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Sto pensando di finirla qui (2020)

Immagine del redattore: michemar
michemar
21 ore fa
Tempo di lettura: 9 min

Sto pensando di finirla qui

I’m Thinking of Ending Things

USA 2020 dramma psicologico 2h14’

 

Regia: Charlie Kaufman

Soggetto: Iain Reid (romanzo)

Sceneggiatura: Charlie Kaufman

Fotografia: Łukasz Żal

Montaggio: Robert Frazen

Musiche: Jay Wadley

Scenografia: Molly Hughes

Costumi: Melissa Toth

 

Jessie Buckley: giovane donna

Jesse Plemons: Jake

Toni Collette: Suzie, la madre di Jake

David Thewlis: Dean, il padre di Jake

Guy Boyd: inserviente scolastico

Hadley Robinson: studentessa/cameriera

Gus Birney: studentessa/cameriera

Abby Quinn: studentessa/cameriera

Colby Minifie: Yvonne

Jason Ralph: fidanzato di Yvonne

Anthony Grasso: capo di Yvonne

 

TRAMA: Nonostante nutra grossi dubbi sulla loro relazione, una donna parte in viaggio con il nuovo ragazzo Jake per raggiungere la casa di campagna della famiglia di lui. Mentre una bufera di neve la blocca lì per diverse ore, la giovane incomincia a mettere in dubbio tutto ciò che pensava di sapere o di aver capito a proposito del fidanzato, di se stessa e del mondo in generale

 

VOTO 8

 

 

Ci sono due parole magiche in questo come in altri alcuni film: Charlie Kaufman, innanzitutto sceneggiatore e poi regista qui al suo terzo film: nel senso che non abbiamo a che fare con una pellicola come tante, è un’eccezione, è un’esperienza diversa, sia nel contenuto, sia nella sceneggiatura, sia nella trama. Argomentazioni quasi inedite, spaziando tra la realtà e l’irreale, nell’ambito di un viaggio psicologico che raramente trova eguali. Tanto per fare un titolo, cito Se mi lasci ti cancello, che non è un semplice cult amato per la storia romantica e per l’originalità, ma un’opera che ha segnato profondamente la passione cinefila ed è diventato un film che non ci si stanca di guardare, scoprendo ogni volta qualcosa che è sfuggito e che lo fa amare ancora di più. Ciò accade solo per pochi film, i più belli e complessi. Ma la penna dello sceneggiatore newyorkese ha saputo fare ben altro: Essere John Malkovich di Spike Jonze (1999), Il ladro di orchidee, stesso regista (2002), il micidiale Synecdoche, New York (che attore Philip Seymour Hoffman!) che ha diretto in prima persona nel 2008. Ha contribuito a far maturare come regista George Clooney con la scrittura di Confessioni di una mente pericolosa (2002). Tutti titoli che marchiano definitivamente il suo stile originalissimo e le sue storie al limite dell’ordinario. No, anzi, al di là.

 

 

Prendiamo in esame il film in questione, una storia che pare una come tante e che invece si trasforma in ben altro. Per meglio intenderci, parafrasando Pirandello, il film ci dimostra come non è “così è, se vi pare”, all’opposto qui diventa inequivocabilmente “così non è affatto, anche se vi è parso”, perché la trama prende inizialmente una strada ed un suo contesto come tanti film americani, poi, quando si intuisce la verità, si rischia di restare di sasso. Sarebbe mai una cosa da Charlie Kaufman se non fosse così? Impossibile. Vediamo di raccapezzarci.

 

 

Una giovane donna (no, la protagonista non ha nome ed è interpretata dalla superlativa Jessie Buckley, o, meglio, nel corso del film, il nome, la professione e il suo passato cambiano di continuo e diventa quindi Lucy/Louisa/Lucia.) intraprende un lungo viaggio in auto con il suo ragazzo Jake (Jesse Plemons) per andare a conoscere i suoi genitori, che vivono in una remota fattoria isolata. Durante il tragitto, il dialogo tra i due rivela un rapporto attraversato da dubbi, pensieri non detti e un senso crescente di distanza emotiva. La protagonista riflette sulla propria identità, sui ricordi che sembrano sfumare e sulla sensazione di non riuscire più a definire chiaramente chi è. L’arrivo alla fattoria introduce un ambiente sospeso, dove il tempo sembra muoversi in modo irregolare e gli elementi della casa appaiono familiari e inquietanti allo stesso tempo. I genitori di Jake (David Thewlis e Toni Collette) si comportano in modo imprevedibile, accentuando la percezione di trovarsi in un luogo dove le regole della realtà sono instabili. La giovane donna osserva dettagli che non tornano, oggetti che sembrano appartenere a qualcun altro, frammenti di vite che non riconosce. Il clima diventa sempre più straniante, come se la casa fosse un riflesso distorto della mente di qualcuno. La tensione cresce mentre la protagonista cerca di mantenere lucidità. Il viaggio di ritorno si carica così di nuove domande e di un senso di urgenza emotiva.

