The Life of Chuck (2024)
- michemar

- 17 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min

The Life of Chuck
USA 2024 dramma fantasy 1h51’
Regia: Mike Flanagan
Soggetto: (dalla raccolta “Se scorre il sangue” di Stephen King)
Sceneggiatura: Mike Flanagan
Fotografi: Eben Bolter
Montaggio: Mike Flanagan
Musiche: The Newton Brothers
Scenografia: Steve Arnold
Costumi: Terry Anderson
Tom Hiddleston: Charles “Chuck” Krantz
Jacob Tremblay: Charles “Chuck” Krantz giovane
Benjamin Pajak: Charles “Chuck” Krantz bambino
Karen Gillan: Felicia Gordon
Kate Siegel: signora Richards
Molly Quinn: madre di Chuck
Mark Hamill: Albie Krantz
Matthew Lillard: Gus
Mia Sara: Sarah Krantz
Chiwetel Ejiofor: Marty Anderson
Carl Lumbly: Sam
Annalise Basso: Janice Holliday
Taylor Gordon: Taylor Frank
Trinity Bliss: Cat
Rahul Kohli: Bri
Heather Langenkamp: Vera Stanley
Violet McGraw: Iris
David Dastmalchian: Josh
Saidah Ekulona: Andrea
Harvey Guillén: Hector
Q'orianka Kilcher: Virginia Krantz
Antonio Raul Corbo: Brian Krantz
Franklin Ritch: Brent
Matt Biedel: Carl Winston
Andy Grush: Mac
Nick Offerman: narratore (Mario Cordova in italiano)
TRAMA: Un uomo qualunque, Charles Krantz, viene raccontato a ritroso attraverso tre atti che ne ricostruiscono l’esistenza: dalla fine del mondo alla sua infanzia, in un viaggio intimo e sorprendente tra memoria, identità e senso della vita.
VOTO 6,5

