28 anni dopo (2025)
- michemar
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 4 min

28 anni dopo
28 Years Later
UK Canada USA 2025 horror 1h55’
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Alex Garland
Fotografia: Anthony Dod Mantle
Montaggio: Jon Harris
Musiche: Young Fathers
Scenografia: Carson McColl, Gareth Pugh
Costumi: Carson McColl, Gareth Pugh
Alfie Williams: Spike
Jodie Comer: Isla
Aaron Taylor-Johnson: Jamie
Ralph Fiennes: dott. Ian Kelson
Edvin Ryding: Erik Sundqvist
Christopher Fulford: Sam
Stella Gonet: Jenny
Jack O’Connell: Jimmy Crystal
Erin Kellyman: Jimmy Ink
TRAMA: Ventotto anni dopo il contagio che ha devastato il Regno Unito, una comunità isolata su un’isola vive secondo regole ferree per tenere lontani gli infetti. Quando Isla si ammala gravemente, suo figlio Spike infrange ogni divieto e la porta sulla terraferma in cerca di un medico.
VOTO 6,5

A volte un buon successo cinematografico provoca un sequel pressoché immediato, a distanza di uno o due anni. 28 giorni dopo, firmato da Danny Boyle nel 2002, ci portò nel 2007 (a 5 anni di tempo) 28 settimane dopo ad opera di Juan Carlos Fresnadillo. Ora, dopo ben 23 anni di distanza il primo regista, in cooperazione con uno sceneggiatore importante quale Alex Garland, affermato regista di thriller fantascientifici, già autore dello script del primo, si decidono a salpare versa la terza avventura, cercando nuovi stimoli, idee e ambientazioni, portandoci in un mondo stravolto e pieno di pericoli.
E quindi eccoci al presente. 28 anni dopo la prima diffusione del Rage Virus, il virus della rabbia, il Regno Unito resta isolato dal resto del mondo, mentre l’Europa continentale è ormai libera dall’infezione. In Scozia, un ragazzo di nome Jimmy (Jack O’Connell) fugge dall’attacco degli Infetti e perde la sua famiglia, conservando solo una croce donata dal padre. Nel 2030, una piccola comunità sopravvive sull’isola di Lindisfarne, separata dalla terraferma da un istmo che si allaga con la marea. Qui vivono Jamie (Aaron Taylor-Johnson), la moglie malata Isla (Jodie Comer) e il loro figlio dodicenne Spike (Alfie Williams).
Durante un rito di passaggio sulla terraferma, una sorta di battesimo all’avventura a scopo di crescita e formazione, ma anche di messa alla prova, Jamie e Spike incontrano un infetto evoluto, un “Alpha”, più forte e intelligente. Tornati sull’isola, Spike scopre che il padre tradisce la madre e rifiuta di cercare cure per lei. Deciso a salvarla, Spike fugge con Isla, incinta, verso la terraferma, dove vengono salvati da un marine svedese sopravvissuto, ma la situazione precipita quando un Alpha li attacca.
I due trovano rifugio presso il dottor Kelson (Ralph Fiennes), un ex medico che vive in un ossario chiamato “Bone Temple”, il Tempio delle Ossa, dove conserva i teschi dei cadaveri raccolti in tante forme coniche. Purtroppo, diagnostica a Isla un cancro terminale e la aiuta a morire con dignità tramite una religiosa eutanasia, dopo che questa ha partorito trasformando il suo cranio in un memento mori. Spike affronta l’Alpha e salva Kelson, poi decide di riportare la neonata sorellina sopravvissuta, chiamata anch’ella Isla - esortato dal dottore per una specie di memento amoris - alla comunità dell’isola, lasciandola al cancello. Infine, parte da solo verso la terraferma, promettendo di tornare quando sarà pronto. 28 giorni dopo, viene trovato da un gruppo guidato da un Jimmy ormai adulto, segnato dagli eventi del passato.
L’ultimo film di Danny Boyle, scritto insieme ad Alex Garland, rilancia così l’universo dei “vari 28” – giorni, settimane, anni – proseguendo la lunga battaglia della Gran Bretagna contro il virus della rabbia. Nel frattempo, però, l’immaginario zombie è cambiato radicalmente: The Walking Dead ha trasformato i morti viventi in un rituale televisivo globale, The Last of Us ha elevato gli infetti a dramma di prestigio, L’alba dei morti dementi e Zombieland hanno introdotto l’umorismo, mentre Train to Busan ha dato al genere un cuore che pochi film avevano osato mostrare. In questo panorama saturo, il ritorno di Boyle al genere solleva una domanda inevitabile: cosa può aggiungere di nuovo, oggi, una storia di cadaveri rianimati e società al collasso?
Il cast offre interpretazioni di grande intensità. Jodie Comer è bravissima nel ruolo di Isla, restituendo tutta la fragilità e l’amore di una madre che si spegne davanti al figlio. La perdita di memoria del personaggio amplifica il dolore di Spike, interpretato da un Alfie Williams sorprendentemente solido accanto a giganti come Ralph Fiennes. Aaron Taylor-Johnson dà a Jamie una forza ruvida e alcune delle sequenze d’azione più incisive del film. Fiennes, come sempre, domina la scena: il suo Kelson, isolato e filosofico, costruisce monumenti ai caduti tra le rovine della campagna britannica che fanno impressione ma che rendono l’idea dell’atmosfera regnante.
È un capitolo anomalo ma prezioso nel canone zombie, perché il viaggio di Spike non è solo una lotta per la sopravvivenza: è un racconto di formazione brutale, sanguinoso e profondamente emotivo. È la storia di un ragazzo che accetta un mondo che non ha mai conosciuto, cercando di diventare qualcuno capace di viverci e, allo stesso tempo, di onorare chi lo ha amato. I temi della vita e della morte attraversano l’intero film, sostenuti da una colonna sonora primordiale e dalla violenza anarchica di Boyle, con il suo inconfondibile stop-frame che accompagna esplosioni di teste e caos visivo. Alcuni momenti sembrano volutamente eccentrici, ma rientrano perfettamente nella tavolozza estetica del regista: l’energia pulsante di Trainspotting unita alla risonanza emotiva di The Millionaire sono qui leggibili e se si guarda il film con attenzione le citazioni sono evidenti.
Ero perplesso, non ne sono rimasto entusiasta, ma è un film prima di tutto fatto bene e altrettanto interpretato, ed infine merita la visione.
Le informazioni disponibili indicano un vero progetto autoriale (e non su commissione) in cui Danny Boyle e Alex Garland hanno concepito in pratica una nuova trilogia, con Garland che ha scritto già le sceneggiature, con il secondo film affidato a Nia DaCosta (Hedda) e la prospettiva di un terzo capitolo nuovamente in mano a Boyle, “nel caso i primi due lo giustifichino con gli incassi”: questo suggerisce un reale progetto autoriale.






