 

 

Sulla strada verso casa, la serata prende una piega ancora più surreale, con deviazioni improvvise e incontri che sembrano provenire da un mondo parallelo. Jake appare sempre più agitato, mentre la donna fatica a distinguere ciò che è reale da ciò che è immaginato. Le conversazioni si frammentano, i ricordi si confondono, e il paesaggio notturno diventa un teatro mentale dove si sovrappongono paure, desideri e rimpianti. Una sosta in un luogo legato al passato di Jake apre a nuove riflessioni sulla memoria e sulla difficoltà di comunicare davvero con l’altro. La protagonista si ritrova immersa in una serie di situazioni che sembrano metafore viventi, come se ogni gesto fosse parte di un racconto più grande e nascosto. La tensione emotiva culmina in un ambiente che richiama il mondo dell’infanzia, dell’immaginazione e delle aspettative sociali. Qui, la donna percepisce con maggiore chiarezza il peso delle scelte non fatte e delle parole mai pronunciate. Il viaggio si trasforma così in un percorso interiore, dove la realtà esterna diventa specchio di un conflitto più profondo. Alla fine, ciò che resta è la sensazione di aver attraversato un territorio mentale complesso e fragile.

 

 

Siamo spiazzati, e non è nulla in confronto a ciò che poi risulta realmente. Siamo ancora una volta nel mondo di questo geniale autore (no, non lo è per tutti e quindi o lo si accetta e si sta al gioco amandolo, oppure si cambia film, semplice) e come si può facilmente notare pare di essere ancora nell’atmosfera di Se mi lasci ti cancello.

 

 

Per queste caratteristiche appena accennate per non rovinare la visione a chi non lo conosce, è un film che ti prende alla sprovvista. Parte come un viaggio in macchina tra una ragazza e il suo fidanzato, ma dopo pochi minuti capisci che non è davvero un film “sul viaggio”. È più un tuffo dentro la mente di qualcuno che non riesce più a tenere insieme i pezzi della propria vita. La cosa che colpisce di più è l’atmosfera: tutto sembra normale, ma niente lo è davvero. Le conversazioni cambiano tono all’improvviso, i personaggi sembrano altre persone da una scena all’altra, il tempo scorre in modo strano. Kaufman usa questa confusione per farci sentire la stessa inquietudine del protagonista, come se fossimo dentro i suoi pensieri più fragili.

 

 

La casa dei genitori è il punto in cui il film si apre completamente: passato, presente e futuro si mescolano, e la ragazza diventa quasi una voce interna, un’idea, un dubbio. È come se il film ci dicesse che a volte la realtà non è quello che vediamo, ma quello che temiamo. A contribuire alla completa riuscita degli intenti dell’autore, erano necessari attori all’altezza e la scelta del cast risulta, alla fine, azzeccata. Jesse Plemons, Toni Collette e David Thewlis sono ottimamente all’altezza: lui affronta lo strano personaggio con sicurezza e lo rende ottimamente; la Colette pare essere piombata direttamente da uno dei suoi tanti horror che ha interpretato; Thewlis è il più imbambolato della comitiva, più che strano è estraneo e ride per niulla. Jessie Buckley non fa altro che recitare come sa: una divinità interpretativa. Appena al suo sesto film, reduce da un corale come Il concorso dello stesso anno, se si sta attenti e la si osserva bene ci si rende conto che se il protagonista è il giovanotto, lei si prende la scena per netta superiorità. Con il suo tipico sorriso a sghimbescio, pronuncia i dialoghi con una maestria che promette molto, promesse che verranno più che mantenute con le straordinarie prove che vedremo negli anni successivi con Men, del mio amato Alex Garland (2022), Women Talking - Il diritto di scegliere di Sarah Polley (2022), La figlia oscura di Maggie Gyllenhaal (2021) e soprattutto nell’immenso Hamnet - Nel nome del figlio di Chloé Zhao (2025), solo per citare qualche titolo. Che attrice!

 

 

Tornando al film ed al suo contenuto, ci si rende conto che non è un film facile, e forse non vuole nemmeno esserlo: a Charlie Kaufman non interessa affatto vincere il premio del pubblico, almeno la vedo così e potrei sbagliare. Lui gode e privilegia scrivere e filmare cose di questo tenore e contenuto. Però è un’opera che resta addosso: parla di solitudine, rimpianti, identità che si sgretolano. E lo fa con immagini che sembrano sogni, o ricordi che non sappiamo più se sono nostri. Va a finire che, alla fine, ti lascia una sensazione strana, malinconica, ma anche molto umana. Non è un film da capire “razionalmente”: è un film da sentire. Ed ognuno ci sentirà qualcosa di diverso.

