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Beast (2017)

  • Immagine del redattore: michemar
    michemar
  • 7 mar
  • Tempo di lettura: 7 min

Aggiornamento: 9 mar

Beast

UK 2017 thriller 1h47’

 

Regia: Michael Pearce

Sceneggiatura: Michael Pearce

Fotografia: Benjamin Kracun

Montaggio: Maya Maffioli

Musiche: Jim Williams

Scenografia: Laura Ellis Cricks

Costumi: Jo Thompson

 

Jessie Buckley: Moll

Johnny Flynn: Pascal Renouf

Emily Taaffe: Tamara

Geraldine James: Hilary Huntingdon

Trystan Gravelle: Clifford

Oliver Maltman: Harrison

Charley Palmer Rothwell: Leigh Dutot

Shannon Tarbet: Polly

Olwen Fouéré: Theresa Kelly

Tim Woodward: Fletcher

Barry Aird: Stuart

Maria de Lima: Rita

 

TRAMA: Una giovane donna dalla vita travagliata dalla vita scomoda nella sua comunità si trova divisa tra il controllo della sua famiglia oppressiva e il fascino di un estraneo misterioso sospettato di una serie di brutali omicidi.


VOTO 7

 

 

Bestia. Spesso (sempre?) scegliamo il nostro partner in base all’istinto, anche perché questo è una delle componenti fondamentali del sentimento e ciò che noi chiamiamo “amore” nasce dall’intreccio di tre livelli diversi: biologico, psicologico e culturale. Moll non fa eccezione ed è attratta da quel giovane misterioso chiamato Pascal anche per l’odore, come una bestia. Quello dello sconosciuto la attrae e non poco, quello dell’agente di polizia Cliford che le fa la corte spietata non le piace per nulla e lo respinge. E glielo dice pure schiettamente. Chi è davvero questa ragazza scomoda che sente di essere tale e che non vive serenamente? Le prime inquadrature di Michael Pearce – accompagnate dalle voci del coro della parrocchia di cui fa parte, diretto dalla madre – sono la spiaggia sabbiosa della località dove vive e lavora come guida turistica (la vediamo subito alla testa della fila dei viaggiatori che esplorano la collina sul mare) e poi di fronte allo specchio dove si sta abbellendo per la sua festa di compleanno. Mentre si accorge di un pelo che le cresce sulla gola, si autopresenta: “Quando ero piccola ero ossessionata dalle orche marine. Sembra sempre che sorridano. Libere nell'oceano, sono capaci di nuotare per centinaia di chilometri al giorno, ma in cattività il loro canto fa eco contro il muro e diventa un frastuono soltanto, tanto che alcune diventano pazze. Ho letto di un'orca che si è rotta i denti per cercare di liberarsi.

 

 

All’inizio non si può capire perché quanto scritto sia davvero la presentazione del sé, ma lo si intuisce con la visione completa del film, quando finalmente si disvela, prima parzialmente e poi con il finale, l’intera e complessa personalità di Moll, la quale con quel breve monologo si presenta a noi e spiega la sua sfrenata voglia di libertà, indipendenza, ribellione e l’amore per gli animali, anche marini. Senza tralasciare, in quella sequenza, l’attimo in cui si accorge di avere un lungo pelo sulla gola, che tira via stizzita. Cosa può rappresentare per lei quel brutto orpello sulla liscia gola di una donna? Non è un dettaglio generico, ma un simbolo centrale della sua identità ambigua: qualcosa che emerge dal corpo per rivelare ciò che lei stessa tenta di reprimere. È un segno fisico, quasi fiabesco, che condensa la “bestia” che la società locale cerca nel serial killer, quella che lei teme di avere dentro di sé, la metafora della libertà e della rabbia repressa. Questa è Moll, e non abbiamo ancora iniziato a vedere il film di Michael Pearce, autore specialista in thriller psicologici. Questo, infatti, è il suo esordio nel lungo nato dall’eco della reale storia ispirata ai veri crimini dello stupratore seriale Edward Paisnel (1925–1994), noto come “Bestia di Jersey”, una vicenda vera, insomma, che lui usa solo come spunto per raccontare invece quella di Moll: una giovane donna soffocata dalla famiglia e dalla comunità, che trova in Pascal una via di fuga tanto liberatoria quanto inquietante, un racconto a metà tra thriller psicologico e fiaba oscura, dove l’isola diventa specchio dei conflitti interiori della protagonista e il confine tra innocenza e mostruosità resta volutamente ambiguo.

