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Una casa tutta per noi (1993)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 22 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Una casa tutta per noi

A Home of Our Own

USA 1993 commedia drammatica 1h44’

 

Regia: Tony Bill

Sceneggiatura: Patrick Sheane Duncan

Fotografia: Jean Lépine

Montaggio: Axel Hubert

Musiche: Michael Convertino

Scenografia: James L. Schoppe

Costumi: Lynette Bernay

 

Kathy Bates: Frances Lacey

Edward Furlong: Shayne Lacey

Clarissa Lassig: Lynn Lacey

Sarah Schaub: Faye Lacey

Miles Feulner: Murray Lacey

Amy Sakasitz: Annie Lacey

T.J. Lowther: Craig Lacey

Soon-Tek Oh: Munimura

Tony Campisi: Norman

 

TRAMA: Quando la vedova Frances Lacey, che cerca di mantenere decentemente i suoi sei figli, tra cui Shayne che è spesso nei guai con la polizia, viene molestata sessualmente dal suo capo e dopo la sua reazione violenta viene anche licenziata, decide di abbandonare Los Angeles per trasferirsi altrove.

 

VOTO 6,5

 

 

Frances Lacey (Cathy Bates) è appena stata licenziata dalla fabbrica di patatine in cui lavora: non accetta più di farsi molestare dal supervisore. Tornata a casa, carica su un rudere d’automobile i suoi sei figli e da Los Angeles guida fino ad Hankston, uno sperduto paesello dell’Idaho, dove c’è una catapecchia cadente che la donna ottiene in uso dal proprietario, il signor Munimara, di origine coreana, impegnandosi a ristrutturarla. Intanto Frances ha trovato lavoro come cameriera al bowling e ha allacciato una relazione (anche se un po’ turbolenta) con il proprietario. Ci sono un mare di problemi, piccoli e grandi (uno dei figli si ferisce cadendo dal tetto, un principio d’incendio minaccia la casa) ma, in un modo o nell’altro, la famiglia ne viene a capo: è gente forte e, alla faccia della cattiva sorte, il futuro promette bene.

 

 

Nel cuore del film diretto da Tony Bill, c’è Frances Lacey, interpretata da Kathy Bates. A metà film, quando il gestore di un bowling le chiede quale lavoro sappia fare, lei risponde secca: “Lavorare. È tutto ciò che ho sempre fatto”. Una battuta che, secondo me, sembra quasi chiedere una medaglia al martirio più che caratterizzare davvero il personaggio. Il film appartiene a quella tradizione di storie edificanti, piene di coraggio, sacrificio e tenacia tutta americana, che un tempo le gloriose case di produzione hollywoodiane sfornavano a getto continuo. Qui però, va osservato, la formula, anche se appare datata e poco credibile, ha una sua forza morale e nonostante il regista e lo sceneggiatore non abbiano del tutto evitato il classico miscuglio di sentimentalismo e buone intenzioni, il film trova comunque sincerità e onestà artistica.

 

 

Ambientato nel 1962, il film segue la sfortunata famiglia Lacey: una madre sola e sei figli che, dopo l’ennesima umiliazione sul lavoro, abbandonano Los Angeles e vagano per l’Ovest in cerca di un posto dove ricominciare. Quando la loro auto ormai esausta si ferma vicino a una casa incompiuta in Idaho, Frances decide che quello sarà il loro nuovo inizio. Il proprietario, il gentile signor Munimura, accetta di cederla in cambio di aiuto nella sua serra e nella gestione della casa. Frances, però, non vuole debiti: lavora senza sosta, rifiuta aiuti e perfino un invito galante. Poi tutto comincia a precipitare, come se il destino avesse scelto la donna e i suoi progetti come obiettivo da distruggere: un episodio negativo dietro l’altro, mai uno positivo e incoraggiante. Incendi, assalti predatori degli uomini che nella vita sono sempre stati i peggiori nemici della tranquillità della povera protagonista, il nervosismo crescente del figlio Shayne che non si adegua alla nuova vita, e via dicendo. Lo spettatore si chiederà: ma succede tutto a questa donna? E che carattere per rimboccarsi sempre le maniche e ricominciare!

 

 

Menomale che esiste il buon padrone di casa Minimura, vedovo e gentile, che la rincuora e l’aiuta a riprendere la vita nelle mani, anche e soprattutto nei momenti peggiori. Persino portando uomini e materiali per rimettere in sesto la casa, che, in realtà, lui stava costruendo per il figlio, morto però in guerra.

 

 

Sì, storia buonista e ottimista anche nei momenti drammatici, dove chiunque avrebbe mollato ma Tony Bill deve aver deciso che tutto andrà bene, come nei migliori (o peggiori) romanzi del sogno americano, in cui prima o poi ci si rialza nonostante tutto e le mille sventure. Così va a finire che il film insiste su una visione del mondo troppo artificiale, dove la determinazione risolve tutto e la realtà viene piegata per far quadrare la morale.

 

 

Anche quando il figlio maggiore, Shayne (Edward Furlong), mette in dubbio l’ottimismo incrollabile della madre, la storia lo smentisce con un finale eccessivamente roseo, quasi fiabesco. In un periodo in cui il pubblico desidera speranza e rassicurazioni, il film tenta di offrirle, ma lo fa in modo troppo facile, confezionando un messaggio edificante che va preso così com’è. E non in senso negativo, perché è pur sempre un’opera incoraggiante e recitata con forza dalla solita combattiva Kathy Bates, vera artefice del film, combattiva e tenace. Tra gli altri si rivede Edward Furlong, che dopo l’esordio in Terminator – Il giorno del giudizio (1991), cercava di farsi strada ed ebbe le grandi occasioni soprattutto nei bellissimi Little Odessa (del mio amato James Gray, del 1994) e American History X, di Tony Kaye, del 1998 e moltissimo altro ancora.

 


 
 
 

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