Stephen King non è soltanto il “maestro dell’horror”: la sua produzione letteraria comprende anche racconti profondamente umani, spesso costruiti come drammi morali. Nei suoi testi più intimi emergono temi come il rimpianto, la memoria, l’amicizia, la redenzione e il peso delle scelte. Il cinema lo ha dimostrato più volte: Le ali della libertà è un racconto di speranza e dignità; Stand by Me - Ricordo di un’estate è un romanzo di formazione sull’amicizia e la perdita dell’innocenza; Il miglio verde intreccia dolore, compassione e giustizia; Cuori in Atlantide esplora la nostalgia e il passaggio all’età adulta. Anche il presente film si inserisce in questa linea, mostrando quanto lo scrittore sappia raccontare la vita e le sue fragilità con la stessa forza con cui descrive l’orrore. In fondo, il suo vero territorio è l’animo umano, non solo il soprannaturale.
Vi si racconta la vita di Charles “Chuck” Krantz attraverso una struttura narrativa insolita: tre atti ma presentati in ordine inverso, dal suo ultimo giorno fino all’infanzia. La storia si apre in un mondo che sembra avviarsi verso la fine: disastri naturali, blackout globali e fenomeni inspiegabili si moltiplicano, mentre ovunque compaiono cartelloni che celebrano i “39 grandi anni” di Chuck ed un continuo e incomprensibile “Grazie, Chuck!”. Nello scenario apocalittico, l’insegnante Marty Anderson (Chiwetel Ejiofor) e la sua ex moglie cercano di dare un senso agli eventi, intuendo che la misteriosa figura di Chuck sia in qualche modo legata al destino dell’universo.
Il secondo atto ci riporta a pochi mesi prima, quando Chuck, ancora in salute, vive un momento di pura gioia improvvisata: durante un convegno tra contabili bancari, si lascia trascinare dalla musica di una giovane percussionista di strada e balla davanti a una folla che si forma spontaneamente. È un episodio luminoso, che rivela la sua natura gentile e la sua capacità di trovare bellezza anche nei gesti più semplici, pur mentre la sua salute comincia a vacillare.
L’ultimo atto ci porta nella sua infanzia, segnata da un grave lutto che lo porta a vivere con i nonni paterni (Mark Hamill, una sorta di Mastro Geppetto, e Mia Sara). La nonna gli trasmette l’amore per la danza, mentre il nonno, uomo rigido e ferito dalla vita, gli impone un percorso più razionale. Chuck cresce tra questi due poli - creatività e disciplina - scoprendo presto di “contenere moltitudini”, come gli spiega un’insegnante citando il poeta ottocentesco Walt Whitman. È un bambino sensibile, curioso, che trova nella danza un modo per esprimersi e per affrontare il dolore. Un giorno, salendo nella cupola proibita della casa, ha una visione inquietante del proprio futuro, che però sceglie di ignorare, deciso a vivere pienamente ogni istante.
Attraverso questi tre momenti - la fine, il mezzo e l’inizio - il film costruisce il ritratto di un uomo comune la cui esistenza, fatta di piccoli gesti, affetti e scelte quotidiane, assume un valore sorprendentemente cosmico. È una storia sulla fragilità della vita, sulla memoria e sulla bellezza nascosta nei dettagli, raccontata con un tono che unisce realismo, malinconia e un tocco di soprannaturale.
Muovendosi nelle ampie stanze del dramma fantastico, Mike Flanagan, regista dedito a serie tv e film che possiamo catalogare nel genere horror (Doctor Sleep e La caduta della casa degli Usher), spazia nel tempo in una scenografia da fiaba con evidenti ricostruzioni di ambienti esterni che ne accentuano le caratteristiche: strade plastiche colorate pastello, che di giorno si illuminano di un sole ideale senza nuvole, di notte, al buio, il cielo stellato è così blu e limpido che vi si vedono le costellazioni come nebulose spaziali che ispirano poesia e scienza assieme. I colori della fotografia di Eben Bolter (anch’egli assiduo nelle serie tv) ne esaltano la visibilità, compreso gli indumenti e i visi degli attori, oltre che creare una sorta di atmosfera di favola negli interni, dove si muove un cast di molti personaggi, nessuno dei quali è classificabile cattivo. È tutta gente perbene e con sentimenti sani, disponibili verso gli altri fino a far diventare il film, trama e recitazione, un filo sentimentalista, forse perfino un po’ troppo. Quindi, per il regista un cambio notevole di registro: niente horror, niente spettri. Solo la vita. E la morte. E tutto ciò che c’è nel mezzo.
Purtoppo il ritmo è diseguale e poco omogeneo, tanto che viene spontaneo chiedersi, durante la visione del primo capitolo ed anche in seguito, dove voglia andare a parare e come mai per metà visione non succeda nulla di importante che possa avere influenza nel prosieguo, tanto che pare annoiarsi. Poi, ricostruendo la storia del protagonista - assente nel primo capitolo se non sui poster, che vengono definiti meme - si possono allacciare le cose già viste con quelle che accadono al momento. Sicuramente il motivo dello sviluppo a ritroso è giustificato dal senso intimo ed esistenziale che deriva dal pensiero del celebre filosofo danese Kierkegaard, il quale scriveva che la vita si può comprendere solo in retrospettiva ma deve essere vissuta in avanti. Che è quello che accade qui. Di conseguenza, mettendosi a guardare il film senza conoscere il romanzo, si resta in un primo momento alquanto perplessi ed al compimento si ha finalmente l’idea del progetto letterario e cinematografico.
Tutto ciò vuol dire che sia Stephen King che Mike Flanagan sviluppano una narrazione che costringe lo spettatore a guardare al passato partendo da un presente ormai segnato dal collasso tecnologico e dalla crisi ecologica. In questo scenario pre-apocalittico, il ringraziamento rivolto a Chuck diventa un’occasione per scoprire la sua umanità, espressa attraverso la danza e, ancora più indietro nel tempo, nelle fasi formative della sua giovinezza. Il racconto invita così a riflettere su quanto ogni esistenza, anche la più comune, possa custodire una verità universale. Ecco perché “grazie”. Ma per cosa, ci si chiedeva continuamente all’inizio.
Come spesso accade con King, è anche, e non secondariamente, un racconto di formazione che inizia (non all’inizio, come precisato) con la crescita del timido, seppur volitivo, Chuck che da ragazzino traumatizzato dalla disgraziata perdita dei genitori deve trovare la sua strada anche nell’ambito delle amicizie, della scuola e degli hobby, in cui emerge la sua notevolissima propensione al ballo, in cui si esibirà con successo con l’amichetta preferita e poi (nel film, prima) in un (in)stancabile esibizione stradale con la simpaticissima busker batterista. Tom Hiddleston? Beh, qui c’è da annotare qualche aspetto singolare: pare che quella scena del ballo, che dura cinque minuti e mezzo (!) ed è stata definita dal regista “il gioiello della corona del film”, l’attore si esibisce senza alcuna controfigura, avendo girato la sequenza sotto un’ondata di caldo in Alabama (luogo del set), sudando nel suo completo grigio e arrivando persino a bucare le suole delle scarpe per quanto ha ballato sull’asfalto. Interessante la coreografia che è stata preparata con la collaborazione della coreografa Mandy Moore e il video che gira nella rete, il dietro le quinte, sottolinea che si tratta di una performance intensa e interamente interpretata da lui. Complimenti! (o grazie?).
L’intento del regista è di affrontare con apparente leggerezza temi profondi e stimolanti della vita, della morte e dei legami umani, con il chiaro messaggio sul vivere la vita al massimo o perlomeno godendo ciò che si ha, apprezzando ogni momento positivo traendo lezioni da quelli negativi. La pecca sta nell’aver usato una dose abbondante di sentimentalismo. Nel complesso, è un'esplorazione sincera, seppur a tratti imperfetta, del significato della vita e della natura umana.
In un cast variegato e folto, emergono Tom Hiddleston, Chiwetel Ejiofor, Mark Hamill, mentre per il protagonista da giovane si rivede Jacob Tremblay, ormai cresciuto.
Più che un blockbuster o mainstream, è un film umanista con buone intenzioni. Un buon film che ha ricevuto 8 premi e 19 candidature.














































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