 

 

Vediamo meglio da vicino l’interessante trama. Moll (Jessie Buckley) ha 27 anni e vive con la sua famiglia in un ambiente soffocante, dominato da una madre rigida che la controlla ossessivamente (Geraldine James). Lavora come guida turistica e si occupa del padre molto malato, praticamente assente con la mente, mentre la comunità locale è in allerta per una serie di violenti omicidi di giovani ragazze. Durante la festa del suo compleanno, Moll viene messa in ombra dall’ennesima dimostrazione di superiorità della sorella e, sentendosi non considerata proprio nella sua festa, fugge verso un locale per respirare un po’ di libertà. La notte finisce in modo inquietante quando un uomo incontrato lì tenta di aggredirla sulla spiaggia e a salvarla interviene Pascal (Johnny Flynn), un giovane bracconiere dal passato complicato. Moll rimane affascinata da lui: rappresenta tutto ciò che la sua vita non è: istintivo, libero, imprevedibile. Una bestia nel senso migliore. Nonostante la disapprovazione della famiglia, i due iniziano una relazione intensa che diventa per la giovane ribelle una via di fuga emotiva.

 

 

Man mano che il legame cresce emergono dettagli inquietanti sul passato di Pascal, già condannato alla prigione per piccoli reati e sospettato in un precedente caso di violenza sessuale. La polizia lo tiene d’occhio ed il solito detective Cliford (Trystan Gravelle), che nutre interesse per Moll, la mette in guardia. Intanto, un nuovo corpo viene ritrovato, proprio la notte in cui la giovane aveva lasciato la festa. La comunità inizia a sospettare del cacciatore e Moll si ritrova divisa tra il desiderio di proteggere quel giovane che ama e il timore che possa essere coinvolto negli omicidi. La tensione cresce mentre lei affronta anche i fantasmi del proprio passato, rivelando un episodio violento che ha segnato la sua adolescenza: l’aggressione violenta verso una compagna di classe. La sua attrazione per l’altro si intreccia con la paura, in un equilibrio instabile che la costringe a interrogarsi su chi sia davvero e su quanto sia disposta a rischiare pur di sentirsi finalmente viva.

 

 

Guai a pensare di assistere ad un thriller tradizionale con tanto di vittima, indagine, risultato e condanna. No, il film non usa il genere per scoprire un colpevole ma è la ricerca della propria identità come campo di battaglia, per scavare nell’identità della protagonista: chi e cosa diventa quando smette di obbedire, quando non è più ciò che gli altri pretendono? La bestia del titolo è una possibilità interna, non un’entità esterna. Date le premesse è chiaro che lei si sente in una specie di prigione domestica e sociale, dove famiglia e comunità funzionano come dispositivi di controllo. Lei odia le regole rigide, formali, soffocanti. Che urlo, quando vuole spaventare chi la aggredisce! Un ruggito di leonessa. L’isola di Jersey è un luogo bellissimo ma sorvegliato, dove ogni deviazione viene punita e, di conseguenza, lei vive in un sistema che la vuole piccola, contenuta, prevedibile. Quando trova Pascal, per lei affascinante proprio perché libero e istintivo, per giunta con un buon odore – e glielo dice – trova l’altra faccia della sua medaglia. Per lei non è una minaccia, anzi, è la salvezza, la via d’evasione, è l’elemento selvatico che permette a Moll di respirare e, allo stesso tempo, di confrontarsi con la propria ombra. La domanda non è se lui sia colpevole, ma cosa vede Moll in lui.

