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Piccole cose come queste (2024)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 28 dic 2025
  • Tempo di lettura: 6 min

Piccole cose come queste

(Small Things Like These) Irlanda, Belgio, USA 2024 dramma 1h38’

 

Regia: Tim Mielants

Soggetto: Claire Keegan (Piccole cose da nulla)

Sceneggiatura: Enda Walsh

Fotografia: Frank van den Eeden

Montaggio: Alain Dessauvage

Musiche: Senjan Jansen

Scenografia: Paki Smith

Costumi: Alison McCosh

 

Cillian Murphy: Bill Furlong

Eileen Walsh: Eileen

Emily Watson: Madre Mary

Michelle Fairley: signora Wilson

Clare Dunne: Madre Carmel

Helen Behan: signora Kehon

Zara Devlin: Sarah Redmond

Liaden Dunlea: Kathleen

Agnes O’Casey: Sarah

Aoife Gaffney: Grace

Mark McKenna: Ned

Abby Fitx: Lisa

 

TRAMA: Nel 1985 Bill Furlong, padre devoto, scopre inquietanti segreti custoditi dal convento locale e porta alla luce sconvolgenti verità.

 

VOTO 7



Si avvicina il Natale del 1985. Il commerciante di carbone Bill Furlong (Cillian Murphy), considerato un uomo giusto e laborioso della cittadina irlandese di New Ross, è marito di Eileen (Eileen Walsh) e padre di cinque ragazze. Nei flashback, Bill rivive la sua difficile infanzia come figlio di una giovane madre single, emarginata dalla famiglia ma autorizzata a lavorare per la signora Wilson (Michelle Fairley), una ricca e indipendente proprietaria terriera. Intervallate da queste ci sono i suoi ricordi di Ned, un bracciante della tenuta che probabilmente era suo padre. Bill consegna regolarmente carbone al convento locale, dove un giorno vede una ragazza adolescente, Lisa, che lo supplica di aiuto. Dopo un po’ di tempo parte all’alba per la consueta consegna e scopre un’altra ragazza, Sarah, rinchiusa nel capanno con temperature gelide. La giovanissima dice che dovrà partorire entro cinque mesi. Bill riporta Sarah al convento dove le suore fingono di prendersi cura di lei e vengono condotti nell’accogliente ufficio di Suor Mary (Emily Watson), la Madre Superiora del convento. Qui, Sarah si sente costretta a dire di essere stata rinchiusa nel capanno da altre ragazze mentre giocava a nascondino.



Bill è davvero un brav’uomo, gran lavoratore, gentile con tutti, generoso verso chi ha bisogno, datore di lavoro disponibile, puntuale pagatore. Padre e marito premuroso benché silenzioso e parco di parole, è sempre serio e taciturno, evidente segno di un animo segnato da episodi del passato che hanno condizionato la sua maturazione. Tim Mielants (regista belga che si farà ammirare ancora un anno dopo con il tormentato Steve, bissando e replicando la sempre straordinaria prestazione di Cillian Murphy, senza dimenticare che è il regista con il quale l’attore ha lavorato alla terza stagione del fortunatissimo Peaky Blinders) prova a farlo intuire al pubblico con brevi flash dell’adolescenza del protagonista, scene in cui si nota già quanto fosse disciplinato e gentile quel ragazzino che doveva accontentarsi di una vita agra allietata dall’amore della mamma single, da cui a Natale (festa che segna sia il passato che il presente narrativo) si aspettava sempre un bel regalo, per esempio un puzzle, ed invece arrivava altro, per esempio una boule per stare al caldo nel letto. In quei ricordi c’era sempre quel giovane che incontrava la mamma e che lo trattava bene: sprazzi di felicità spicciola e tante rinunce, sogni e sacrifici e poi, in ultimo, la perdita tragica che lo ha fortificato, reso uomo prima del dovuto e soprattutto gli ha aumentato il senso di solitudine e di scarsa allegria. Esperienza che però lo ha fatto diventare altruista e pietoso, pronto a dare una mano a chiunque avesse bisogno.



Ciò non fa mancare amore e presenza nella casa affollata da una moglie e ben cinque figlie, pur se il durissimo lavoro lo tiene fuori di casa dall’alba alla sera, momento in cui rientra e si reca prima di tutto in bagno per togliersi dalle mani il carbone che tenacemente si è incollato sulla pelle, strofinando con eccessiva forza con uno spazzolino. Come se volesse scrostarsi la miseria della piccola cittadina dove vivono e la durezza della vita. La buona Eileen lo conosce a fondo sapendo quanto affetto infonde a loro e si preoccupa quando si incupisce di più, come quella volta che è tornato dal convento che svolge anche la funzione di “Casa Magdalena”, ovvero asilo a orfane e ragazze madri. Cosa sarà successo? Quale evento lo avrà scosso?



