che Besson fa di Dracula un personaggio romantico e ossessivo, non solo un predatore. Ma ce n’è ancora un’altra nella trama: l’avvocato Jonathan Harker si reca nel lugubre castello della Transilvania per acquistare un immobile fatiscente che è a Parigi, che vorrebbero ristrutturare ad ospedale per l’Esposizione Universale in occasione dell’Anniversario della Rivoluzione Francese; invece, in altri film questi è lì per vendere un castello che interessa al principe. Tra l’altro, dal punto di vista estetico-scenografico, la facciata della dimora di Vlad è una costruzione gotica in pieno stile, assimilabile a quella di una chiesa medievale dalle guglie altissimi che si stagliano nel cielo scuro.
Un film che si apre con un carillon e si chiude in una camera da letto trasformata in sepolcro. In mezzo, Luc Besson intreccia eros e morte, piume e pioggia, romanticismo barocco e redenzione. Caleb Landry Jones è un Dracula esteta e dolente, Matilda De Angelis una vampira punk bolognese, mentre Zoë Bleu - suggerita dall’attore stesso al regista che aveva diretto sua madre Rosanna Arquette in Le Grand Bleu (1988) - restituisce tutto il magnetismo di una donna di cui il mostro, assetato di sangue meno rispetto alla tradizione, non riesce al liberarsi dall’idea di riaverla tra le sue braccia. Il prete di Christoph Waltz è una copia meno drammatica e dolorosa dell’esorcista indimenticabile di Friedkin ma non c’è assolutamente paragone tra i due: questo è più un sacerdote coraggioso che non tentenna neanche con una spada puntata alla gola, forte della fede che lo spinge a collaborare con il personaggio forse il più curioso di tutti, il Dumont di Guillaume de Tonquédec. Intorno a questi personaggi vibra il notevole commento musicale di Danny Elfman, che dirige la musica come un valzer di sangue, scrivendo note desiderate da tempo dal musicista, che sognava da anni di occuparsi di questo soggetto.
Nella medietà del film in sé, spiccano quindi le musiche, la fotografia di Colin Wandersman, le buone coreografie dei balli e non solo (in alcuni momenti pare uno show teatrale gotico-barocco) che, unite ai costumi di Corinne Bruand, diventano uno spettacolo accettabile da guardare, ma i frangenti da videoclip sono orpelli della solita mano di Luc Besson, che ora si sta dedicando agli uomini come protagonisti dopo tante donne.
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