 

 

La metamorfosi decisiva avviene quando da figura schiacciata e trasparente, Moll diventa progressivamente anche lei più istintiva, sporca, imprevedibile (quante volte il regista la inquadra con il viso sporco di fango?). La sua trasformazione non è emancipazione lineare: è un’uscita dall’ordine che può portare tanto alla libertà quanto all’abisso. Più che mai, a questo punto del cambiamento, lo spettatore si accorge che il film rifiuta la logica del thriller classico: non interessa la caccia al killer, ma la zona grigia in cui bene e male si confondono. La bestia può essere un uomo, una proiezione collettiva o un impulso interiore. Ed in questa narrazione la struttura è quella della fiaba nera per adulti: una giovane donna, un bosco, un uomo ambiguo. Ma la morale è rovesciata: non c’è un lupo da sconfiggere, bensì un lato oscuro da riconoscere.



Dopo vari atti di ribellione quando tutto poteva andar liscio tra i due e tra i due e la società di torno, si tocca il fondo, sia psicologico che fattuale: l’arresto (anche per mettere fine a questo disordine morale per la gente benpensante), l’interrogatorio, i dubbi di Moll (e noi sbagliamo a crederle) ed un finale spiazzante, inatteso, perfino simbolico. Diciamo pure, la scelta. Il gesto conclusivo di Moll non è reazione, ma decisione. È il momento in cui accetta la complessità della propria natura, anche a costo di diventare ciò che l’isola teme.



Non chiediamoci chi sia il killer, non cerchiamo i colpevoli, soprattutto non attendiamoci la conclusione. Non c’è una confessione, non c’è una prova definitiva, non c’è un colpevole chiaro. C’è invece la trasformazione di Moll, che passa da vittima passiva a figura capace di un atto estremo. Il senso del finale non è risolvere il giallo, ma mostrare che la “bestia” è una condizione interiore, non un’identità criminale. Moll libera se stessa, ma lo fa attraverso un gesto che la avvicina proprio a ciò che teme.



Jessie Buckley era all’esordio e – la domanda è comprensibile – se questa ragazza recita così al debutto, di cosa sarà capace in seguito? La risposta l’abbiamo già ricevuta da quando la sua carriera è proseguita con film di vario tipo e relativi vari tipi di personaggi, dalla cantante country (!) a ruoli di caratterista, fino a protagonista di rilevo, fino ai premi di Hamnet. Che attrice! Che versatilità e che forza interpretativa! Ha il potere di esprimersi con lo sguardo o con il mezzo sorriso che tende alla sua destra quando comincia ad avvertire gioia, occhi che tagliano l’interlocutore, che non mentono, che recitano. La mia rabbia? Ho dovuto vedere questo film doppiato, malamente e con una deficitaria sonorità, con la doppiatrice che bofonchiava frase che invece andrebbero ascoltate con attenzione senza neanche farsi sfuggire le pause. Ottimo e performativo anche il partner Johnny Flynn, che conosciamo per Emma., The Outfit, Sils Maria, L’arma dell'inganno - Operazione Mincemeat, Goodbye June, è stato anche il protagonista da giovane di One Life, e tanti altri. Dal suo canto, l’esperta Geraldine James non poteva che essere la severissima madre.



Michael Pearce all’esordio pare davvero promettente: molto attento alle inquadrature dei particolari, della natura selvaggia, ai primi piani dei due protagonisti, al lavoro del direttore della fotografia e dell’ottimo commento musicale. Bravo, è d’obbligo cercare la sua futura produzione. Tra i riconoscimenti, 8 premi (tra cui un BAFTA come sceneggiatore esordiente, il che dimostra il valore di questo film) e 25 candidature. Non male come inizio.

 


 
 
 

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