Il primo episodio della ragazza spaventata e rinchiusa nella carbonaia del convento poteva essere casuale, ma il secondo, uguale, gli conferma che c’è qualcosa di distorto che avviene in quel luogo. Ci metterà del tempo per riflettere e decidere di fare qualcosa, sicuramente spinto dai suoi ricordi e dalla sproporzionata severità delle suore con quelle povere adolescenti incinte e così una buia e gelida mattina, preannunciante l’imminente neve, decide di agire e di recarsi dalla severa Madre Mary. Che lo ringrazia, promette maggior attenzione nei riguardi della giovane Sarah (lo stesso nome della mamma) e lo ricompensa con una busta di denaro indirizzata alla moglie. Comprato il suo silenzio, Bill non può ritenersi felice della soluzione, ma il denaro, in quei tempi non facili fa sempre comodo.



Bill è tormentato dalle somiglianze tra la ragazza e il suo passato, ma più cerca di aiutarla, più la sua stessa vita viene minacciata, anche dalle poco celate intimidazioni ricevute dalla suora, che gli fa presente che comportandosi in maniera scorretta gli metterebbe contro la popolazione locale e le figlie potrebbero subire conseguenze nella scuola collegata al convento. Il nobile animo di Bill è combattuto tra l’onestà morale che lo abita e la necessità di coniugare le esigenze familiari, tra l’istinto ad agire e denunciare gli abusi comportamentali delle religiose e il quieto vivere. La sua coerenza non ammette però tentennamenti.



Questa è l’Irlanda profondamente cattolica ed anche bigotta sempre narrata dalla letteratura e dal cinema e, come in Il vento che accarezza l’erba dell’immenso Ken Loach, Cillian Murphy si immerge nel clima della sua terra per scavare nelle pieghe delle situazioni distorte, delle anomalie storiche e religiose, tornando sull’argomento tristemente famoso delle oltre 56.000 ragazze rinchiuse nelle “Case Magdalene” tra il 1922 ed il 1998, affinché si pentissero. A questo proposito, il film più potente lo ha firmato un attore di forte carattere, Peter Mullan, con Magdalene, vincitore del Leone d’Oro nel 2002, un’opera che scuote sempre le coscienze.



Il film di Tim Mielants non ha la stessa pretesa essendo più intimo, più rivolto alle riflessioni e al comportamento di un semplice brav’uomo e per raccontare il suo dibattito interno: risolleva lo scandaloso comportamento delle suore e della Chiesa Cattolica (Philomena ne è stato un clamoroso richiamo), ma l’attenzione del regista lavora sui sentimenti intimi del protagonista, mettendo in risalto i suoi silenzi, i suoi sguardi e soprattutto quei piccoli segni scaturiti dai minimi gesti che danno tanta dignità a Bill. Piccole cose, insomma. Come queste. Solo la moglie lo sa interpretare e capire e quando vuole aiutarlo nella decisione gli suggerisce che “Per andare avanti in questa vita, ci sono cose che devi saper ignorare”. Ma lui non è così fatto. Per questo si riesce a leggere nella sua espressione la domanda che lo assilla: che senso ha essere vivi se non ci si aiuta l’uno con l’altro?



Il regista tiene vicino Cillian Murphy e lui lo e ci ricambia con un’interpretazione straordinaria, come ormai ci ha abituato da anni: ci sono segni (piccole cose) anche del suo Robert Oppenheimer nel volto di Bill Furlong. Come in quel sofferto personaggio, porta nuovamente con sé gli echi di un fardello morale, fatto di attacchi d’ansia e sguardi persi nel vuoto, freddi e annichiliti. E se nel film di Nolan il cattivo da combattere era il potere politico, oltre che il peso morale di un’azione distruttiva, nel contesto più piccolo irlandese il lavoro dell’attore è rivolto al combattimento tra l’inazione e l’intervento, tra la amata famiglie e l’insopportabile silenzio di una comunità pietrificata che guarda altrove. Alla pari di un mondo intero che parla d’altro davanti agli eccidi che sappiamo avvengono in qualche angolo (troppi) della Terra.



Cillian Murphy era tanto convinto della bontà dell’operazione artistica e del personaggio da esaltare che ha fatto tutto il possibile affinché il progetto prendesse forma e lo ha voluto con tutte le forze, diventandone anche produttore assieme ad altri nomi importanti. In un’intervista, ha raccontato come ha proposto l’adattamento del romanzo a Matt Damon durante le riprese di Oppenheimer. “Matt e Ben Affleck sono narratori e registi molto sofisticati” ha detto. “Una notte nel deserto, durante una pausa, gli ho presentato la storia. Quando vendi un soggetto, spesso paragoni due film per dare un’idea. Ho detto che era un mix tra Manchester by the Sea e Il dubbio, e lui ha capito subito”.



Ottima regia di Tim Mielants, come accaduto nel film precedente, ottimo il cast basato su questo attore ormai tra i migliori della sua generazione e l’autorevole Emily Watson, la cui presenza, in ogni film, è significativa, anche se per pochi minuti. La fotografia di Frank van den Eeden è molto spesso buia, quasi in penombra, come il carbone che si respira, un gran direttore ammirato già in Girl, Close, e tanti altri film importanti. Belle anche le musiche di Senjan Jansen.



Riconoscimenti (tra 4 premi e 11 candidature)

Festival di Berlino 2024

Miglior attrice non protagonista Emily Watson

Candidatura Orso d’Oro al film

 


 
 
 

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