 

 

Facciamoci caso: il film esplora l’orrore della quotidianità, la solitudine che si insinua, l’ansia del tempo che passa, la sensazione di non avere più un centro. Charlie Kaufman costruisce tutto con conversazioni dense, riferimenti culturali e un’atmosfera sospesa che costringe lo spettatore a interrogarsi su ciò che ricorda e su ciò che rimpiange. La regia è coerente con la straniante atmosfera: il cerotto in testa al papà quando compare la prima volta è sulla sinistra della fronte, in seguito sulla destra; quando si siedono a tavola per la cena tutti parlano ma nessuno assaggia neanche un boccone e lui li inquadra uno alla volta, come ritratti; le inquadrature a volte dal basso dei personaggi prendono una prospettiva asimmetrica, che ricorda quelle del film su John Malkovich; in più di una sequenza genitori e figlio spariscono come fantasmi e la donna si ritrova sola guardandosi meravigliata intorno, tanto da mettere in condizioni lo spettatore di chiedersi: ma i genitori esistono davvero o è frutto dell’immaginazione; che tra l’altro, quei due, ad un tratto ce li ritroviamo enormemente invecchiati, salvo poi riapparire con l’età con cui li abbiamo conosciuti. E il tormentone delle catene? Quante volte lei insiste per ripartire subito perché è tardi e nevica forte e lui risponde che non ci sono problemi perché ha a bordo le catene? Almeno sei o sette volte. Per non parlare della sequenza del negozio di gelati sperduto nel gelo innevato. Come un gelato al Polo Nord! Per tutto ciò, il pubblico reagisce sempre diversamente e c’è chi lo esalta e chi lo denigra, forse dirà che è più adatto allo sguardo del critico e non ad un appassionato semplice. In ogni caso, va bene tutto, anzi, accade anche che proviamo più stupore noi che la stessa Lucy/Louisa/Lucia ma anche Amy / Ames. Ma quanti nomi può avere?

La spiegazione del titolo? Ha un duplice significato: da parte della giovane non significa “finirla qui” nel senso di suicidio, ma “mettere fine alle cose”, “chiudere qualcosa”, in riferimento alla relazione tra i due protagonisti. Da parte di Jake, è lui che sta cercando di mettere ordine nella sua vita, nei suoi ricordi e nei suoi rimpianti, mentre pensa di “finirla qui” nel senso più definitivo.

 

 

Premi? Discorso difficile, e comunque il film ha realizzato ben 13 vittorie e 102 candidature. Non male per un’opera rivolta al solo cinefilo paziente.

Una cosa si può fare: andare a scoprire qual è veramente la realtà.

“Sto pensando di finirla qui. Una volta che arriva il pensiero resta lì. E si attacca. Persiste. Spadroneggia. Non c’è molto che io possa fare. Credetemi. Non va via. È lì, che mi piaccia o no. È lì quando mangio, quando vado a letto. È lì quando dormo. È lì quando mi sveglio. È sempre lì. Sempre. Non è da molto che ci penso. L’idea è nuova, ma nello stesso tempo sembra vecchia. Quand’è che è incominciata? E se non fossi stata io a concepirla ma mi fosse già piantata in testa già sviluppata? È un’idea ordita, non originale? Forse in realtà l’ho sempre saputo. Forse è così che doveva andare a finire. Jake, una volta, ha detto che un pensiero può essere più vicino alla verità, alla realtà, di un’azione.” L’ultima frase è l’essenza del film, dominato dalla voce off in continua esposizione di pensieri, dialoghi, concetti, e in cui l’uomo è in grado di ascoltare le silenziose riflessioni. Proprio perché… segue spoiler.

 

 

Spoiler!!!!!!!!!

Il film non racconta una storia “reale” nel senso tradizionale. Quasi tutto quello che vediamo è immaginato da Jake, che costruisce nella sua mente un viaggio, una relazione e una serie di situazioni che non ha mai vissuto davvero. La ragazza non è una persona autonoma: cambia nome, lavoro (studia fisica, fa la cameriera, poetessa), carattere, come succede ai pensieri quando cerchiamo di ricordare o reinventare qualcosa. Anche la casa dei genitori, la scuola, i salti nel tempo e le stranezze dei dialoghi sono segnali che ci troviamo dentro la sua testa, non in un mondo concreto. E il bidello che fa pulizie notturne, forse è lui? Il film diventa così un percorso mentale fatto di solitudine, rimpianti e possibilità mancate, più che una storia che accade davvero. Da far attenzione è l’ultima inquadratura, al termine dei titoli di coda: il film è finito la il regista ha ancora uno shot: quella ultimissima inquadratura – l’auto di Jake sepolta dalla neve, ferma nel parcheggio della scuola, in una notte gelida – è uno dei segnali più chiari e più “fisici” di tutto il film. È la scena che ancora una volta conferma che ciò che abbiamo visto non è una storia reale, ma un viaggio mentale che si chiude nel punto in cui la vita di Jake è rimasta bloccata: l’auto coperta di neve è come se il corpo di Jake sia fermo lì da ore. O da giorni. Diavolo di un Kaufman!

 


 
 
 

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